Condannato a morte il ricercatore Ahmadreza Djalali - Amnesty International Italia

Condannato a morte il ricercatore Ahmadreza Djalali

24 ottobre 2017

Ahmadreza Djalali con la sua famiglia

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Ahmadreza Djalali, ricercatore nel campo della medicina dell’emergenza, nato in Iran e residente in Svezia è stato condannato a morte.

Arrestato in Iran nell’aprile del 2016, è accusato del reato di “corruzione sulla Terra“. Oltre alla pena di morte l’accusa ha chiesto una multa equivalente a 200.000 euro. La sentenza, mostrata a uno dei suoi avvocati, sostiene che Djalali lavorava per conto del governo israeliano, che lo aveva aiutato a ottenere il permesso di soggiorno in Svezia.

Per sette mesi, tre dei quali passati in isolamento, non ha potuto incontrare un avvocato. Anche dopo quel periodo, i legali di sua scelta sono stati rifiutati dal tribunale.

Amnesty International ha sollecitato le autorità iraniane ad annullare urgentemente la condanna a morte di  Djajali, che ha svolto studi e ricerche in Svezia, Italia e Belgio, è stato arrestato in Iran nell’aprile 2016.

Ahmadreza Djalali è stato condannato a morte al termine di un processo profondamente irregolare che mette in evidenza non solo l’ostinazione delle autorità iraniane per l’uso della pena di morte ma anche il loro enorme disprezzo per lo stato di diritto“, ha dichiarato in una nota ufficiale Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e sull’Africa del Nord di Amnesty International.

In un audio pubblicato su YouTube il 22 ottobre, Ahmadreza Djalali afferma che, durante l’isolamento, è stato costretto per due volte a rilasciare “confessioni” di fronte a una telecamera, leggendo una dichiarazione scritta dai funzionari che lo interrogavano.

Aggiunge che è stato sottoposto a forti pressioni, attraverso torture psicologiche e minacce di metterlo a morte e di arrestare i suoi figli, per obbligarlo a “confessare” di fare spionaggio per conto di un “governo nemico”. Infine, nega le accuse nei suoi confronti sostenendo che sono state fabbricate dai funzionari del ministero dell’Intelligence che lo stavano interrogando.

Mentre le autorità iraniane stanno stringendo i legami con i paesi dell’Unione europea, è assurdo che usino le relazioni accademiche di Djajali con l’Europa come ‘prove’ a suo carico“, ha sottolineato Luther.

La moglie di Ahmadreza Djalali, Vida Mehrannia, residente in Svezia con i loro due figli, ha denunciato ad Amnesty International che la salute fisica e mentale del marito è rapidamente peggiorata dall’arresto. “Chiediamo il suo rilascio, perché non ha commesso alcun reato”, è stato il suo appello.

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