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“Ho ricevuto una telefonata da una parente la mattina (del 27 ottobre) alle 8.
Mi ha detto ‘Enrico è morto. In paese si dice che l’hanno ammazzato.’”
– Alessandra Galeani, ex moglie di Enrico Lombardo
Enrico ha 42 anni e vive a Spadafora, un piccolo comune sul mare in provincia di Messina.
È stato sposato con Alessandra Galeani, con la quale ha avuto una figlia, Erika, e poi ha avuto altri figli da una nuova compagna. Anche in questo caso, però, la relazione è finita.
La notte tra il 26 e 27 ottobre 2019, Enrico si trova sotto casa della sua ultima ex compagna. È agitato e ha fatto uso di sostanze, vuole vedere i suoi figli.
Al rifiuto della donna, lui diventa insistente e lei, spaventata, decide quindi di chiamare i carabinieri.
Inizia una colluttazione tra Enrico e uno degli agenti che, in difficoltà, viene aiutato da due colleghi. Uno colpisce Enrico con un manganello.
A quel punto gli agenti lo fanno cadere a terra, lo ammanettano e lo immobilizzano.
Il video della colluttazione e di tutto quello che succede fino all’arrivo dei soccorsi viene registrato dall’ultima ex compagna di Enrico, la stessa che ha chiamato i carabinieri.
Nelle riprese l’uomo viene schiacciato sull’asfalto per venti minuti e tre agenti gli bloccano movimenti e respirazione.
Oppone resistenza, ma a un certo punto cede. Si sente un rantolo, poi nulla: Enrico è morto.
Nonostante l’intervento dei soccorsi del 118, sollecitati proprio dalla donna che ha fatto le riprese, non è stato possibile salvarlo.
All’arrivo dell’ambulanza non mostra già più segni di vita, ma il decesso viene dichiarato in un secondo momento.
A vedere il corpo di Enrico dopo la morte ci va la sua prima ex moglie Alessandra con la figlia Erika. Sono proprio loro a vederlo pieno di lividi ed ecchimosi.
Alessandra ed Erika iniziano così la loro lunga lotta per ottenere verità e giustizia per Enrico.
L’inchiesta sul caso viene aperta dalla procura di Messina. Sono indagati un carabiniere, per aver immobilizzato in maniera prolungata l’uomo e due soccorritori del 118 e un medico per omicidio colposo.
Dall’esame autoptico emerge infatti un ritardo nell’uso del defibrillatore.
In questa fase, la procura chiede l’archiviazione del caso: nessun colpevole, in quanto la morte di Enrico è stata dovuta a manovre di compressione e contenimento, necessarie per immobilizzarlo.
Il colpo alla testa, che gli ha fatto perdere molto sangue, viene attribuito a un urto con una cabina telefonica nel momento in cui è caduto a terra.
Secondo la famiglia (Alessandra ed Erika) e il suo legale Pietro Pollicino, le cose però sono andate diversamente.
L’esame della traccia ematica sul manganello usato quella notte restituisce infatti un quadro di violenza. Inoltre, quel manganello non appartiene al carabiniere indagato dalla procura di Messina ma a un altro agente presente sul posto.
Viene quindi richiesta la riapertura delle indagini.
La famiglia e il legale decidono dunque di percorrere un’altra strada e adire la Corte di cassazione, che accoglie il ricorso il 26 giugno 2023.
Il 27 ottobre 2023 il Tribunale di Messina dichiara inammissibile il reclamo contro l’archiviazione delle indagini ribadendo che non ci sono ulteriori elementi da valutare rispetto a quelli già presi in considerazione dal giudice per le indagini preliminari.
L’ultimo tentativo della famiglia e dell’avvocato è quello di presentare una richiesta di revoca di quell’ordinanza, ma anche questa viene rigettata il 23 novembre 2023.
Quella notte rimane ancora oggi piena di fatti non chiariti.
Dalle dinamiche della colluttazione al tempo che ci è voluto per rendersi conto che Enrico aveva perso i sensi fino a quando sono stati effettivamente chiamati i soccorsi e quando sia effettivamente morto.
Le manovre attuate per contenere Enrico sono state necessarie e proporzionate alla sua pericolosità, considerato anche il suo stato di alterazione psico-fisica e la presenza di tre agenti contro uno?
Secondo i carabinieri, Enrico è morto per un malore; per la famiglia, a causa delle percosse e del ritardo nell’intervento dei soccorsi.
Attualmente, quindi, il caso rimane irrisolto per “mancanza di elementi da valutare.”
La storia che hai appena letto fa parte della serie curata da Amnesty International Italia intitolata “Storie di violenza di stato”.
Da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, da Andrea Soldi a Davide Bifolco. Attraverso fatti di cronaca che hanno scosso l’Italia ripercorreremo le lotte per la verità e la giustizia di familiari e amici.
Storie che, in alcuni casi, sono ancora senza giustizia.
Storie che abbiamo già raccontato in questi anni: