Algeria: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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REPUBBLICA ALGERINA DEMOCRATICA POPOLARE

Capo di stato: Abdelmadjid Tebboune (succeduto al presidente Abdelkader Bensalah a
dicembre, a sua volta succeduto a Abdelaziz Bouteflika ad aprile)

Capo di governo: Abdelaziz Djerad (succeduto al primo ministro Sabri Boukadoum a dicembre, a sua volta succeduto a Noureddine Bedoui a dicembre, che era succeduto ad Ahmed Ouyahia a marzo)

Le forze di sicurezza hanno risposto al movimento di protesta di massa Hirak facendo ricorso eccessivo o non necessario all’uso della forza per disperdere alcune manifestazioni, arrestando arbitrariamente centinaia di manifestanti, perseguendo e condannando decine di persone a pene detentive utilizzando articoli del codice penale come “danneggiamento dell’integrità del territorio nazionale” e “incitazione agli assembramenti non armati”. Le autorità hanno proibito le attività di diverse associazioni, spesso connesse alle proteste Hirak. Le forze di sicurezza hanno torturato e sottoposto a maltrattamenti gli attivisti. Le autorità hanno ordinato la chiusura di nove chiese cristiane. Le forze di sicurezza hanno arrestato e trattenuto migliaia di migranti subsahariani, trasferendone con la forza alcuni nell’estremo sud dell’Algeria ed espellendone altri in vari paesi. I gruppi per i diritti delle donne attivi nel movimento Hirak, hanno chiesto la fine di tutte le forme di violenza di genere e l’abrogazione del codice della famiglia, che discrimina le donne in materia di eredità, matrimonio, divorzio, affidamento e custodia dei figli. I rapporti fra persone dello stesso sesso hanno continuato a essere criminalizzati. Il diritto di costituire sindacati è stato indebitamente limitato. Sono state emesse condanne a morte; non ci sono state esecuzioni.

Contesto

A febbraio, è nato il movimento di protesta noto come Hirak (“movimento” in arabo), con milioni di algerini in marcia per lo più in modo pacifico nelle città di tutto il paese, per chiedere la “rimozione di tutti” quelli legati al potere dominante. Il 2 aprile, Abdelaziz Bouteflika si è dimesso dalla carica di presidente dopo 20 anni consecutivi. A maggio, la polizia ha arrestato decine di politici di alto profilo e uomini d’affari per corruzione e, da settembre, i tribunali li hanno condannati a pene carcerarie.

Malgrado la forte opposizione del movimento di protesta, a luglio il presidente ad interim Abdelkader Bensalah ha nominato una commissione di sei membri per sovrintendere un dialogo nazionale e a settembre ha annunciato elezioni presidenziali, che si sono tenute il 12 dicembre.

A novembre, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sulle libertà in Algeria chiamando il Servizio europeo per l’azione esterna, la Commissione europea e gli stati membri a sostenere i gruppi della società civile, i difensori dei diritti umani, i giornalisti e i manifestanti, organizzando visite alle prigioni e monitorando i processi.

Libertà d’espressione, associazione e assemblea

Le autorità per lo più hanno permesso lo svolgimento delle proteste Hirak ogni venerdì nella capitale Algeri, in contrasto con la proibizione de facto delle manifestazioni in vigore dal 2001. Comunque, da fine febbraio, le forze di sicurezza hanno disperso usando metodi eccessivi o non necessari diverse manifestazioni pacifiche ad Algeri e in altre città; l’hanno fatto con proiettili di gomma, gas lacrimogeno, idranti e manganelli. Il 19 aprile, Ramzi Yettou è morto in ospedale a seguito delle manganellate ricevute dalla polizia sulla via di casa dopo aver partecipato a una protesta la settimana precedente. Gli ufficiali di sicurezza hanno regolarmente limitato l’accesso ad Algeri i venerdì, soprattutto predisponendo speciali posti di blocco della gendarmeria e della polizia e minacciando di sequestrare veicoli e bus in entrata oltre a multare i conducenti.

Agenti di polizia e gendarmi, spesso in borghese, hanno arrestato arbitrariamente centinaia di manifestanti pacifici, spesso sequestrandone i cellulari per limitare la copertura delle proteste. A partire da giugno, i tribunali hanno processato oltre 100 manifestanti con accuse legate alle opinioni pacifiche espresse su o durante le proteste Hirak e a decine sono stati condannati al carcere.

Tra giugno e luglio, i procuratori hanno accusato almeno 34 manifestanti pacifici per “danneggiamento dell’integrità del territorio nazionale” semplicemente per essere in possesso o aver portato alla protesta la bandiera berbera. A ottobre e novembre, i tribunali hanno condannato almeno 28 di loro fino a 18 mesi di detenzione.

A settembre, almeno 24 attivisti sono stati accusati di “incitazione agli assembramenti non armati” e “danneggiamento dell’integrità del territorio nazionale” solamente per aver partecipato pacificamente alle proteste, aver sostenuto simboli o pubblicato immagini di questi o post online.

A novembre, con l’inizio della campagna elettorale presidenziale, le forze di sicurezza hanno intensificato gli arresti. Le organizzazioni per i diritti umani sul territorio hanno stimato che almeno 300 persone sono state arrestate solamente tra il 17 e il 24 novembre. A dicembre, le autorità hanno rilasciato almeno 13 manifestanti pacifici, e proibito le attività di diverse associazioni, spesso connesse alle proteste Hirak. Ad agosto, le autorità locali di Tichy nel nord dell’Algeria hanno vietato un’“università estiva” organizzata da Youth Action Rally, associazione attiva dal 1993 che coordina le attività delle proteste Hirak. Nello stesso mese, è stato proibito un incontro ad Algeri organizzato da gruppi politici formanti parte del “Patto dell’alternativa democratica” per discutere la situazione del paese.

Durante l’anno, almeno 10 giornalisti algerini che seguivano le proteste Hirak sono stati arrestati, trattenuti per alcune ore e interrogati sul loro lavoro, mentre quattro colleghi stranieri che facevano lo stesso sono stati arrestati e poi espulsi. Ahmed Benchemsi, direttore della comunicazione dell’advocacy per il Medio Oriente e il Nord Africa di Human Rights Watch, è stato arrestato il 9 agosto mentre osservava una protesta ad Algeri, trattenuto per 10 ore ed espulso dopo 10 giorni.

Da giugno, le autorità hanno regolarmente bloccato l’accesso ai siti d’informazione indipendenti Tout sur l’Algérie e Algérie Part, apparentemente per censurare il loro resoconto delle proteste.

I difensori dei diritti umani e i politici sono stati nel mirino anche in altri contesti.

Il 31 marzo, l’attivista per i diritti delle minoranze Kamel Eddine Fekhar, ex presidente della sezione della Lega algerina per la difesa dei diritti umani nella città di Ghardaïa, è stato arrestato con un altro attivista per un post online che criticava le autorità giudiziarie locali. Kamel Eddine Fekhar ha iniziato immediatamente uno sciopero della fame, che l’ha portato alla morte il 28 maggio, ancora sotto arresto. Il ministero della Giustizia ha annunciato un’indagine sull’episodio ma non ha reso pubblico nessun risultato.

Un tribunale militare ha condannato Louisa Hanoune, capo del Partito dei lavoratori, a 15 anni di carcere a settembre per “cospirazione” contro l’esercito dopo il suo incontro con due ex capi dell’intelligence e il fratello dell’ex presidente Bouteflika a fine marzo per discutere la situazione politica nel paese.

Le autorità hanno mantenuto molte associazioni, come Amnesty International Algeria, nel limbo legale, non rispondendo alle domande di registrazione inviate in ottemperanza alla Legge sulle associazioni, estremamente restrittiva.

Tortura e altri maltrattamenti

Le forze di sicurezza hanno torturato e sottoposto a maltrattamenti attivisti, soprattutto picchiandoli e trattenendoli in isolamento. A gennaio, il giornalista Adlène Mellah ha raccontato ad Amnesty International che, dopo l’arresto, i gendarmi l’hanno picchiato, sottoposto a un falso annegamento e messo un panno imbevuto di candeggina in bocca. Le autorità non hanno istruito un’indagine sulle sue accuse di tortura.

A novembre, secondo fonti affidabili, gli attivisti di Hirak Chems Eddine Brahim Lalami, Sofiane Babaci e Younes Rejal sono stati picchiati in stato di fermo. Alla fine dell’anno, Karim Tabbou, leader di Unione sociale e democratica, è stato trattenuto in isolamento prolungato dopo l’arresto a settembre a seguito della critica pubblica al capo dell’esercito.

Libertà di religione e culto

Le autorità in varie regioni hanno ordinato la chiusura di nove chiese cristiane, affermando che non ottemperavano al decreto del 2006 sui “culti non islamici” e agli standard di sicurezza.

A giugno, un tribunale della città portuale nordoccidentale di Mostaganem ha condannato un uomo cristiano con la condizionale e multato di 100.000 dinari (circa 700 euro) per aver tenuto un incontro di preghiera cristiana in casa. In un altro caso, Amar AitOuali è stato sanzionato di 50.000 dinari (circa 350 euro) per aver tenuto una messa sul proprio terreno in un villaggio vicino Akbou, una cittadina nella regione di Cabilia a est di Algeri, dopo la chiusura forzata della chiesa a ottobre 2018.

A ottobre, la polizia ha fatto irruzione e chiuso la più grande chiesa protestante d’Algeria, la Full Gospel Church di Tizi Ouzou, una città in Cabilia. Gli agenti sono entrati, hanno aggredito i fedeli e obbligato circa 15 di essi ad andarsene. Il giorno dopo, la polizia ha sigillato altre due chiese nella provincia di Tizi Ouzou. Il 17 ottobre, la polizia ha arrestato e poi rilasciato decine di persone che protestavano contro il giro di vite.

Migranti

Le forze di sicurezza hanno arrestato e trattenuto migliaia di migranti subsahariani. Ne hanno trasferito con la forza alcuni nell’estremo sud dell’Algeria ed espulso altri in diversi paesi. Secondo un’organizzazione internazionale che monitora la situazione sul campo in Algeria e in Niger, quasi 11.000 persone sono state espulse tra gennaio e novembre. La maggior parte degli espulsi proveniva dal Niger.

I diritti delle donne

I gruppi femministi e per i diritti delle donne attivi nel movimento Hirak, hanno domandato la fine di tutte le forme di violenza di genere e maggiore parità. Hanno richiesto l’abrogazione del codice della famiglia, che discrimina le donne in materia di eredità, matrimonio, divorzio, affidamento e custodia dei figli, e l’effettiva applicazione delle leggi adottate negli anni recenti, inclusa quella del 2015 che emenda il codice penale e criminalizza la violenza sulle donne.

Il codice penale ha continuato a contenere un “articolo di perdono”, che permette agli stupratori di evitare la condanna se ottengono il perdono della vittima, e a non riconoscere esplicitamente lo stupro matrimoniale come un reato.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e persone intersessuate

Il codice penale ha continuato a criminalizzare i rapporti con lo stesso sesso, prescrivendo una condanna al carcere da due mesi a due anni, o in certi casi da sei mesi a tre anni. Un attivista di un gruppo Lgbti algerino ha raccontato ad Amnesty International che, sebbene tali articoli vengano raramente usati, rendono le persone Lgbti vulnerabili e sono stati utilizzati per fare pressione sulle vittime Lgbti di crimini affinché ritirassero le loro denunce.

A dicembre, l’allora ministro dell’Interno Salahedine Dahmoune ha apostrofato i manifestanti che si opponevano alle elezioni presidenziali come “traditori, mercenari omosessuali”, causando indignazione.

Diritti dei lavoratori

Il codice del lavoro ha continuato a limitare indebitamente il diritto di costituire sindacati, limitando le federazioni e confederazioni a singoli settori occupazionali; permettendo soltanto a coloro che erano nati in Algeria o alle persone con nazionalità algerina da almeno 10 anni di formare sindacati; imponendo restrizioni ai finanziamenti provenienti dall’estero. Le autorità hanno continuato a negare la registrazione alla Confederazione autonoma generale dei lavoratori algerini, ente indipendente e intersettoriale, che aveva presentato domanda per la prima volta nel 2013.

Pena di morte

I tribunali hanno continuato a emettere condanne a morte. Nessuna esecuzione ha avuto luogo dal 1993.

 

  1. Amnesty International, Algeria: 41 arrestati per aver portato la bandiera berbera come le autorità hanno fatto un giro di vite sulla libertà d’espressione (Comunicato stampa, 5 luglio 2019), https://www. org/en/latest/news/2019/07/algeria-41-arrested-for-carrying-the-amazigh-flag-as-authorities-crack-down-on-freedom-of-expression/
  2. Amnesty International, Algeria: Fine repressione sulle proteste nel mezzo dell’ondata di arresti verso i dimostranti (Comunicato stampa, 19 settembre 2019), https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/09/algeria-end-clampdown-on-protests-amid-wave-of-arrests-targeting-demonstrators/
  3. Amnesty International, Algeria: Le autorità inaspriscono la repressione in vista delle elezioni presidenziali (Comunicato stampa, 5 dicembre 2019), https://www.amnesty.org/en/latest/news/2019/12/algeria-authorities-step-up-clampdown-ahead-of-the-presidential-elections/
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