India: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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Repubblica dell’India

Capo di stato: Ram Nath Kovind

Capo di governo: Narendra Modi

Il governo ha revocato lo status speciale al Jammu e Kashmir e avviato un giro di vite su vasta scala, arrestando leader e attivisti d’opposizione e negando loro un giusto processo, interrompendo i canali di comunicazione e bloccando l’accesso ad alcuni servizi.

Quasi due milioni di persone si sono trovate improvvisamente a rischio di apolidia a causa dell’introduzione di procedure arbitrarie e discriminatorie.

I difensori dei diritti umani hanno affrontato enormi ostacoli, tra cui arresti arbitrari, periodi di detenzione e procedimenti giudiziari, che le autorità utilizzavano come metodi per costringerli al silenzio, in un contesto in cui la libertà d’espressione era censurata da leggi draconiane.

Milioni di famiglie appartenenti alle comunità native delle foreste hanno vissuto sotto la minaccia di sgomberi forzati.

Le donne non sono state adeguatamente tutelate contro la violenza sessuale, la violenza domestica, le molestie e la discriminazione.

C’è stata una grave mancanza di giustizia per gli omicidi e altri attacchi compiuti da gruppi di vigilantes contro centinaia di persone a causa della loro religione, etnia, casta e identità di genere.

Jammu e Kashmir

Ad agosto, il governo ha revocato lo status speciale al Jammu e Kashmir, garantito ai sensi dell’art. 370 della costituzione indiana, e ha diviso lo stato in due territori dell’Unione.

In tutta la regione, il provvedimento è stato preceduto e seguito da un ampio giro di vite sulle libertà civili, da una crescente militarizzazione, dal blocco delle comunicazioni e dall’arresto di alcuni leader politici di spicco, tra cui Farooq Abdullah, Omar Abdullah e Mehbooba Mufti. Allo scopo di ridurre al silenzio le critiche, centinaia di leader e attivisti politici sono stati arrestati ai sensi di varie norme sulla detenzione amministrativa. Non sono stati forniti dati ufficiali sul numero delle persone arrestate, sul loro accesso a legali e membri della famiglia, né informazioni sul luogo e il motivo della detenzione.

Le restrizioni imposte dal governo hanno impedito a giornalisti e attivisti di documentare in modo indipendente e di condividere le informazioni sulla situazione, anche con riferimento alle segnalazioni di violazioni dei diritti umani.

L’accesso ai servizi di medicina d’emergenza, all’assistenza medica, all’istruzione e ad altri servizi pubblici è stato gravemente limitato.

Gli esperti sui diritti umani delle Nazioni Unite, tra cui il Relatore speciale sulla promozione e protezione della libertà d’espressione, il Relatore speciale sulla situazione dei difensori dei diritti umani, il Gruppo di lavoro sulle sparizioni forzate o involontarie, il Relatore speciale sul diritto di riunione pacifica e associazione e il Relatore speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, hanno descritto il giro di vite come “una forma di punizione collettiva”.

Nonostante alcuni servizi di comunicazione come linee telefoniche, reti mobili, servizi di messaggistica siano stati successivamente ripristinati, l’accesso a Internet è rimasto bloccato. La metà di tutte le interruzioni dell’accesso a Internet nel paese era stata registrata nella valle del Kashmir; l’India ha registrato il più alto numero al mondo di interruzioni della rete.

Prima di agosto, in tutto il paese si sono verificati attacchi mirati, vessazioni e arresti arbitrari contro donne e uomini originari del Kashmir, dopo che in un attentato suicida avvenuto a febbraio a Pulwama, nel Jammu e Kashmir, erano stati uccisi 42 membri delle forze di sicurezza.

Negli stati settentrionali, principalmente nel Uttarakhand, Haryana e Bihar, studenti universitari e commercianti del Kashmir sono stati picchiati, minacciati e intimiditi da alcuni gruppi nazionalisti indù; per questo molti studenti universitari hanno abbandonato i loro atenei. A giugno, le autorità hanno negato alla Sezione Indiana di Amnesty International il permesso di tenere un evento per la presentazione di un briefing sull’uso improprio della draconiana legge sulla pubblica sicurezza del Jammu e Kashmir, a Srinagar, capitale della regione, citando testualmente come motivazione del rifiuto “la normativa vigente e la situazione dell’ordine pubblico”.

Discriminazione

Ad agosto, le autorità dello stato di Assam hanno reso pubblico il Registro nazionale dei cittadini, dal quale erano rimasti esclusi quasi due milioni di persone, mettendoli improvvisamente a rischio di apolidia.

L’unico rimedio a disposizione degli esclusi per non diventare apolidi era di rivolgersi ai tribunali per gli stranieri, un organo semi giudiziario, le cui procedure sono state in molti casi arbitrarie e le decisioni discriminatorie e fondate su pregiudizi, in particolare contro le donne per le quali era più complicato ottenere il rilascio dei documenti d’identità necessari per provare il loro status. Questi tribunali, presieduti da membri con limitata esperienza giudiziaria, spesso dichiaravano le persone “stranieri irregolari” a causa di semplici errori amministrativi, come piccole differenze nella trascrizione dei loro nomi o delle date di nascita negli elenchi elettorali.

Più di 1.000 dichiarati “stranieri” sono stati trattenuti in uno dei sei centri di detenzione dello stato di Assam, dove c’erano costanti condizioni di sovraffollamento e mancava una separazione tra detenuti in attesa di giudizio, prigionieri condannati e individui sottoposti a fermo.

La Sezione Indiana di Amnesty International ha inoltre documentato un deterioramento delle condizioni di salute psicofisica tra i detenuti. A Goalpara, nello stato di Assam, era in costruzione il “centro di detenzione più grande dell’India”, progettato per contenere all’incirca 3.000 persone classificate come “straniere”.

Leggi repressive

Sono stati approvati numerosi emendamenti repressivi a normative come la legge sulla cittadinanza, la legge (preventiva) sulle attività illecite (Unlawful Activities (Prevention) Act – Uapa), la legge sulle persone transgender (a protezione dei diritti) e la legge sul diritto all’informazione (Right to Information Act – Rti).

Durante la sessione parlamentare monsonica, la principale legislazione antiterrorismo indiana, la Uapa, è stata emendata per permettere al governo di catalogare un dato individuo come terrorista. La modifica ha introdotto una definizione oltremodo generica e ambigua di “atto terroristico”, conferendo poteri smisurati al governo di classificare come terrorista un qualsiasi cittadino o attivista. La norma aveva lo scopo di incriminare individui con un ruolo attivo nella società, vietare qualsiasi pensiero critico e criminalizzare il dissenso. Nella stessa sessione, è stato anche indebolito il contenuto della Rti.

Le modifiche così introdotte hanno minacciato l’indipendenza delle commissioni sull’informazione, conferendo al governo centrale il potere di determinarne competenze, salari e condizioni di servizio. A dicembre, durante la sessione parlamentare invernale, è stata approvata la legge sulle persone transgender (a protezione dei diritti). Oltre a indebolire i diritti delle persone transgender e intersessuate, la normativa violava gli obblighi internazionali dell’India sui diritti umani e la storica sentenza emessa dalla Corte suprema nel 2014 nel caso giudiziario Nalsa vs. Unione dell’India.

Tra le varie criticità, la legge stabiliva una non ben definita procedura burocratica che le persone transgender avrebbero obbligatoriamente dovuto seguire per ottenere il riconoscimento legale della loro identità di genere.

Nella stessa sessione, è stata approvata la legge (emendamento) sulla cittadinanza che permetteva ai migranti irregolari di acquisire la cittadinanza indiana attraverso un processo di naturalizzazione e registrazione. Tuttavia, la legge limitava questa opportunità soltanto a coloro che professano la religione indù, ai sikh, buddisti, giainisti, parsi e ai cristiani provenienti da Afghanistan, Bangladesh e Pakistan, purché entrati in India entro il 31 dicembre 2014.

La legge inoltre ha ridotto da undici a cinque anni l’obbligo di residenza in India al fine di acquisire la cittadinanza per naturalizzazione, per queste particolari comunità. Oltre ad avere un impatto negativo sui rifugiati e richiedenti asilo, gli emendamenti hanno inciso anche sui diritti umani dei cittadini indiani, in particolare quelli di religione musulmana. Nella sessione invernale del parlamento, il ministro dell’Interno dell’Unione, Amit Shah, ha annunciato l’intenzione di creare un Registro nazionale dei cittadini, che avrebbe certificato la cittadinanza di oltre 1,3 miliardi di persone in tutto il paese, sollevando preoccupazioni per i musulmani rimasti esclusi dal registro.

Sull’onda delle proteste contro la legge che hanno percorso l’intera nazione, il governo centrale ha temporaneamente abbandonato tale intenzione. La dura risposta della polizia alle proteste ha causato la morte di almeno 25 persone e migliaia di arresti.

Libertà d’espressione

Per poter svolgere le loro attività, i difensori dei diritti umani hanno affrontato enormi ostacoli come arresti arbitrari, periodi di fermo e procedimenti giudiziari, a cui le autorità ricorrevano per ridurli al silenzio.

Nove noti attivisti dei diritti umani, arrestati nel 2018 ai sensi della legge (preventiva) sulle attività illecite, sono rimasti arbitrariamente detenuti per “avere ingaggiato una guerra contro il paese”. Tutti e nove erano attivamente impegnati a favore delle fasce più emarginate della popolazione indiana, come i dalit e gli adivasi, e avevano espresso la loro opposizione alla linea politica del governo. A febbraio, la polizia del Maharashtra ha arrestato il docente Anand Teltumbde, accusato di essere coinvolto nelle violenze di Bhima Koregaon, verificatesi vicino a Pune nel 2018, e di legami con il Partito comunista dell’India (maoista), messo al bando. È stato rilasciato il 4 febbraio, il giorno seguente al fermo, dopo che un tribunale aveva dichiarato illegale il suo arresto.

A giugno, l’ufficio investigativo centrale ha intentato una causa penale contro il Collettivo degli avvocati con l’accusa di avere violato la legge (regolamento) sui contributi esteri, una normativa che limita indebitamente il diritto delle organizzazioni di ricevere sovvenzioni dall’estero. Il Collettivo, tra l’altro, fornisce un servizio di assistenza legale gratuita ed è impegnato nella difesa dei diritti dei gruppi emarginati.

Sono state ancora utilizzate accuse draconiane di sedizione allo scopo di criminalizzare il dissenso. Pa Ranjith, cineasta e attivista dei diritti dalit, Hard Kaur, una cantante rap, e Shehla Rashid, politica e attivista del Kashmir, erano tra le numerose persone sulle quali pendevano accuse di sedizione per avere criticato il governo. Il 7 giugno, il giornalista Prashant Kanojia è stato arrestato per sedizione nella capitale, Nuova Delhi, dopo avere postato sui social network critiche verso il primo ministro dello stato di Uttar Pradesh. Il 12 giugno, la Corte suprema ne ha disposto il rilascio su cauzione ma rimanevano le accuse a suo carico.

Il 3 ottobre, 49 note personalità indiane sono state accusate di sedizione per aver sottoscritto una lettera aperta indirizzata al primo ministro Narendra Modi, in cui gli chiedevano di intervenire concretamente per contrastare i crimini d’odio. Nella loro lettera, avevano citato i dati forniti dal governo e da altre fonti indipendenti, per mettere in luce l’aumento dei crimini d’odio e la diminuzione delle condanne per questa tipologia di reati.

Sia il governo centrale sia i governi degli stati dell’Unione hanno represso le proteste pacifiche che si sono tenute in tutto il paese (anche in diverse università e altri istituti di minoranze) contro la discriminatoria legge (emendamento) sulla cittadinanza. I vari governi statali hanno sia arrestato i manifestanti che protestavano contro la legge sia imposto divieti ai sensi della sezione 144 del codice di procedura penale. Le autorità hanno reagito alle proteste con dimostrazioni di forza, arresti di massa e blocchi di Internet su vasta scala. Nel solo Uttar Pradesh, sono state uccise più di 18 persone, compreso un bambino di otto anni, più di 5.000 arrestate.

Diritti dei popoli nativi

Il 13 febbraio, la Corte suprema, in risposta a una petizione depositata da associazioni conservazioniste, ha ordinato lo sgombero di tutti gli abitanti delle foreste dell’India, dopo che le loro richieste di poter rimanere sulle loro terre ancestrali erano state respinte dagli stati sulla base della legge sui diritti forestali.

Secondo il ministero degli Affari tribali, il provvedimento avrebbe colpito quasi due milioni di famiglie. Il governo centrale ha deciso di intervenire e, il 28 febbraio, la Corte ha sospeso l’ingiunzione di sgombero in attesa di ricevere ulteriori informazioni dagli stati, allo scopo di accertare se questi avessero seguito tutte le procedure previste prima di respingere le istanze. A fine anno, nessuno degli stati aveva ancora fornito una risposta alla Corte.

A giugno, i Relatori speciali sull’alloggio adeguato, sui diritti dei popoli nativi e sui diritti umani delle persone sfollate hanno espresso preoccupazione per l’impatto negativo dell’ordinanza della Corte suprema sulla vita di milioni di persone appartenenti a comunità tribali.

Diritti delle donne

Le donne hanno continuato a essere vittime di violenza sessuale e domestica, anche per mano dei mariti o di altri parenti, e a subire molestie sessuali sul luogo di lavoro, in un contesto in cui i perpetratori continuavano a restare impuniti.

Ad aprile, una donna impiegata come assistente aggiunto di tribunale presso la Corte suprema ha accusato di molestie sessuali il Chief Justice dell’India (Cji), in relazione a un episodio occorso nel 2018. Il Cji ha risposto incaricando un collegio di giudici di accertare che il reclamo non fosse in realtà motivato dal desiderio della querelante di attaccare l’indipendenza della magistratura. Secondo notizie di stampa, il Cji avrebbe affermato che la vittima era oggetto di un'”indagine penale ancora in corso”. Successivamente, il fascicolo

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