Africa Subsahariana - Amnesty International Italia

Rapporto 2020 – 2021

Africa Subsahariana

Se c’era un barlume di speranza che nel 2020 potesse interrompersi la spirale di conflitti armati in Africa, gli incessanti combattimenti in diversi paesi dilaniati dalla guerra hanno cancellato qualsiasi motivo di ottimismo. L’impegno annunciato dai leader africani nel 2013 che promettevano di “far tacere le armi” entro il 2020 è rimasto irrealizzato. Al contrario, il rumore degli spari si è fatto sempre più forte, portandosi via migliaia di vite umane.

 

I conflitti armati in corso nella regione sono rimasti tutti caratterizzati da gravi abusi e violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme sui diritti umani. Dal decennale conflitto in corso nella Nigeria nordorientale, fino allo scoppio dei più recenti combattimenti nella regione del Tigrè in Etiopia, le forze di sicurezza, i gruppi armati e le milizie hanno compiuto atrocità nella totale impunità.

L’impatto devastante dei conflitti è stato aggravato dalla pandemia da Covid-19, oltre che dalle invasioni di locuste e dagli sconvolgimenti climatici. Questa convergenza di fattori ha avuto pesanti conseguenze sulle popolazioni della regione, svelando barriere profondamente radicate oltre che crepe strutturali interne nei sistemi di protezione dei diritti umani. In particolare, la pandemia ha messo in luce le pessime condizioni del sistema sanitario pubblico, oltre che le disparità nell’accesso ai diritti socioeconomici basilari. Contemporaneamente, le misure di lockdown e coprifuoco hanno esposto ancora di più donne e ragazze al rischio di subire violenza sessuale e altra violenza di genere, mentre le sopravvissute a questi episodi faticavano a ottenere consulenza legale, giustizia e assistenza medica. C’è stata anche qualche nota positiva, con importanti passi avanti compiuti nella protezione di donne e ragazze dalla discriminazione, a partire dalla prima condanna per un caso di stupro maritale in Eswatini, fino alla criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili in Sudan.

I governi hanno fatto ricorso all’uso eccessivo della forza per far rispettare le norme relative al Covid-19 e per disperdere le proteste. La pandemia è stata inoltre usata come pretesto dai governi per intensificare i giri di vite e la repressione contro il dissenso. Inoltre, le elezioni sono state caratterizzate da diffuse violazioni dei diritti umani.

 

CONFLITTO ARMATO E ATTACCHI CONTRO I CIVILI

In molte parti della regione sono continuati o si sono intensificati i conflitti con i gruppi armati e gli attacchi contro i civili. I gruppi armati hanno mantenuto un punto d’appoggio in Africa occidentale e nella regione del Sahel, attaccando i civili in Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria. In risposta, anche le forze di sicurezza statali hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani contro i civili. In Africa centrale, i gruppi armati hanno devastato molte vite in Camerun, Repubblica Centrafricana (Central African Republic – Car) e Ciad. Nell’Africa meridionale, la violenza che da tempo covava nella regione di Cabo Delgado, in Mozambico, si è intensificata, sfociando in aperto conflitto armato. Le regioni dei Grandi Laghi e del Corno d’Africa sono rimaste teatro di perduranti conflitti. Nella Repubblica Democratica del Congo (Democratic Republic of Congo – Drc), in Somalia, Sud Sudan e Sudan, i conflitti sono degenerati, seppur con vari livelli d’intensità ed estensione geografica. Un nuovo conflitto armato è divampato nella regione del Tigrè, in Etiopia, un paese afflitto anche da violenze intercomunitarie.

Tra febbraio e aprile, i governi di Burkina Faso, Mali e Niger hanno intensificato le operazioni militari per combattere i gruppi armati. Contemporaneamente, le forze di sicurezza si sono rese responsabili di gravi violazioni dei diritti umani contro i civili, in particolare esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate. In Nigeria, le forze governative hanno lanciato attacchi indiscriminati nel contesto del conflitto che infiamma il nord-est del paese. In uno dei vari episodi, almeno 10 bambini e sette donne sono rimasti uccisi, quando l’aviazione militare ha bombardato un villaggio nello stato di Borno.

In Mozambico, il conflitto armato nella provincia di Cabo Delgado aveva causato, dall’inizio dell’anno fino a settembre, 1.500 morti. Mentre i gruppi armati decapitavano civili, bruciavano case, saccheggiavano villaggi e rapivano donne e ragazze, le forze di sicurezza si rendevano responsabili di detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, tortura ed esecuzioni extragiudiziali di presunti membri o simpatizzanti di gruppi armati.

In Somalia, il comando militare americano responsabile delle operazioni militari in Africa (Usafricom) ha continuato a utilizzare droni e aerei con equipaggio per compiere durante l’anno più di 53 raid aerei. In due di questi, effettuati a febbraio, sono stati uccisi due civili e altri tre sono rimasti feriti. In Sud Sudan sono proseguiti, seppur sporadicamente, i combattimenti tra le parti coinvolte nel conflitto armato. I soldati hanno saccheggiato i beni personali dei civili, bruciato villaggi e distrutto proprietà, oltre a ospedali, chiese e scuole.

In Burkina Faso, sono proseguiti gli scontri tra gruppi armati, così come gli attacchi contro civili, spesso presi di mira per la loro appartenenza etnica. Altri attacchi e uccisioni da parte dei diversi gruppi armati hanno avuto luogo nei villaggi, nelle moschee e nei mercati di bestiame nel nord del paese, nelle regioni del Sahel e in quelle orientali. In Mali, decine di civili sono morte per mano di vari gruppi armati, specialmente nella regione centrale. In particolare, a luglio, uomini armati presumibilmente affiliati al Gruppo di supporto all’Islam e ai musulmani hanno attaccato diversi villaggi nei comuni di Tori e Diallassagou, uccidendo almeno 32 civili. In Nigeria, Boko haram si è reso responsabile della morte di oltre 420 civili e ha continuato a reclutare bambini soldato e a rapire donne e ragazze.

La crisi nella regione anglofona del Camerun è proseguita inesorabilmente. Gruppi armati separatisti hanno preso di mira persone percepite come sostenitori del governo. In un ennesimo truce episodio occorso a ottobre nella regione Sudoccidentale, uomini armati hanno ucciso otto alunni di una scuola, ferendone diversi altri. Nella regione dell’Estremo nord, il gruppo armato Boko haram ha continuato a compiere centinaia di attacchi, prendendo di mira i civili.

L’Etiopia ha conosciuto un’escalation di violenza intercomunitaria. A novembre, almeno 54 persone appartenenti al gruppo etnico amhara, del villaggio di Gawa Qanqa, nel distretto di Guliso della zona amministrativa del Welega occidentale, sono state uccise in un attacco compiuto da sospetti membri del gruppo armato Esercito di liberazione oromo. Lo stesso mese, è scoppiato un conflitto armato nella regione del Tigrè e varie decine di abitanti di etnia amhara, probabilmente centinaia, sono stati massacrati nella città di Mai-Kadra, il 9 novembre. L’attacco è stato compiuto da milizie locali.

In Niger, i gruppi armati, compreso lo Stato islamico nel grande Sahara (Islamic State in the Greater Sahara – Isgs), hanno preso di mira civili e operatori umanitari. A giugno, 10 operatori umanitari sono stati rapiti a Bossey Bangou, nella regione del Tillabéry, mentre ad agosto altri sette sono stati uccisi da membri dell’Isgs nella riserva naturale per giraffe di Kouré. Analoghe violazioni sono state documentate nella Car, dove ci sono stati 267 attacchi contro operatori delle agenzie umanitarie, che hanno causato due morti. In Mali, i gruppi armati hanno esteso i loro attacchi anche al personale delle Nazioni Unite, uccidendo due persone.

In Somalia, al-Shabaab ha continuato a prendere di mira la popolazione e le infrastrutture civili. Ad agosto, ha fatto esplodere un’autobomba davanti a un hotel sul litorale della capitale, Mogadiscio, uccidendo almeno 11 persone e ferendone altre 18. In Sud Sudan, sono ripresi i combattimenti tra gruppi etnici e clan, in cui sono rimaste uccise almeno 600 persone, 450 ferite e migliaia sfollate.

 

Tutte le parti coinvolte nei conflitti armati dovrebbero porre immediatamente fine agli attacchi indiscriminati o deliberati contro civili, non combattenti o infrastrutture civili. L’Ua, le Nazioni Unite e gli stati membri devono intensificare i loro sforzi per proteggere i civili e far rispettare le norme internazionali durante i conflitti.

 

IMPUNITÀ

Nella regione, l’impunità è rimasta pervasiva per i crimini di diritto internazionale, gli abusi e le altre gravi violazioni dei diritti umani. Nei paesi dilaniati dai conflitti, la ricerca della giustizia ha visto un misto di progressi intervallati da pericolosi passi indietro da parte dei governi.

Nella Car, a febbraio, il tribunale penale di Bangui ha giudicato cinque leader del gruppo armato anti-balaka colpevoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, mentre il tribunale penale speciale ha confermato a settembre che erano stati aperti 10 fascicoli giudiziari. Tuttavia, diversi leader di gruppi armati hanno continuato a ricoprire ruoli nel governo, mentre i loro membri commettevano violazioni dei diritti umani.

Nella Drc, il tribunale militare di guarnigione nel Nord Kivu ha condannato all’ergastolo Ntabo Ntaberi, conosciuto come Sheka, leader del gruppo armato Difesa Nduma del Congo, per responsabilità nei crimini commessi ai danni di civili nel Nord Kivu, tra il 2007 e il 2010. Le imputazioni comprendevano lo stupro, risalente al 2010, di circa 400 persone, tra donne, uomini e bambini.

In Sud Sudan, tribunali militari e civili hanno condannato diversi soldati in relazione a casi di violenza sessuale nel contesto del conflitto. Allo stesso tempo, non era stata ancora intrapresa alcuna iniziativa tangibile per istituire il Tribunale ibrido per il Sud Sudan (Hybrid Court for South Sudan – Hcss), come stabilito dagli accordi di pace del 2015 e 2018. Inoltre, il presidente ha nominato come governatore dello stato dell’Equatoria occidentale un ex comandante d’opposizione, sospettato dalle Nazioni Unite di diffusi episodi di violenza sessuale nel contesto del conflitto.

Corte penale internazionale

L’Icc fatto nuovi importanti passi avanti in diversi casi giudiziari concernenti paesi come Mali, Nigeria e Sudan.

A giugno, Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman, conosciuto anche come Ali Kushayb, ex comandante delle milizie janjaweed, si è consegnato all’Icc dopo 13 anni di latitanza, accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che sarebbero stati commessi in Darfur. Tuttavia, a fine anno, le autorità sudanesi non avevano ancora adempiuto al loro obbligo di consegnare all’Icc l’ex presidente al-Bashir e altri due ex funzionari ricercati.

A luglio, è cominciato davanti all’Icc il processo a carico di Al Hasan ag Abdoul Aziz ag Mohamed. Era accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi a Timbuctù, all’epoca in cui era membro di Ansar Eddine, un gruppo armato che controllava la città durante l’occupazione islamista del nord del Mali, tra il 2012 e il 2013.

A dicembre, l’ufficio della procuratrice dell’Icc ha completato l’indagine preliminare, durata 10 anni, su crimini contro l’umanità e crimini di guerra che sarebbero stati commessi da Boko haram e dalle forze di sicurezza nigeriane. Ha stabilito che avrebbe richiesto l’autorizzazione a procedere con l’apertura formale di un fascicolo penale.

Altri sviluppi legati al genocidio compiuto in Ruanda nel 1994 comprendevano l’arresto, avvenuto in Francia a maggio, di Félicien Kabuga, unanimemente riconosciuto come il principale finanziatore del genocidio, seguito dal suo trasferimento a ottobre alla custodia del Meccanismo residuo internazionale per i tribunali penali (International Residual Mechanism for Criminal Tribunals – Irmct), all’Aia. Sempre a maggio, il capo procuratore dell’Irmct ha confermato che Augustin Bizimana, incriminato per genocidio dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda nel 2001, era morto nella Repubblica del Congo nel 2000.

 

I governi africani devono rinnovare il loro impegno nella lotta all’impunità, avviando indagini esaurienti, indipendenti, imparziali, efficaci e trasparenti sui crimini di diritto internazionale e consegnando i sospetti perpetratori alla giustizia.

 

REPRESSIONE DEL DISSENSO E DELLE LIBERTÀ

In una regione in cui la prevaricazione e la repressione degli stati erano già motivi di grave preoccupazione, il 2020 ha visto un aggravamento della situazione. I governi hanno approfittato della pandemia da Covid-19 per intensificare le restrizioni ai diritti alla libertà d’espressione, riunione pacifica e associazione. In quasi tutti i paesi monitorati, per contenere la diffusione della pandemia è stato proclamato lo stato d’emergenza. Tuttavia, queste misure sono state frequentemente utilizzate per violare i diritti umani, anche da parte delle forze di sicurezza che, per farle rispettare, non hanno esitato a ricorrere all’uso eccessivo della forza.

Contemporaneamente si è anche rafforzata la stretta dei governi sui diritti umani nel contesto delle elezioni. Delle 22 consultazioni elettorali in programma durante l’anno nella regione, molte sono state rinviate o addirittura sospese. Quelle che si sono svolte regolarmente sono state contrassegnate da un clima di paura e sono state scenario di diffuse violazioni dei diritti umani.

Uso eccessivo della forza

Il ricorso all’uso eccessivo della forza per applicare le norme per il Covid-19 è stato la norma. In molti casi, questi metodi hanno provocato morti e feriti, come in Angola, Kenya, Sudafrica, Togo e Uganda.

In Angola, tra le decine di persone uccise dai colpi sparati dalla polizia, è morto anche un ragazzo di 14 anni. In Kenya, almeno sei persone, tra cui un ragazzo di 13 anni, sono morte a causa della violenza della polizia nei primi 10 giorni dall’entrata in vigore del coprifuoco nazionale. Nonostante le scuse pubbliche del presidente, gli eccessi della polizia sono proseguiti per l’intero anno.

In Ruanda, un’ondata di critiche lanciate attraverso i social network ha spinto il presidente e il ministro della giustizia a condannare i metodi violenti utilizzati dalla polizia nell’applicazione del coprifuoco e a promettere l’apertura di un’inchiesta formale. In Uganda, le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 12 persone, tra cui una donna di 80 anni. In Sudafrica, la morte di Collins Khosa, dopo essere stato brutalmente picchiato da militari e poliziotti schierati nelle strade per far rispettare il lockdown nazionale, è stato solo l’ultimo dei molteplici, preoccupanti esempi di uso eccessivo della forza, che da anni caratterizzavano l’operato delle forze di sicurezza.

Repressione delle proteste pacifiche

Le forze di sicurezza hanno continuato a scagliarsi con violenza contro manifestanti pacifici. In Etiopia, le forze di sicurezza hanno fatto ricorso all’uso eccessivo della forza per disperdere le proteste, uccidendo centinaia di persone. A giugno, i violenti interventi per disperdere le proteste innescate dall’uccisione di un popolare cantante oromo, hanno provocato solo nella regione di Oromia almeno 166 morti. Ad agosto, le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 16 persone in seguito alle proteste provocate dall’arresto di funzionari amministrativi, leader comunitari e attivisti locali, nella regione di Wolaita.

In Nigeria, le proteste del movimento #EndSars hanno portato allo scioglimento della squadra speciale antirapina (Special Anti-Robbery Squad – Sars), l’unità speciale della polizia tristemente nota per le sue diffuse violazioni dei diritti umani. Il successo è stato raggiunto a caro prezzo, dopo che a ottobre le forze di sicurezza, intervenute nel tentativo di sedare o disperdere l’ondata di proteste a livello nazionale, hanno ucciso almeno 56 persone. Tra queste, 12 sono state uccise quando l’esercito ha aperto il fuoco sui manifestanti al casello autostradale di Lekki, a Lagos.

In Guinea, sette persone sono state uccise a maggio nel corso delle manifestazioni contro il modo in cui le forze di sicurezza imponevano le restrizioni di movimento nel contesto del Covid-19. Molte altre sono morte durante le proteste contro un tentativo di emendare la costituzione per permettere al presidente Condé di candidarsi per un terzo mandato. Il 22 marzo, giornata di voto per il referendum costituzionale, sono stati uccisi 12 manifestanti, nove dei quali a colpi d’arma da fuoco. Nei giorni successivi alle elezioni presidenziali di ottobre, le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 16 persone che contestavano i risultati elettorali.

La stretta contro le manifestazioni ha assunto altre forme, come divieti illegittimi, vessazioni giudiziarie e arresti arbitrari. In Burkina Faso, diverse proteste sono state arbitrariamente messe al bando o interrotte, come nel caso di un sit-in, organizzato a gennaio davanti al tribunale di Ouagadougou, per chiedere giustizia per l’uccisione di 50 persone da parte di un gruppo armato nel 2019. In Costa d’Avorio, decine di persone sono state arbitrariamente arrestate ad agosto per avere partecipato a manifestazioni contro la decisione del presidente Ouattara di ricandidarsi per un terzo mandato. In Camerun, le autorità hanno emanato una direttiva che vietava le manifestazioni su tutto il territorio nazionale, dopo che il Movimento per la rinascita del Camerun (Mouvement pour la renaissance du Cameroun – Mrc), all’opposizione, aveva invitato la popolazione a scendere per le strade per opporsi alla decisione del governo di tenere le elezioni regionali a dicembre. Il 22 settembre, almeno 500 sostenitori dell’Mrc che avevano aderito all’appello per la protesta sono stati arbitrariamente arrestati.

Una nota positiva è stata a marzo la decisione delle Corte costituzionale ugandese di abrogare la legge per la gestione dell’ordine pubblico, che aveva dato alla polizia poteri eccessivi per impedire raduni e proteste.

Attacchi a difensori dei diritti umani e attivisti dell’opposizione

Perfino nel mezzo di una pandemia, gli attacchi contro difensori dei diritti umani e attivisti dell’opposizione non hanno conosciuto tregua. Ciò è avvenuto in particolar modo i paesi in cui si sono svolte o che avevano in programma consultazioni elettorali, come Burundi, Costa d’Avorio, Guinea, Niger, Tanzania e Uganda.

In Burundi, più di 600 membri del partito d’opposizione sono stati arrestati prima e durante il giorno delle elezioni, il 20 maggio. In Niger, un’ondata di arresti di attivisti politici ha preceduto le elezioni presidenziali di dicembre. In Tanzania, almeno 77 leader e sostenitori dell’opposizione sono stati arrestati e arbitrariamente detenuti dopo le elezioni di ottobre. Inoltre, prima delle elezioni, le autorità tanzaniane avevano sospeso le attività di diverse Ong per i diritti umani o congelato i loro conti bancari.

In altri paesi, i difensori dei diritti umani sono stati rapiti, sottoposti a sparizioni forzate o uccisi. In Mali, un attivista anticorruzione è stato rapito da agenti dei servizi d’intelligence incappucciati e detenuto in incommunicado per 12 giorni. Un tribunale lo ha successivamente scagionato dalle accuse pretestuose che gli erano state addebitate. In Mozambico, le forze di sicurezza hanno arrestato due attivisti che sono stati in seguito ritrovati morti assieme ad altri 12 civili. Inoltre, il giornalista radiofonico Ibraimo Abú Mbaruco è stato sottoposto a sparizione forzata da agenti militari; a fine anno non si sapeva ancora dove si trovasse.

In Niger, Sud Sudan e Zimbabwe, difensori dei diritti umani e attivisti che avevano fatto emergere casi di corruzione e che avevano chiesto l’accertamento delle responsabilità sono stati presi particolarmente di mira dalle autorità. In Zimbabwe, il sistema di giustizia penale è stato impropriamente utilizzato per perseguire il giornalista d’inchiesta Hopewell Chin’ono, così come altri difensori dei diritti umani.

Ci sono stati alcuni sviluppi positivi. Un’alta corte ugandese ha ordinato a febbraio il rilascio di Stella Nyanzi, ribaltando il verdetto di colpevolezza e riconoscendo che i suoi diritti erano stati violati, pochi giorni prima del completamento della condanna a 18 mesi di reclusione, che le era stata comminata dopo essere stata ritenuta colpevole di avere molestato il presidente, attraverso Internet. A giugno, la Corte suprema del Burundi ha annullato una decisione di una corte d’appello che aveva confermato il verdetto di colpevolezza contro Germain Rukuki e ha ordinato una nuova udienza d’appello.

Libertà dei media

La repressione del dissenso si è inoltre manifestata attraverso la riduzione della libertà dei media da parte dei governi. In Mozambico, aggressori non identificati hanno lanciato bombe incendiarie contro gli uffici di un quotidiano indipendente, Canal de Moçambique, quasi nello stesso momento in cui le autorità formulavano accuse inventate contro il comitato di redazione del giornale. In Tanzania, testate giornalistiche ed emittenti radiotelevisive critiche verso il governo hanno affrontato sanzioni e provvedimenti di sospensione o divieti. Le normative in materia di trasmissione radiotelevisiva sono state inoltre emendate per limitare la copertura delle elezioni da parte dei media internazionali.

In Togo, un nuovo codice sulla stampa e le comunicazioni, entrato in vigore a gennaio, prevedeva l’imposizione di pesanti ammende per insulti a funzionari governativi. A marzo, due quotidiani sono stati sospesi per avere pubblicato un editoriale che lanciava accuse contro l’ambasciatore francese. Un terzo giornale è stato sospeso per avere criticato le sospensioni. I giornalisti hanno subìto vessazioni anche per avere espresso giudizi negativi sulla risposta del governo alla pandemia da Covid-19, come ad esempio è accaduto in Niger e nella Repubblica del Congo.

Con uno sviluppo positivo, il procuratore generale della Somalia ha istituito la figura di un procuratore speciale con l’incarico di esaminare i fascicoli penali a carico di giornalisti.

I governi devono garantire che le forze di sicurezza agiscano nel pieno rispetto degli standard internazionali sui diritti umani sull’impiego della forza e delle armi da fuoco e che i casi di uso eccessivo della forza siano indagati in maniera tempestiva, completa, indipendente e trasparente e che i sospetti perpetratori siano assicurati alla giustizia.

Devono anche rispettare i diritti alla libertà d’espressione e riunione pacifica, rilasciare tutti coloro che sono stati arbitrariamente detenuti e svolgere indagini tempestive, efficaci e trasparenti sulle segnalazioni di uso eccessivo della forza contro i manifestanti, assicurare alla giustizia i presunti responsabili e garantire l’accesso alla giustizia e a rimedi efficaci per le vittime.

Devono altresì porre fine alle vessazioni e alle intimidazioni dei difensori dei diritti umani e rilasciare immediatamente e incondizionatamente coloro che sono detenuti o incarcerati.

I governi devono rispettare la libertà dei media, assicurare che l’informazione a mezzo stampa sia libera e possa operare in maniera indipendente e che gli operatori dell’informazione siano in grado di svolgere il loro lavoro senza intimidazioni, vessazioni e paura di subire rappresaglie.

 

DIRITTI ECONOMICI, SOCIALI E CULTURALI

Diritto alla salute

Il primo caso di Covid-19 nella regione dell’Africa Subsahariana è stato registrato in Nigeria il 28 febbraio. A fine anno, i casi confermati in tutta l’Africa erano più di 2,6 milioni e i decessi riconducibili al Covid-19 almeno 63.000. Data la drammatica mancanza di attrezzature mediche, dai ventilatori polmonari ai dispositivi di protezione individuale (Dpi) per gli operatori sanitari, i sistemi sanitari della regione si sono dimostrati in larga parte impreparati ad affrontare adeguatamente la pandemia. Inoltre, l’insufficiente capacità diagnostica ha provocato gravi ritardi nell’individuazione dei contagi. Il Lesotho, per esempio, non ha potuto gestire i test fino a metà maggio e, prima di allora, i tamponi venivano inviati in Sudafrica per essere processati.

Alcuni paesi si sono rifiutati di pubblicare, o hanno smesso di farlo, informazioni relative all’andamento del contagio da Covid-19, mentre altri hanno ignorato le linee guida dell’Oms in materia di sanità pubblica. A maggio, i governi del Burundi e della Guinea Equatoriale hanno espulso dal paese personale di alto profilo dell’Oms. La risposta alla pandemia è stata anche ostacolata dalla carente situazione delle infrastrutture stradali e dalla mancanza di ospedali e di personale sanitario.

La pandemia ha messo in luce i decenni di trascuratezza e di sottofinanziamento dei sistemi sanitari pubblici della regione, nonostante i governi africani si fossero impegnati nel 2001 a destinare almeno il 15 per cento della spesa pubblica annuale al settore sanitario. La pandemia ha inoltre fatto emergere situazioni di sistemica corruzione nel settore. Sottrazione e malversazione di fondi destinati al Covid-19, di attrezzature mediche e di aiuti umanitari sono stati segnalati in molti paesi, tra cui Kenya, Nigeria, Sudafrica, Zambia e Zimbabwe.

Un aspetto positivo è stato che almeno 20 governi della regione hanno cercato di decongestionare le carceri nel contesto di una più ampia risposta alla pandemia. Ciononostante, nella regione, gli istituti di pena sono rimasti in larga parte sovraffollati, mettendo in grave pericolo la salute dei prigionieri.

Diritti degli operatori sanitari

In tutta la regione, i governi si sono dimostrati incapaci di tutelare adeguatamente gli operatori sanitari dall’esposizione al Covid-19. I lavoratori hanno operato in ambienti di lavoro privi della necessaria igiene e sicurezza, a causa della mancanza di Dpi e disinfettanti. In Sudafrica, agli inizi di agosto, erano stati registrati almeno 240 decessi tra gli operatori sanitari che avevano contratto il Covid-19. A luglio, in Ghana, gli operatori sanitari contagiati dal virus erano circa 2.065 e sei erano deceduti per complicanze legate al Covid-19.

Malgrado l’incremento del carico di lavoro cui erano sottoposti e gli aumentati rischi occupazionali, nella maggior parte dei paesi gli operatori sanitari continuavano a non ricevere un’adeguata retribuzione. Mentre l’impatto della pandemia assumeva dimensioni insostenibili, i lavoratori del settore hanno organizzato agitazioni sindacali per chiedere migliori condizioni di lavoro. In tutta la regione, gli operatori sanitari hanno sollevato le loro preoccupazioni attraverso denunce formali, proteste e scioperi, in paesi come Burkina Faso, Kenya, Lesotho, Repubblica del Congo, Sierra Leone, Sudafrica, Togo e Zimbabwe. Di fronte a tutto ciò, i governi hanno risposto con varie forme di rappresaglia.

In Guinea Equatoriale, un’infermiera ha dovuto affrontare vessazioni dalla direzione e dalla giustizia per avere denunciato tramite un messaggio di WhatsApp la mancanza di bombole d’ossigeno nell’ospedale Sampaka di Malabo. In Zimbabwe, 17 membri del personale infermieristico sono stati arrestati per infrazioni delle norme sul lockdown, dopo che avevano protestato chiedendo il miglioramento delle condizioni retributive e di lavoro.

Impatto sui mezzi di sostentamento e sul diritto al cibo

Il Covid-19 ha avuto conseguenze disastrose sulle già fragili economie della regione. Coprifuoco, lockdown e ordinanze che imponevano alla popolazione di rimanere a casa hanno avuto un impatto sproporzionato sui lavoratori dell’economia informale, che costituivano il 71 per cento della forza lavoro della regione. Molti hanno perso sia il loro principale mezzo di sostentamento sia il reddito e non potevano permettersi l’acquisto di cibo o di altri beni di primaria necessità. Questo ha ulteriormente aggravato la già difficile situazione di coloro che da tempo vivevano in condizioni d’insicurezza alimentare, a causa dei ricorrenti periodi di siccità e delle invasioni di locuste.

Aziende e imprese sono state costrette a interrompere le attività, lasciando migliaia di lavoratori disoccupati. In Lesotho, più di 40.000 lavoratori dei settori minerario e manifatturiero sono rimasti senza lavoro. Nonostante gran parte dei governi avesse provveduto a varare interventi economico-sociali, come programmi alimentari per i più bisognosi, queste misure si sono dimostrate spesso insufficienti.

Sgomberi forzati

I governi hanno inoltre continuato a violare il diritto a un alloggio adeguato, sebbene il Covid-19 ne avesse messo in evidenza l’importanza. In Etiopia, Ghana e Kenya, le demolizioni degli insediamenti informali messe in atto dai governi nelle rispettive capitali, Addis Abeba, Accra e Nairobi, hanno lasciato migliaia di persone senza dimora e ad altissimo rischio di contrarre il Covid-19. Inoltre, in Eswatini e Lesotho, migliaia di persone continuavano a vivere sotto la costante minaccia di essere sgomberate con la forza dalle autorità e da attori non statali.

In uno sviluppo positivo, l’Alta corte dello Zambia ha stabilito ad aprile che lo sfollamento forzato delle comunità rurali serenje dalle loro terre ancestrali costituiva una violazione dei diritti umani sotto vari aspetti.

Diritto all’istruzione

La pandemia da Covid-19 ha interrotto l’apprendimento, poiché le scuole sono state chiuse in tutta la regione, specialmente nella prima metà dell’anno. L’utilizzo della didattica a distanza ha comportato che milioni di bambini non abbiano potuto accedere al diritto all’istruzione per mancanza della tecnologia necessaria. Questa forma di esclusione ha ulteriormente radicato preesistenti situazioni di disuguaglianza e povertà. Nei paesi dilaniati dal conflitto armato, come Burkina Faso, Camerun e Mali, l’accesso all’istruzione è stato anche compromesso dall’insicurezza e dai costanti attacchi compiuti dai gruppi armati.

 

I governi devono utilizzare tutte le risorse disponibili per affrontare con urgenza il cronico sottofinanziamento dei sistemi sanitari pubblici e ricercare una maggiore cooperazione regionale e internazionale al fine di rafforzare i loro sistemi sanitari. Devono inoltre prestare attenzione e affrontare le varie problematiche come la sicurezza del personale sanitario e porre fine a qualsiasi forma di vessazione e procedimenti arbitrari nei loro confronti.

I governi devono anche assicurare che gli sgomberi siano conformi agli standard internazionali e garantire a tutti i bambini l’accesso all’istruzione.

 

DIRITTI DI RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO, MIGRANTI E SFOLLATI INTERNI

I conflitti armati, le crisi umanitarie e le persistenti violazioni dei diritti umani hanno determinato lo sfollamento di milioni di persone in tutta la regione. In Burkina Faso, il numero di sfollati interni ha raggiunto un milione. Nella Car, le persone sfollate a causa del conflitto erano, al 31 luglio, 660.000. Gli eritrei hanno continuato ad abbandonare il paese in massa, principalmente per evitare l’obbligo di prestare il servizio militare a tempo indeterminato. In Somalia, un aggravamento della crisi umanitaria generato dal conflitto armato, dalle inondazioni e dall’invasione delle locuste ha causato, fino ad agosto, lo sfollamento di quasi 900.000 persone. A settembre, in Mozambico, il conflitto nell’area di Cabo Delgado aveva sfollato oltre 250.000 persone.

Rifugiati, migranti e richiedenti asilo hanno subìto in modo sproporzionato gli effetti della pandemia da Covid-19. La chiusura delle frontiere ha lasciato molti in stato di abbandono. I programmi di sostegno socioeconomico introdotti dal governo del Sudafrica in risposta alla pandemia hanno escluso, nella prima metà dell’anno, i rifugiati e i richiedenti asilo.

 

I governi devono rispettare il diritto di cercare asilo. Devono mantenere aperte le frontiere per rifugiati e richiedenti asilo, anche nel contesto delle misure opportune di tutela della salute pubblica ai valichi di frontiera. I governi devono anche garantire l’accesso di tutti i richiedenti asilo, rifugiati e migranti ai sistemi nazionali di assistenza sanitaria e tutela sociale.

 

DISCRIMINAZIONE ED EMARGINAZIONE

Violenza contro donne e ragazze

Le misure di lockdown o di coprifuoco adottate in risposta al Covid-19 hanno accresciuto i rischi di violenza sessuale e di genere di cui erano vittime donne e ragazze. Spesso le sopravvissute hanno incontrato notevoli ostacoli nell’accesso alla giustizia, all’assistenza medica e legale e ad altri servizi. In Sudafrica, gli episodi di violenza sessuale e di genere hanno continuato ad aumentare a un ritmo quasi cinque volte superiore alla media registrata a livello globale. Anche il Covid-19 ha avuto un effetto devastante sull’accesso ai diritti e alla salute sessuale e riproduttiva delle donne, a causa dell’interruzione dei servizi di assistenza medica materna.

Nelle situazioni di conflitto armato sono continuati gli episodi di stupro e altra violenza sessuale e di genere. Nella Car, tra giugno e ottobre, le Nazioni Unite hanno registrato 60 casi di violenza sessuale legata al conflitto, come stupro, matrimonio forzato e schiavitù sessuale. Nella Drc, c’è stato un aumento della violenza sessuale contro donne e ragazze nel contesto del conflitto armato in corso nell’est del paese.

Sono stati tuttavia ottenuti alcuni progressi nella protezione di donne e ragazze dalla discriminazione. A gennaio, per la prima volta in Eswatini un uomo è stato condannato per il reato di stupro maritale. A febbraio, il Sudafrica ha annunciato che era in programma la stesura di un trattato regionale sulla violenza contro le donne. Ad aprile, il Sudan ha reso reato le mutilazioni genitali femminili. Il mese dopo, il presidente ruandese ha graziato 36 donne condannate per aborto. E a luglio, la Sierra Leone ha istituito il primo tribunale ad hoc per reati sessuali, per celebrare più rapidamente i processi per stupro.

Persone con albinismo

Le persone affette da albinismo hanno continuato a essere vittime di aggressioni violente e mutilazioni. Nello Zambia, a marzo è stato ritrovato il corpo smembrato di un uomo di 43 anni, al quale erano stati asportati occhi, lingua e braccia. Ad aprile, è stato esumato il cadavere di un uomo a cui erano state sottratte alcune parti. In Malawi, a gennaio è stata profanata la tomba di un bambino di due anni. Il mese dopo, assalitori non identificati hanno mutilato una donna di 92 anni, tagliandole due dita del piede.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Nella maggior parte dei paesi della regione, le persone Lgbti hanno continuato a subire discriminazioni e le relazioni omosessuali tra adulti consenzienti sono rimaste un reato. In Madagascar una donna è stata trattenuta in custodia cautelare per accuse di “corruzione di minori”, in quanto sospettata di avere una relazione omosessuale con una donna di 19 anni. In Eswatini, le autorità hanno respinto la domanda di registrazione legale presentata da Minoranze sessuali e di genere dell’Eswatini, un gruppo di tutela dei diritti delle persone Lgbti. In Uganda, la polizia ha arrestato 23 giovani ospitati presso una casa rifugio per persone Lgbti, con il pretesto di applicare le direttive contro il Covid-19. Mentre quattro sono stati rilasciati per motivi medici nei primi tre giorni dall’arresto, gli altri sono rimasti trattenuti per 44 giorni senza poter accedere ai loro avvocati od ottenere cure mediche.

 

I governi dovrebbero rafforzare gli interventi di prevenzione e protezione dalla violenza di genere, specialmente nel contesto di lockdown, coprifuoco e delle situazioni di conflitto. Devono inoltre impegnarsi maggiormente per eliminare tutte le forme di discriminazione subite da donne e ragazze, nella legge e nella prassi, anche assicurando il recepimento degli obblighi internazionali negli ordinamenti interni.

I governi africani devono adottare tutte le misure necessarie per porre fine a ogni forma di attacco e discriminazione contro i gruppi più marginalizzati. Devono inoltre intervenire urgentemente per offrire efficaci forme di protezione alle persone con albinismo, assicurare alla giustizia i sospetti perpetratori di questi reati e garantire alle vittime l’accesso alla giustizia e a rimedi efficaci. I governi devono inoltre abrogare le leggi che emarginano socialmente le persone Lgbti e che criminalizzano le relazioni omosessuali.

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