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Amnesty International ha dichiarato oggi che le autorità iraniane stanno usando il pretesto di quelle che chiamano “condizioni del tempo di guerra” per intensificare la repressione del dissenso attraverso arresti arbitrari di massa, procedimenti giudiziari velocizzati e gravemente iniqui, esecuzioni politiche, pesanti condanne al carcere e confische di proprietà personali.
A partire dall’attacco militare illegale lanciato dagli Usa e da Israele il 28 febbraio 2026, le autorità iraniane hanno arrestato arbitrariamente oltre 6000 persone: manifestanti, giornalisti, avvocati, difensori dei diritti umani, dissidenti e membri di minoranze etniche e religiose. Alti funzionari della magistratura hanno ordinato processi velocizzati contro le persone arrestate, anche per reati che prevedono la pena di morte, tra diffuse preoccupazioni circa il ricorso a sparizioni forzate, maltrattamenti, torture e l’estorsione di “confessioni” da usare in processi vergognosamente iniqui. Nello stesso periodo le autorità iraniane hanno inflitto condanne a decine di anni di carcere e messo a morte almeno 39 prigionieri per motivi politici.
Le autorità iraniane hanno poi apertamente minacciato di compiere uccisioni di massa nei confronti di chiunque esprimesse dissenso o invocasse la caduta della repubblica islamica e hanno etichettato le persone che le criticavano come “traditori” e “collaboratori del nemico”.
Le autorità iraniane hanno infine sistematicamente isolato oltre 90 milioni di persone attraverso il blackout di Internet – il più lungo e soffocante mai registrato, durato 88 giorni e terminato con limitazioni il 26 maggio 2026 – che ha violato il loro diritto alla libertà d’informazione mentre contemporaneamente accusavano di spionaggio, un reato punibile con la pena di morte, coloro che svolgevano attività online.
Il blackout di Internet ha gravemente ostacolato la dettagliata raccolta di informazioni sulle violazioni dei diritti umani. Per redigere il presente comunicato stampa, Amnesty International ha parlato con dieci fonti informate fuori dall’Iran, tra le quali parenti di vittime, difensori dei diritti umani e giornalisti. L’organizzazione ha inoltre analizzato video pubblicati online, messaggi testuali inviati dalle autorità e notizie fornite da organi d’informazione indipendenti e organizzazioni per i diritti umani fuori dall’Iran.
Dopo il blackout senza precedenti iniziato il 28 febbraio e durato 88 giorni, Internet ha ripreso a funzionare il 26 maggio, il giorno dopo l’ordine dato dal presidente Masoud Pezeshkian, tra segnalazioni di limitazioni, filtri ancora attivi, censura, sorveglianza e persecuzione di coloro che cercano di utilizzare reti private virtuali (Vpn).
Il blackout di Internet è stato un elemento centrale della strategia repressiva delle autorità e ha creato condizioni in cui massicci crimini di diritto internazionale hanno potuto essere commessi nell’impunità.
Le forze di polizia (note con l’acronimo Faraja), il ministero dell’Intelligence e i Guardiani della rivoluzione hanno inviato messaggi di testo descrivendo le attività online alla stregua di questioni di sicurezza nazionale e minacciando di arresti, processi, confische di proprietà e altre punizioni previste dalla Legge sullo spionaggio – che prevede la pena di morte – chi provava ad accedere alla rete tramite Vpn o connessioni via satellite.
Questi messaggi, oltre che al pubblico in generale, sono stati indirizzati a utenti singoli, identificati attraverso le loro attività online, accusati di reati e avvisati che qualsiasi link a “stati ostili” o al “regime sionista” sarebbe stato punito ai sensi della Legge sullo spionaggio.
In altri messaggi di testo si ammoniva che fotografare le aree danneggiate dagli attacchi aerei e condividere tali immagini sulle piattaforme online o con i mezzi d’informazione sarebbe stato considerato “collaborazione col nemico”. Infine, si invitavano le persone a informare le autorità circa “attività sospette” di conoscenti.
Il 17 maggio 2026 il capo della polizia, Ahmadreza Radan, ha annunciato che dal 28 febbraio erano state arrestate oltre 6500 persone, definite “traditori e spie”.
Le autorità e i mezzi d’informazione statali hanno denigrato sistematicamente le persone arrestate definendole “traditori”, “mercenari”, “terroristi”, “membri di gruppi controrivoluzionari”, “agenti di potenze straniere” e “collaboratori del nemico”.
Queste persone sono state accusate, secondo quanto reso noto dalle fonti ufficiali, di collaborazione con Israele e/o con gli Usa; possesso, vendita o uso di equipaggiamenti di Starlink; diffusione sulle piattaforme social di contenuti riguardanti il conflitto; espressione di opinioni favorevoli agli attacchi aerei, contrarie alla repubblica islamica e/o esultanti per la morte di alte autorità; invio di immagini dei siti colpiti dagli attacchi aerei statunitensi e israeliani a media “ostili”, compresi quelli in lingua persiana situati fuori dall’Iran; diffusione di notizie false e dicerie per recare disturbo all’opinione pubblica; scrittura di slogan in luoghi pubblici, cooperazione con organi d’informazione “terroristi”; “offesa all’indipendenza e alla libertà dell’Iran e alle figure sacre dell’Islam”; “propaganda contro lo stato, la bandiera e i simboli nazionali e religiosi”.
Le autorità iraniane hanno sfruttato il contesto bellico per reprimere ulteriormente la società civile, arrestando, minacciando o convocando per interrogatori centinaia di manifestanti, difensori dei diritti umani, avvocati, giornalisti e altri operatori dell’informazione, attivisti, sindacalisti, studenti, docenti, familiari di vittime e, infine, membri di minoranza etniche (come l’araba, la beluca e la curda) e religiose (tra cui baha’i e cristiani).
Sono stati presi di mira avvocati che difendevano imputati in processi per motivi politici, come Amir Raisan e Milad Panahipour, che il 29 aprile 2026 sono stati incriminati per “diffusione di menzogne” e “propaganda contro il sistema” per aver espresso pubblicamente preoccupazione per il procedimento ai danni del loro cliente, Ehsan Hosseinpour Hesarloo, diciottenne, che rischia l’impiccagione per aver preso parte alle manifestazioni del gennaio 2026.
Nell’ambito della loro azione repressiva contro il dissenso, le autorità giudiziarie hanno ordinato di identificare, congelare e confiscare conti bancari, proprietà e holding finanziarie a seguito di accuse di cooperazione con “stati nemici” o “mezzi d’informazione ostili”.
Nel marzo 2026 il potere giudiziario ha annunciato lo sviluppo del sistema digitale “Saham”, in grado di identificare rapidamente, confiscandone le proprietà, persone definite “terroristi e agenti mercenari affiliati al nemico sionista e ad altri stati ostili”. Da allora, secondo quanto dichiarato da fonti ufficiali, sono stati confiscati beni e proprietà a oltre 750 “traditori” e “agenti del nemico” residenti in Iran o all’estero, compresi giornalisti della diaspora.
Le autorità iraniane hanno fatto ricorso a detenzioni senza contatti col mondo esterno, sparizioni forzate, maltrattamenti, torture e “confessioni” estorte e hanno negato alle persone arrestate l’accesso a un avvocato.
Tra le persone sottoposte a sparizione forzata è risultata, per sei settimane a partire dal 1° aprile 2026, la nota avvocata e difensora dei diritti umani Nasrin Sotoudeh, poi rimessa in libertà su cauzione il 13 maggio. Altre due difensore dei diritti umani, Astareh (Maryam) Ansari ed Elham Zera’tpisheh, risultano scomparse rispettivamente dal 3 e dal 4 maggio 2026, così come la giornalista e difensora dei diritti umani Mary Mohammadi, convertita al cristianesimo, scomparsa dal febbraio 2026 e della quale si sa solo che il 2 aprile è stata trasferita in una località sconosciuta.
Amnesty International ha documentato casi di maltrattamenti e torture sin dal 28 febbraio 2026, come finte esecuzioni, pistole infilate in bocca, percosse, sospensioni per le mani e per i piedi, isolamento prolungato e diniego di cibo e cure mediche.
L’organizzazione per i diritti umani ha esaminato 18 video, trasmessi in televisione prima del processo o in diversi casi il giorno dell’impiccagione, di “confessioni” estorte: nelle immagini si vedono persone visibilmente provate “confessare” di aver condiviso video di attacchi aerei con mezzi d’informazione stranieri.
Amnesty International ha ricevuto denunce di svariate morti in custodia. Hesam Alaeddin era stato arrestato nell’aprile 2026 mentre chiedeva informazioni sul fratello, arrestato settimane prima per il possesso di attrezzature per la connessione via Starlink. Alcune settimane dopo, i familiari di Hesam Alaeddin hanno ricevuto una telefonata in cui gli si chiedeva di andare a ritirare il suo cadavere.
La stessa richiesta ha ricevuto, il 2 aprile 2026, la famiglia di Hossein Ghavi (Silavi), appartenente alla minoranza araba ahwazi, arrestato alla fine di marzo nella provincia del Khuzestan dai Guardiani della rivoluzione per aver filmato aree bombardate e aver inviato le immagini all’estero.
Le autorità iraniane hanno aumentato il ricorso alla pena di morte come strumento di oppressione politica, annunciando apertamente processi velocizzati per reati capitali nei confronti di persone accusate di collaborazione con Israele e/o con gli Usa.
La più alta autorità giudiziaria iraniana, il capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei, ha ripetutamente fatto riferimento a motivi di sicurezza e alle “condizioni del tempo di guerra” per minacciare pene durissime.
FERMIAMO LE ESECUZIONI IN IRAN
Anche dopo l’annuncio, il 19 aprile 2026, del fragile cessate il fuoco, lo stesso Ejei ha ordinato procedimenti velocizzati contro “la fanteria e i complici dell’aggressore nemico”. Simili minacce sono state espresse dai procuratori di diverse province iraniane.
Il 23 maggio 2026 il dipartimento della giustizia della provincia del Semnan ha annunciato, come “lezione per altre persone”, la condanna a 26 e 27 anni di carcere nei confronti di due donne accusate di “aver stabilito contatti con organizzazioni nemiche e aver inviato contenuti video e informazioni necessarie al nemico per minacciare azioni contro l’intera popolazione dell’Iran”.
Dal 28 febbraio 2026 sono stati impiccati almeno 39 prigionieri per accuse politicamente motivate, al termine di processi gravemente iniqui segnati dalla tortura: 16 persone che avevano preso parte a manifestazioni, nove dissidenti, 10 “spie” e quattro imputati giudicati colpevoli di “ribellione armata contro lo stato”.
“La comunità internazionale non deve permettere alle autorità iraniane di usare il conflitto come una cortina fumogena dietro la quale rafforzare la sua macchina repressiva e compiere crimini di diritto internazionale nell’impunità. La crisi dei diritti umani e dell’impunità in Iran richiede un’azione diplomatica internazionale sostenuta e urgente per impedire ulteriori crimini e istituire percorsi di giustizia internazionale, anche attraverso il deferimento alla Corte penale internazionale, da parte del Consiglio di sicurezza, della situazione in Iran”, ha dichiarato Erika Guevara Rosas, alta direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International.