Come la Russia criminalizza il dissenso: la storia di Masha e Aleksei

17 Luglio 2023

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Un disegno contro l’invasione russa in Ucraina: questo è bastato per stravolgere la vita di Maria Masha Moskalyova, studentessa oggi 14enne di una piccola cittadina a sud di Mosca.

Aprile 2022, scuola n.9 di Efremov, Tula.
Masha disegna su un foglio un prato con delle montagne, due donne al centro che si tengono per mano. Una delle due ha un braccio alzato, teso a respingere due bombe. Dietro le donne, la bandiera ucraina con scritto “Slava Ukraïni”. Dall’altra parte, la bandiera russa.

Disegno di Masha

Passa solo un giorno e Masha, insieme a suo padre Aleksei Moskalyo, viene condotta a una stazione di polizia, dove viene redatto un rapporto amministrativo contro Aleksei per “discredito delle forze armate russe”, secondo uno dei nuovi articoli, il 20.3.3 del codice amministrativo, introdotti per criminalizzare il dissenso nel paese.

Ufficialmente l’accusa non viene ricondotta al disegno, ma a un commento contro la guerra pubblicato da Aleksei sul social network russo “Odnoklassniki”.

Passano pochi mesi e, nel dicembre 2022, viene aperto un procedimento penale contro Aleksei per “ripetuto discredito” delle forze armate. Il motivo? Un commento su “Odnoklassniki” riguardante l’uccisione di civili a Bucha da parte delle forze russe e sui prigionieri di guerra ucraini a Elenivka.

 

STOP ALLA REPRESSIONE DEL DISSENSO IN RUSSIA

 

In contemporanea, una commissione locale sui minorenni compila un rapporto per limitare i diritti genitoriali di Aleksei e della madre di Masha, Olga, che non è stata presente nella crescita della ragazza.

 

 

Il 1 marzo 2023, Aleksei viene trasferito in detenzione preventiva e Masha mandata in orfanotrofio.

Inizia una campagna nazionale e internazionale che riesce a far trasferire Aleksei ai domiciliari, ma non a riunirlo alla figlia. A fine marzo, Aleksei viene condannato a due anni di carcere.

“Ti voglio molto bene, e ricordati che non hai nessuna colpa. Ti sosterò sempre e tutto quello che stai facendo è giusto. […] Ti prego, non arrenderti. Continua a credere, sperare e amare. Un giorno ci siederemo a tavola e ricorderemo tutto questo. Ti voglio bene. Spero, no anzi, so che non ti arrenderai. Tu sei forte, noi siamo forti […] e io pregherò per te e per noi, papà. Ti voglio bene, sei un eroe. Il mio eroe” – queste alcune delle righe della lettera scritta da Masha per il papà dall’orfanotrofio.

La notte prima della sentenza, Aleksei scappa dai domiciliari e arriva a Minsk, in Bielorussia. Il 30 marzo, viene arrestato, picchiato e maltrattato dalle forze di sicurezza bielorusse. La sua sorte e le sue condizioni rimangono sconosciute per più di un mese, fino a quando viene ritrovato in Russia.

Passa poco meno di un mese, quando la madre di Masha, non per sua volontà, ma perché richiesto dalle autorità, la preleva dall’orfanotrofio. In contemporanea, le autorità russe decidono di non sottrarre ad Aleksei la custodia della ragazza.

Ma tuttora Masha continua a rimanere isolata dal padre e dal mondo. Aleksei è detenuto a Tula.

La storia di Masha e Aleksei è simile a quella di tante altre persone che ogni giorno, in Russia, criticano pacificamente la guerra e provano a raccontare la verità sui crimini commessi in Ucraina.

Le persone che hanno il coraggio di parlare non devono essere abbandonate: noi siamo al loro fianco.

Aiutaci a chiedere la fine della repressione del dissenso.

 

STOP ALLA REPRESSIONE DEL DISSENSO IN RUSSIA