Egitto, report Amnesty sulla Procura per la sicurezza dello Stato

Egitto, la Procura per la sicurezza dello stato è “un minaccioso strumento di repressione”: il report

27 novembre 2019

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In un nuovo rapporto sull’Egitto intitolato “Stato d’eccezione permanente“, riveliamo le complicità della Procura suprema nelle sparizioni forzate, nella privazione arbitraria della libertà, nei maltrattamenti e nelle torture.

La Procura – responsabile delle indagini sulle minacce alla sicurezza nazionale – ha imposto lunghi periodi di carcere a migliaia di persone sulla base di accuse inventate e privando in modo evidente i detenuti del diritto a un processo equo.

La Procura ha abusato regolarmente delle norme antiterrorismo per annullare le garanzie sul giusto processo e perseguire migliaia di persone che hanno criticato il governo in modo pacifico.

Nel rapporto descriviamo decine di casi di difensori dei diritti umani e persone che hanno criticato in modo pacifico il governo, portate di fronte alla Procura suprema.

L’elenco comprende Zyad el-Elaimy, avvocato per i diritti umani ed esponente del Partito socialdemocratico egiziano, arrestato per aver cercato di fondare una coalizione parlamentare chiamata “Coalizione della speranza” per partecipare alle elezioni parlamentari del 2020; e Abeer el-Safty, una giornalista arrestata per essersi opposta alla richiesta della polizia di votare in un referendum del 2019.

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La Procura speciale ha ampiamente abusato dei suoi poteri per prendere di mira gli oppositori del governo, nel contesto di sei anni di una repressione senza precedenti.

Un nuovo stato d’emergenza è stato proclamato nel 2017 e da allora è stato continuamente rinnovato.

Il nostro rapporto documenta 138 casi di persone arrestate dalla Procura suprema dal 2013 al 2019. Si basa su oltre 100 interviste, sulla revisione di atti giudiziari e verbali di polizia, su referti medici, video e rapporti di organizzazioni non governative e delle agenzie delle Nazioni Unite.

Di questi 138 casi, 56 riguardano persone arrestate per aver preso parte a proteste o per aver fatto dichiarazioni sui social media e 76 persone arrestate sulla base delle loro attività politiche o in favore dei diritti umani recenti e passate; infine, sei persone sono accusate di essere state coinvolte in atti di violenza.

Nella maggior parte dei casi, queste persone risultano indagate per l’accusa di militanza o favoreggiamento del terrorismo o di altri gruppi illegali.

In realtà, molte di loro sono detenute solo sulla base di prove segrete emerse dalle indagini della polizia, che la massima corte egiziana ha stabilito nel 2015 non rappresentare di per sé delle prove, o sulla base di contenuti diffusi online che criticano le autorità egiziane ma non costituiscono incitamento.

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Prolungate detenzioni arbitrarie

La Procura suprema abusa regolarmente dei poteri speciali affidatile dalla legislazione egiziana, che consente la detenzione preventiva di una persona sospettata di aver commesso un reato per un massimo di 150 giorni. Contro il rinnovo è possibile fare ricorso ma la decisione su chi debba esaminarlo – un giudice o un membro della Procura suprema – è lasciata alla discrezionalità di quest’ultimo organismo.

Dopo i primi 150 giorni, la Procura suprema chiede ai “tribunali speciali antiterrorismo” di rinnovare la detenzione preventiva per periodi di 45 giorni. Anche in questa fase è la stessa Procura suprema a decidere chi dovrà esaminare il ricorso. Persino quando un giudice ordina il rilascio di un detenuto, la Procura suprema aggira la sentenza ordinando la detenzione della persona interessata per una nuova diversa accusa.

La detenzione preventiva dura in media 345 giorni e che in un caso si è estesa per 1263 giorni, al termine dei quali è avvenuto il rilascio senza rinvio a processo. In questo periodo, è raro che i detenuti vengano interrogati più di una volta.

La Procura suprema è riuscita a trattenere arbitrariamente in carcere per mesi e a volte per anni migliaia di persone per vaghe accuse di “terrorismo”.

Complicità nella tortura e nelle sparizioni forzate

Nel rapporto evidenziamo come la Procura suprema sia complice nelle sparizioni forzate e nella tortura.

La Procura suprema rifiuta sistematicamente di disporre indagini sulle denunce di sparizione forzata e tortura e presenta ai processi delle confessioni estorte con la tortura. In alcuni casi, imputati giudicati colpevoli sulla base di questo genere di prove sono stati messi a morte.

Abbiamo documentato 112 casi di sparizione forzata per periodi fino a 183 giorni, prevalentemente per responsabilità dell’Agenzia per la sicurezza nazionale.

Dal rapporto emerge inoltre come la Procura suprema non abbia indagato su 46 casi di maltrattamenti e torture da noi sollevati.

La Procura suprema, infine, omette sistematicamente di informare i detenuti sui loro diritti, nega loro l’accesso agli avvocati e li sottopone a interrogatori coercitivi in cui i detenuti sono bendati, trattenuti in condizioni inumane e minacciati che subiranno ulteriori interrogatori e torture da parte dell’Agenzia per la sicurezza nazionale.

Nascondere la repressione

Due mesi fa le autorità egiziane hanno reagito a una rara ondata di proteste con una massiccia serie di arresti, oltre 4000, per lo più eseguiti a caso nel giro di poche settimane. La Procura suprema ha aperto indagini sulla maggior parte degli arrestati per il loro presunto coinvolgimento nelle proteste e per accuse relative a fatti di “terrorismo”.

A livello globale, le autorità cercano di nascondere la repressione della libertà di espressione sostenendo che stanno combattendo il ‘terrorismo’. In realtà stanno considerando ‘terrorismo’ anche l’opposizione pacifica e l’espressione delle opinioni. La comunità internazionale non dev’essere tratta in inganno da questa ingannevole retorica. Gli alleati dell’Egitto non devono sacrificare i loro principi basati sui diritti umani sull’altare degli affari e dei legami di sicurezza. Devono sollecitare le autorità egiziane a riformare la Procura suprema e a rilasciare tutte le persone in carcere per aver espresso pacificamente le loro idee o per aver difeso i diritti umani“, ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

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