Sud Sudan: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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Repubblica del Sud Sudan

Capo di stato e di governo: Salva Kiir Mayardit

I responsabili di gravi violazioni dei diritti umani commesse durante il conflitto armato hanno continuano a godere dell’impunità. Nonostante un cessate il fuoco e un accordo di pace, sono rimasti uccisi civili in scontri sporadici tra forze governative e gruppi armati. Le parti del conflitto hanno ostacolato l’accesso umanitario e almeno tre operatori umanitari sono rimasti uccisi nel fuoco incrociato. Milioni di persone hanno subito una situazione di insicurezza alimentare e di cure mediche carenti. Minori sono stati reclutati con la forza come bambini soldato e si sono verificate intense violenze sessuali legate al conflitto. I corpi di sicurezza hanno arrestato arbitrariamente e detenuto presunti oppositori e critici del governo, inclusi giornalisti, e ci sono state drastiche restrizioni alle libertà d’espressione e di assemblea. Dopo due anni di smentite da parte di esponenti governativi, nel 2019 un Comitato dell’Onu ha concluso che fosse “altamente probabile” che due aperti critici del governo fossero stati rapiti in Kenya e fossero stati vittime di un’esecuzione extragiudiziale nel Sud Sudan nel 2017. Sono state messe a morte 11 persone. La violenza su donne e ragazze rimane diffusa.

Contesto

Dopo un conflitto armato durato decenni e terminato nel 2005, il 9 luglio 2011 il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan, solo per precipitare nuovamente in un brutale conflitto nel dicembre 2013. L’accordo di pace firmato nel 2015 è durato un solo anno, nel 2017 è stato firmato un totale cessate il fuoco e a settembre 2018 un accordo di pace rivitalizzato. Le parti non sono riuscite a formare il governo rivitalizzato di transizione di unità nazionale (Transitional Government of National Unity – RTGoNU) di cui si parla per due volte nell’accordo di pace del 2019. Il conflitto ha causato migliaia di vittime civili, moltissime persone con disabilità fisiche, centinaia di migliaia di sfollati interni e la più grande crisi di rifugiati dell’Africa, con oltre due milioni di persone in cerca di un rifugio altrove. Nel 2017, in alcune zone del Sud Sudan è stata anche dichiarata una carestia. Gli anni di conflitto hanno provocato una crisi di salute mentale devastante.

Conflitto armato

Nonostante l’accordo di pace in essere, le forze governative e i gruppi armati sono stati protagonisti di scontri sporadici, soprattutto al sud. Sebbene alcuni sfollati inizino a tornare a casa, gli scontri, la minaccia del ritorno alla violenza in alcune aree e l’occupazione delle loro abitazioni e proprietà hanno reso il rientro a casa volontario poco sicuro per molte persone.

Tutte le parti del conflitto hanno continuato a commettere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e del diritto internazionale dei diritti umani, inclusi attacchi indiscriminati, reclutamento e sfruttamento di bambini e atti di violenza sessuale. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha), a ottobre, tre operatori umanitari sono rimasti uccisi dal fuoco incrociato durante gli scontri sfociati tra i gruppi armati.

Diritti dei bambini durante il conflitto

Il conflitto ha avuto un effetto devastante sui bambini. La task force dell’Onu sul paese, incaricata di monitorare e denunciare la situazione dei minori nel conflitto armato, ha documentato 194 episodi di gravi violazioni commesse contro i bambini dai gruppi armati e dagli agenti di sicurezza dello stato, tra cui il reclutamento e l’utilizzo di bambini nei combattimenti e in ruoli di supporto come facchini, cuochi e spie, uccisioni e mutilazioni, stupri e altre forme di violenza sessuale e rapimenti. Ha anche registrato 13 episodi in cui le scuole sono state occupate per scopi militari e cinque attacchi diretti contro le scuole.

Nonostante i gruppi armati e l’esercito abbiano rilasciato almeno 150 bambini nel corso dell’intero anno, i gruppi armati e le forze governative hanno rapito minori e reclutato bambini soldato nel tentativo di accrescere i numeri, prima del processo di acquartieramento che puntava a riunire tutti i soldati del governo e dell’opposizione in siti separati e designati.

Violenza sessuale durante il conflitto

Tutte le parti in conflitto hanno perpetrato atti di violenza sessuale, usati anche come tattica per colpire i membri di un altro gruppo etnico. Sebbene, al solito, i casi siano stati ampiamente sottostimati, la Missione Onu in Sud Sudan ha verificato 93 episodi di violenze sessuali legate al conflitto contro donne, uomini, ragazze e ragazzi tra il dicembre 2018 e il novembre 2019, inclusi stupri di gruppo, violenza carnale e tentato stupro, mutilazione sessuale e nudità forzata. Donne e ragazze sono state colpite in modo sproporzionato. Tra i colpevoli figurano milizie locali, combattenti in attesa del processo di acquartieramento e altri gruppi armati e forze di sicurezza governative.

A marzo, l’esercito ha lanciato un piano d’azione per fronteggiare la violenza sessuale legata al conflitto. Il piano è stato concordato nel comunicato congiunto del 2014 tra il governo e il Rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale durante i conflitti e ha fornito, tra le altre cose, un coordinamento rafforzato tra il sistema giudiziario militare e quello civile e indagini accurate volte a escludere i colpevoli di violenza sessuale dalle forze armate. A giugno, Riek Machar, leader del principale gruppo armato di opposizione, ha avallato un piano d’azione simile.

Impunità

Non sono state condotte indagini credibili sui crimini di diritto internazionale, né sono state perseguite le persone sospettate di responsabilità penale per abusi o violazioni dei diritti umani, tantomeno dall’inizio del conflitto nel 2013. Amnesty International ha condotto interviste con 47 persone collegate al settore giudiziario e a ottobre ha pubblicato un rapporto secondo il quale i sistemi giudiziari nazionali sono caratterizzati da una grave mancanza di indipendenza e il governo non ha la volontà politica di punire i responsabili.

Il governo ha anche continuato a bloccare l’avviamento del Tribunale misto del Sud Sudan, che ha disposto gli accordi di pace nel 2015 e nel 2018, per far fronte al retaggio delle violenze passate e fornire giustizia, verità e riparazione alle vittime del conflitto del 2013.

Tortura, detenzione arbitraria e altri maltrattamenti

Il Servizio di sicurezza nazionale (National Security Service – Nss) e la Direzione dell’intelligence militare (Military Intelligence Directorate – Mid) hanno arrestato arbitrariamente presunti critici e oppositori del governo, inclusi giornalisti e membri della società civile, e li hanno detenuti arbitrariamente per periodi prolungati in condizioni ostili, senza un’accusa o una prospettiva di processo. Ai detenuti è stato negato il diritto di far riesaminare la detenzione da un tribunale e sono stati spesso soggetti a tortura o altre forme di maltrattamento.

Le condizioni detentive nelle strutture gestite dall’Nss a Juba, la capitale, erano molto dure. Le celle erano sovraffollate e ai detenuti venivano negati cibo, acqua e cure mediche adeguati. Alcuni sono stati anche tenuti in incommunicado. A giugno, un tribunale speciale ha condannato sei uomini a una pena detentiva da due a 13 anni in seguito a un processo estremamente fazioso. Sono stati condannati per il loro presunto ruolo in una rivolta nel centro detentivo del quartier generale dell’Nss a Juba nell’ottobre 2018. Uno di loro, Peter Biar Ajak, un accademico e attivista, è stato condannato per aver promosso la violenza pubblica e per disturbo della quiete pubblica, mentre un altro, Kerbingo Agok Wol, un imprenditore, è stato giudicato colpevole di vari crimini contro lo stato. Peter Biar Ajak e Kerbino Agok Wo erano stati arrestati arbitrariamente dall’Nss rispettivamente nel luglio 2018 e nell’aprile 2018. Dopo le condanne, furono trasferiti dal centro di detenzione dell’Nss alla prigione centrale di Juba, dove sono rimasti; alla fine dell’anno, i loro appelli contro le condanne erano ancora in attesa di giudizio.

Anche gli ufficiali del Mid hanno effettuato arresti arbitrari, tra cui almeno quattro ragazzi ad agosto, che in seguito sono stati detenuti arbitrariamente per aver criticato l’ex-governatore dell’ex Stato dei Laghi.

Pena di morte

Durante l’anno, le autorità hanno messo a morte 11 persone. Solo a febbraio sono stati messi a morte sette uomini nella prigione centrale di Juba e nella prigione centrale di Wau; tre di loro appartenevano alla stessa famiglia. Alla famiglia dei tre uomini non è stato recapitato alcun avviso delle esecuzioni. A settembre, nella prigione centrale di Wau un ragazzo è stato impiccato per omicidio. Era stato incarcerato e condannato a morte dalla Corte Suprema nell’ex Stato dei Laghi quando aveva solo 17 anni.

Alla fine dell’anno, Magai Matio Ngong era ancora nel braccio della morte nella prigione centrale di Juba, in attesa dell’appello contro la sua condanna. È stato condannato a morte nel 2017, quando aveva solo 15 anni, dopo un processo senza assistenza legale, giudicato colpevole per l’omicidio del cugino, sebbene l’accusato avesse dichiarato che si era trattato di un incidente.

Esecuzioni extragiudiziali

Ad aprile, la Commissione di esperti dell’Onu per il Sud Sudan ha pubblicato un rapporto in cui concludeva che era “altamente probabile” che due aperti critici del governo, Dong Samuel Luak, un avvocato dei diritti umani, e Aggrey Ezbon Idri, un membro dell’opposizione politica, fossero state vittime di esecuzione extragiudiziale a opera di agenti dell’Nss il 30 gennaio 2017, mentre erano detenuti in una struttura nella tenuta del presidente a Luri, alla periferia di Juba. La Commissione ha affermato che gli uomini erano stati rapiti dagli agenti dell’Nss a Nairobi, in Kenya, circa una settimana prima delle loro morti e trasportati in aereo nel Sud Sudan, dove sono stati detenuti nel quartier generale dell’Nss a Jebel, a Juba, per poi essere trasferiti in una struttura nella tenuta del presidente.

I governi di Kenya e Sud Sudan hanno sistematicamente negato il loro coinvolgimento. Le autorità sud-sudanesi non sono riuscite a condurre un’indagine indipendente ed efficace su quelle che sembrano essere esecuzioni extragiudiziali. A luglio, avvocati dei diritti umani hanno fatto causa al governo keniota e a quello sud-sudanese presso la Corte di giustizia dell’Africa Orientale (East Africa Court of Justice) per la sparizione forzata e l’omicidio extragiudiziale dei due uomini. A dicembre, il governo statunitense ha imposto delle sanzioni a cinque persone che riteneva responsabili dei fatti.

Libertà d’espressione e di assemblea

Le autorità hanno continuato a limitare il diritto alla libertà di espressione, prendendo di mira operatori della stampa, così come i difensori dei diritti umani e altre voci critiche, e sottoponendoli a molestie, arresti arbitrari e detenzione prolungata. Durante l’anno, sono stati detenuti giornalisti e operatori dei media. Le organizzazioni stampa sono state sospese e i corrispondenti esteri, considerati o come critici del governo o come suoi alleati, si sono visti revocare l’accredito stampa. L’Nss ha fatto largo uso di informatori per infiltrarsi e fornire informazioni sugli individui sospetti di essere critici del governo. Ciò ha portato all’autocensura e ha prodotto un ambiente in cui le persone non potevano lavorare o parlare liberamente.

Il ministro dell’Informazione, delle telecomunicazioni e dei servizi postali ha continuato a bloccare i siti di informazione online Radio Tamazuj e Sudan Tribune, così come i blog Nyamilepedia e Paanluel Wel. Le autorità hanno sospeso il quotidiano Al-Watan per aver operato senza licenza, [(due) mesi dopo che l’Autorità per la stampa e l’Nss avevano avvertito il giornale di smettere di riportare le proteste antigovernative]. L’Nss ha continuato a censurare la stampa.

È stato violato il diritto all’assemblea pacifica. A maggio, a Juba, ai manifestanti è stato impedito di partecipare a una manifestazione pacifica dopo che il governo ha spiegato in strada l’esercito, effettuato ispezioni casa per casa e minacciato i manifestanti. La manifestazione era condotta dal Red Card Movement (Rcm), un movimento della diaspora sud-sudanese che chiede una società libera, equa e aperta nel Sud Sudan e un cambio di governo pacifico. Subito dopo la comparsa dell’Rcm e il suo annuncio circa i piani per svolgere manifestazioni pacifiche, i membri sospetti sono stati colpiti con restrizioni arbitrarie, arresti, molestie e intimidazioni. Le proteste dell’Rcm si sono svolte in Australia, negli Stati Uniti, in Etiopia, in Kenya e in Sudan. I manifestanti in Kenya e in Etiopia hanno affermato di essere stati presi di mira da agenti dell’Nss e minacciati di rapimento.

Violenza contro donne e ragazze

La violenza contro donne e ragazze resta diffusa. Le organizzazioni per i diritti delle donne hanno continuato a denunciare casi di famiglie che forzavano le figlie a sposarsi in cambio della dote, incluse ragazze minori di 18 anni, una pratica che ha avuto spesso un impatto deleterio sulla loro salute sessuale. Ad aprile, una donna di 20 anni è stata uccisa perché si è rifiutata di sposare un uomo scelto dalla sua famiglia. Ad agosto, il presidente della Corte suprema ha annunciato che erano in corso dei progetti per istituire un tribunale speciale per la violenza di genere, che includerebbe anche i casi di violenza domestica.

Mancato accesso umanitario

Le parti coinvolte nel conflitto hanno ostacolato l’accesso di controlli per il cessate il fuoco, dello staff Onu e del personale umanitario nelle aree colpite.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari ha riferito che nel 2019 almeno 7,1 milioni di persone necessitavano di assistenza umanitaria e la Classificazione della fase di sicurezza alimentare integrata (Integrated Food Security Phase Classification) ha stimato che circa 6,9 milioni di persone rischiavano di affrontare una grave insicurezza alimentare.

La terribile situazione umanitaria è stata aggravata dalle alluvioni catastrofiche iniziate a luglio e che hanno distrutto la vita e i mezzi di sostentamento di quasi un milione di persone, inclusi 490.000 bambini secondo l’Unicef, impedendo loro di accedere a cibo, acqua pulita e servizi essenziali.

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