Gianni Rufini all’ambasciata dell’Iran: scongiurare l’esecuzione di Djalali - Amnesty International Italia

Gianni Rufini all’ambasciata dell’Iran: scongiurare l’esecuzione di Djalali

27 ottobre 2017

Ahmadreza Djalali con la sua famiglia

Tempo di lettura stimato: 4'

Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia, ha consegnato all’ambasciatore della Repubblica islamica dell’Iran in Italia le ultime firme raccolte nei quattro giorni dopo la condanna a morte del medico iraniano Ahmadreza Djalali.

Altre 35.000 firme erano state inviate all’ambasciata nei mesi precedenti.

La consegna è avvenuta il 27 ottobre nel corso di un incontro cui hanno preso parte anche la senatrice Elena Ferrara e il senatore Luigi Manconi, che hanno presentato all’ambasciatore il testo dell’interpellanza, indirizzata al ministro degli Affari esteri Alfano, sottoscritta da oltre 130 senatrici e senatori appartenenti a tutti gli schieramenti politici, che chiede che venga scongiurata l’esecuzione di Djalali.

Le accuse contro Djalali

Arrestato in occasione dell’ultima sua visita in Iran, nell’aprile 2016, per sette mesi – tre dei quali passati in isolamento – Djalali non aveva potuto incontrare un avvocato.

Djajali è stato condannato a morte per “aver sparso corruzione sulla terra“, un reato di derivazione coranica che fa riferimento ai comportamenti disonesti e che, ai tempi d’oggi, comprende le attività di spionaggio.

La sentenza contro Djalali: è condannato a morte

Secondo la sentenza, che uno dei suoi avvocati ha potuto leggere, Djalali lavorava per il governo israeliano che lo aveva pagato in cambio di informazioni sui programmi militari e nucleari iraniani e poi lo aveva aiutato a ottenere il permesso di soggiorno in Svezia.

In una conferenza stampa tenuta il giorno dopo la condanna a morte, il procuratore di Teheran si è spinto ad associare Djalali alle uccisioni, risalenti al 2010, dei due docenti ed esperti di nucleare Massoud Ali-Mohammadi e Majid Shahriari.

Due giorni prima della sentenza, in un audio pubblicato su YouTube, Ahmadreza Djalali aveva denunciato che, durante l’isolamento, era stato costretto per due volte a rilasciare “confessioni” di fronte a una telecamera, leggendo una dichiarazione scritta dai funzionari che lo interrogavano. Aggiungeva di essere stato sottoposto a torture psicologiche e minacce di metterlo a morte e di arrestare i suoi figli, per obbligarlo a “confessare” di fare spionaggio per conto di un “governo nemico”, un’accusa del tutto fabbricata dai servizi segreti iraniani.

Ahmadreza Djalali: le preoccupazioni della famiglia

Per protesta, Djalali aveva iniziato uno sciopero della fame il 24 febbraio. Tuttavia, a causa dell’ulteriore peggioramento della sua salute che ne aveva causato il ricovero, ha deciso di interrompere lo sciopero della fame il 6 aprile.

La moglie, Vida Mehrannia, residente in Svezia con i loro due figli, ha denunciato ad Amnesty International che la salute fisica e mentale del marito è rapidamente peggiorata dall’arresto. “Chiediamo il suo rilascio, perché non ha commesso alcun reato”, è stato il suo appello.

 

puoi attivarti su