La strage silenziosa dei rifugiati nel Mar Mediterraneo: le nostre colpe

La strage silenziosa dei rifugiati nel Mar Mediterraneo: le nostre colpe

2 agosto 2019

Tempo di lettura stimato: 3'

La rotta del Mediterraneo centrale – intrapresa ogni anno da decine di migliaia di donne, uomini e bambini in cerca di salvezza a bordo di barche fatiscenti – è diventata sempre più pericolosa e contraddistinta da un alto tasso di mortalità.

Le persone in fuga da guerre, persecuzioni e carestie che tentano la traversata del Mediterraneo – spesso già provate da prolungati periodi di detenzione nelle carceri libiche, uno dei paesi con il maggior numero di partenze –, sono sempre più esposte al rischio di morte a causa della progressiva scomparsa di entità – internazionali, governative e non governative – dedite al soccorso in mare.

La sostanziale inattività delle missioni europee, come il decadimento della missione Sophia, e l’inasprimento delle politiche italiane in tema di migrazione, hanno di fatto posto le basi per quella che da più parti è stata definita una vera e propria “ecatombe” nel Mar Mediterraneo.

Una responsabilità di tutta l’Europa e dell’Italia che, dal 2016, iniziarono a investire nel rafforzamento della capacità delle autorità marittime libiche di pattugliare le loro coste, intercettare in mare rifugiati e migranti diretti verso l’Europa e riportarli in Libia, oltre che a stringere accordi informali con milizie coinvolte nel traffico dei rifugiati e migranti.

Sono state ignorate, invece, le richieste più volte lanciate dalle organizzazioni della società civile di riformare strutturalmente le politiche migratorie europee e garantire l’apertura di canali sicuri e regolari per rifugiati e migranti, in misura adeguata alla gravità della situazione.

Se osserviamo nello specifico gli ultimi 12 mesi, oltre ai naufragi, purtroppo già accaduti in passato, a partire dal suo insediamento a giugno 2018, il nuovo governo italiano ha deciso di assicurare e spettacolarizzare il blocco di nuovi arrivi di persone straniere via mare trattenendole per giorni senza una base legale o un ordine della magistratura.

Le conseguenze della politica dei “porti chiusi” e della complementare strategia di criminalizzazione e denigrazione delle Ong – iniziata già con il provvedimento del precedente ministro dell’Interno Marco Minniti e il codice di condotta delle Ong – sono ormai evidenti: con l’annichilimento delle flotte non governative votate al soccorso in mare, nei mesi estivi si è registrato uno spaventoso aumento del tasso di mortalità in mare.

La fine di Mare Nostrum e il fallimento delle missioni europee

Quando la cosiddetta “emergenza migranti” ha iniziato a farsi sentire sulle coste italiane era l’estate del 2012. Un anno dopo, sull’onda emotiva del naufragio del 3 ottobre che ha visto perdere la vita in mare oltre duecento persone, il governo italiano ha lanciato la cosiddetta operazione Mare Nostrum, destinata al salvataggio in mare dei migranti che cercavano di attraversare il Canale di Sicilia salpando dalle coste libiche per raggiungere il territorio italiano e maltese.

Il 31 ottobre 2014, il governo italiano ha inopportunamente deciso di sospendere Mare Nostrum. Al suo posto è stata istituita l’operazione Triton, una vasta missione a guida europea, che ha puntato più che altro al controllo delle frontiere. Mare Nostrum e Triton sono risultate così due operazioni del tutto differenti, nel mandato, nei numeri, nel bilancio e nelle forze impiegate.

A Triton è subentrata nel 2018 l’operazione Themis, più coerente con le nuove rotte migratorie.

Collaterale è l’operazione Sophia, avviata nel 2015 e oggi prorogata dai Paesi Ue ma senza più le sue navi per adempiere al suo mandato, che si concentrava principalmente sugli sbarchi e il salvataggio delle persone in mare.

cifre

Vite inghiottite dal mare

Stando ai dati diffusi dall’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), nei primi cinque mesi del 2019 sono 543 le persone morte nel tentativo di raggiungere l’Europa, di queste 343 solo nel Mediterraneo centrale.

La proporzione di persone morte in mare rispetto a quelle partite dalle coste libiche è passata da 1 persona ogni 29 partite nel 2018 a 1 ogni 6 persone di quest’anno.

Un dato in linea con le tendenze degli ultimi cinque anni: nessuna rotta migratoria del Mediterraneo, via terra o via mare, ha visto morire nel quinquennio 2014-2019 (fonte Unhcr) tanti esseri umani quanti quella dal Nord Africa all’Italia: 14.768 persone inghiottite dal mare, a cui si aggiungono i 1.878 morti in Grecia e i 1.189 della Spagna.

Nel corso degli ultimi mesi si sono moltiplicati i casi in cui le poche Ong ancora presenti nel Mediterraneo hanno prestato soccorso ad alcune decine di migranti. Le conseguenti difficoltà nel trovare un porto italiano dove poter sbarcare, unitamente all’indifferenza mostrata troppo spesso dall’Europa nel voler trovare una soluzione alla gestione dei flussi, hanno costituito una evidente violazione dei diritti umani.

Non basta chiudere i porti

Il 2018 in particolare è stato un anno terribile: sono arrivate meno persone rispetto all’anno precedente, ma in proporzione ne sono morte molte di più. Il 5,3 per cento delle persone che si erano messe in mare per arrivare sulle coste italiane non ce l’ha fatta, un record assoluto sia rispetto agli anni precedenti che agli altri paesi di destinazione.

Il nostro paese aveva registrato infatti il 2,4 per cento dei decessi sul totale dei migranti nel 2017 e il 2,5 per cento nel 2016. Nel 2018 la Grecia ha registrato un decesso su 300 persone, la Spagna 1,2 su 100 e l’Italia, come si diceva, 5,3 su 100.

Gli accordi con la Libia

Stando ai dati diffusi dal Viminale sono 2.144 le persone arrivate in Italia dal 1 gennaio al 10 giugno 2019, l’85 per cento in meno rispetto al 2018, il 96 per cento rispetto al 2017.

Si tratta di uno dei numeri più bassi degli ultimi anni ed è frutto di una serie di eventi correlati: innanzitutto la linea dura del governo giallo-verde, che ha apertamente contrastato gli sbarchi, da un anno a questa parte.

Ma a ridurre gli arrivi in Italia ha contribuito anche l’attività della Guardia costiera libica, che dall’inizio dell’anno ha riportato indietro a Tripoli 2.747 persone (dati Unhcr aggiornati al 10 giugno) tra cui circa 270 bambini.

Nei fatti, sono oggi di più le persone costrette a tornare nel paese da cui cercano di fuggire, e dove sono in corso violenti scontri, nonostante tutte le organizzazioni internazionali abbiamo ormai formalmente dichiarato che la Libia non può essere considerato un porto sicuro. Infine, da almeno due anni, si è intensificato l’impegno del nostro paese per bloccare i flussi nei paesi di origine e transito dei migranti. Come testimonia il report “Sicurezza e migrazione”.

Decreto sicurezza e decreto sicurezza bis

A peggiorare le condizioni di quei profughi e migranti che sono riusciti a salvarsi dalla traversata del Mediterraneo, e a giungere in Italia, contribuiscono il Decreto sicurezza e il Decreto sicurezza bis, due provvedimenti fortemente voluti dal ministero dell’Interno.

Con il Decreto sicurezza approvato a settembre 2018, le nuove regole previste per l’immigrazione aumentano il numero di reati che comportano la sospensione della domanda d’asilo da parte di cittadini stranieri. Questi includono lo spaccio, la violenza sessuale, la rapina e la resistenza a pubblico ufficiale.

Il decreto, inoltre, cancella la protezione per motivi umanitari. È soprattutto quest’ultimo aspetto, quello che sta facendo più discutere al momento.

La protezione umanitaria fino ad oggi veniva rilasciata nelle situazioni in cui non erano presenti i presupposti per la concessione dell’asilo, ma si era comunque davanti a persone in fuga da conflitti, persecuzioni, disastri naturali o altri gravi eventi. La sua durata era di due anni e permetteva di accedere al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Insomma, si trattava di un permesso di soggiorno, che inseriva in qualche modo il suo beneficiario nel tessuto socio-economico del paese.

La maggior parte delle persone migranti in Italia appartiene a questa categoria.

Con la Legge n.32 del 2018, il permesso per la protezione umanitaria, emesso dalle Commissioni per la decisione sull’asilo, è stato sostituito da alcuni permessi speciali rilasciati dal “Questore”, il responsabile della sicurezza della provincia, in “casi speciali”: per le vittime di violenza domestica o grave sfruttamento del lavoro, per chi ha bisogno di cure mediche o per persone provenienti da un paese che si trova in una situazione di “calamità eccezionale” o per quei migranti che si sono distinti per “atti di particolare valore civile”. Questo aspetto centralizza i limitati permessi speciali e rafforza la marginalizzazione del migrante e le condizioni di fragilità che lo caratterizzano.

Le persone che invece avevano già un permesso umanitario, sono state sfrattate dai centri di accoglienza in cui erano ospitate. Ad esse sono stati riconosciuti solo un permesso temporaneo che li conduce verso una condizione di sicura irregolarità, qualora il permesso non venga convertito prima della sua scadenza.

Queste persone – destinatarie di protezione umanitaria e dunque fino a poco fa in stato di perfetta regolarità – si ritrovano da un momento all’altro in una condizione di irregolari. Questo a meno che non riescano a ottenere un permesso di soggiorno reale, o a traslare verso le altre due forme di protezione esistenti in Italia: protezione sussidiaria e status di rifugiato politico. Un’ipotesi, questa, molto remota.

Con il Decreto Sicurezza bis si concretizza il pugno di ferro contro chi soccorre i migranti.

Nell’articolo 1 del decreto, infatti, si stabilisce che il ministro dell’Interno “può limitare o vietare l’ingresso il transito o la sosta di navi nel mare territoriale per ragioni di ordine e sicurezza“, ovvero quando si presuppone che sia stato violato il testo unico sull’immigrazione e in particolare si sia compiuto il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina“.

Questo articolo in particolare è stato criticato da diversi esperti perché pone una questione di conflitto di competenze tra ministero dell’Interno, ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture e ministero della Giustizia.

Il Decreto Sicurezza bis attribuisce al Viminale e alle Direzione distrettuali antimafia competenze che erano prima del ministero dei Trasporti e delle Procure ordinarie.

Porti chiusi e migranti lasciati in balia del mare: tutti i casi

Abbiamo raccolto tutti gli episodi in cui l’intervento di Ong, ma anche di navi militari italiane e imbarcazioni private, si è scontrato con le politiche del governo italiano, lasciando in balia del mare – per giorni e giorni – persone innocenti e in fuga da fame e guerre in cerca di un luogo sicuro.

Proactiva Open Arms agosto 2019
ancora in mare
124 persone

Il primo agosto a largo della Libia la Ong Open Arms ha salvato 65 persone. Considerando anche quelle salvate la notte precedente a bordo ci sono complessivamente 124 naufraghi. Il gommone soccorso da Open Arms si trovava a circa 70 miglia dalle coste di Zuwarah, in acque internazionali, e la sua posizione è stata segnalata alla Ong catalana da Alarm Phone, il servizio telefonico che fornisce ai migranti un numero da chiamare in caso di difficoltà. Ora chiedono un porto sicuro.