Europa e Asia centrale - Amnesty International Italia

Rapporto 2020 – 2021

Europa e Asia centrale

Le risposte dei governi al Covid-19 hanno minacciato un’ampia gamma di diritti in Europa e in Asia Centrale e hanno messo in luce il costo umano dell’esclusione sociale, della disuguaglianza e dell’abuso del potere statale. Il sottofinanziamento dei sistemi sanitari e l’incapacità di fornire adeguati dispositivi di protezione individuale (Dpi) hanno aggravato il tasso di mortalità, i lavoratori hanno dovuto affrontare ostacoli per accedere a un’appropriata previdenza sociale e le misure di salute pubblica hanno colpito in modo sproporzionato persone e gruppi marginalizzati. Molti governi hanno anche utilizzato la pandemia come cortina fumogena per accaparrarsi il potere, reprimere le libertà e come pretesto per ignorare gli obblighi in materia di diritti umani.

 

Diversi governi hanno continuato a intaccare l’indipendenza della magistratura. Le contestate elezioni presidenziali in Bielorussia hanno provocato un’emergenza dei diritti umani in cui è stata erosa ogni parvenza di diritto a un processo equo e di accertamento delle responsabilità. I conflitti irrisolti nella regione hanno influito negativamente sulla libertà di movimento e su altri diritti, come quello alla salute. Nel conflitto armato tra Armenia e Azerbaigian, tutte le parti hanno utilizzato munizioni a grappolo vietate su aree civili e commesso crimini di guerra.

I difensori dei diritti umani hanno avuto uno spazio d’azione minore, a causa di leggi restrittive e della riduzione dei finanziamenti dovuta alla pandemia. Organizzazioni di assistenza hanno segnalato picchi di violenza domestica durante i lockdown dovuti al Covid-19, con misure che hanno anche limitato l’accesso ai servizi.

La pandemia ha anche aggravato la già precaria situazione di rifugiati e migranti. Diversi paesi hanno ritardato o sospeso le richieste di asilo e molti rifugiati e migranti sono stati particolarmente a rischio poiché costretti a vivere in condizioni malsane e di sovraffollamento. Gli stati non sono stati in grado di fissare obiettivi per ridurre le emissioni di gas serra a un ritmo che eviterebbe i peggiori effetti della crisi climatica sui diritti umani. Sono proseguiti gli attacchi al quadro europeo dei diritti umani. La vendita di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae) è continuata, nonostante il rischio di violazioni dei diritti umani nel conflitto in Yemen.

 

DIRITTO ALLA SALUTE E ALLA PREVIDENZA SOCIALE

Europa e Asia Centrale sono state duramente colpite dalla pandemia da Covid-19, con circa 27 milioni di casi e 585.000 morti a fine anno, pari a quasi un terzo del totale mondiale. Le cifre potrebbero essere più alte perché sottostimate, in alcuni casi anche deliberatamente come in Turkmenistan. Le risposte dei governi alla pandemia sono state molto diverse, così come la qualità dell’assistenza sanitaria e la raccolta dei dati. Ciò ha fatto sì che i numeri dei contagi e delle morti siano stati riportati in modo fortemente difforme.

Anche i dati su contagi e i decessi sono stati molto differenti tra diversi gruppi di popolazione. Secondo l’Oms, in alcuni paesi circa la metà di coloro che sono morti a causa del Covid-19 erano persone anziane in case di riposo. Tra gli operatori sanitari e quelli delle case di riposo c’è stato un tasso maggiore di contagi e decessi rispetto al resto della popolazione, a volte a causa della mancata fornitura di Dpi adeguati e sufficienti. A tutto settembre, secondo i dati disponibili, Regno Unito, Russia, Italia, Kirghizistan e Spagna avevano il più alto tasso di decessi tra gli operatori sanitari. La pandemia ha evidenziato l’indebolimento di molti sistemi sanitari dell’Europa occidentale, in seguito ad anni di misure di austerità, e la cronica carenza di risorse per i sistemi sanitari nell’Europa orientale e nell’Asia Centrale.

Le misure di lockdown per il Covid-19 hanno avuto un effetto immediato sull’economia e sui diritti dei lavoratori. Molti lavoratori, in particolare quelli impiegati nel settore informale, hanno trovato ostacoli per accedere alle misure di previdenza sociale, inclusi permessi, assenze per malattia e altri meccanismi di sostegno al reddito. Particolarmente colpiti sono stati i lavoratori della gig economy, i lavoratori stagionali, gli addetti alle pulizie, gli assistenti delle case di riposo e le persone che svolgono un lavoro sessuale. La pandemia ha rivelato il ruolo essenziale dei lavoratori migranti nel settore agricolo e non solo, poiché alcuni stati, come il Regno Unito e la Germania, li hanno fatti arrivare in aereo al culmine del primo lockdown e altri, come Spagna, Italia e Portogallo, ne hanno rapidamente regolarizzati una parte.

In molti paesi, le persone di colore o appartenenti a minoranze etniche hanno avuto percentuali sproporzionatamente alte di contagi e decessi. Questi dati rispecchiavano le molteplici problematiche affrontate da queste persone, tra cui ostacoli per ottenere un’assistenza sanitaria adeguata e una maggiore incidenza di patologie preesistenti, aggravate dalla povertà, dal razzismo sistemico e dalla discriminazione. Le autorità generalmente non hanno rispettato le promesse fatte all’inizio di liberare prigionieri e detenuti anziani o minorenni, donne con bambini o persone con patologie pregresse. Una tragica conseguenza è stata la morte, avvenuta il 25 luglio, del difensore dei diritti umani e prigioniero di coscienza del Kirghizistan, Azimjan Askarov, secondo quanto riferito, deceduto per una polmonite. Era stato condannato all’ergastolo nel 2010 con false accuse; c’erano stati ripetuti appelli per il suo rilascio, anche alla luce del rischio del Covid-19 per la sua salute.

 

I governi devono indagare sulle morti sproporzionate in contesti, come le case di riposo, e sulla mancata fornitura di adeguati Dpi. È inoltre un tema urgente quello della parità di accesso ai vaccini all’interno e tra i paesi e la cooperazione tra gli stati è fondamentale per garantire che il trattamento e i vaccini siano soddisfacenti, convenienti, accessibili e disponibili per tutti.

 

ABUSO DEL POTERE STATALE

Quasi la metà di tutti i paesi della regione ha imposto lo stato d’emergenza per il Covid-19. I governi hanno limitato non solo la libertà di movimento ma anche altri diritti, come la libertà d’espressione e di riunione pacifica. Alcuni movimenti politici hanno cercato di monopolizzare il discorso sui diritti umani per opporsi alle misure di lockdown e all’uso delle mascherine ma il tributo di vite umane a causa del virus ha sottolineato l’importanza della scienza e dei fatti. Il presidente Aljaksandr Lukašėnka in Bielorussia, per esempio, si è opposto a entrambi e ha liquidato il Covid-19 come una “psicosi”.

Un numero record di paesi (10 a metà anno) ha derogato alle disposizioni della Convenzione europea dei diritti umani, diversi di loro per lunghi periodi di tempo. Sebbene in determinate condizioni i paesi possano derogare ad alcuni dei loro obblighi in materia di diritti umani in tempi di crisi, le restrizioni devono essere temporanee, necessarie e proporzionate.

L’applicazione di lockdown e altre misure di salute pubblica relative al Covid-19 ha colpito in modo sproporzionato persone e gruppi marginalizzati, che sono stati presi di mira con violenze, controlli d’identità discriminatori, quarantene forzate e multe. Tali pratiche hanno messo in evidenza il razzismo istituzionale, la discriminazione e il mancato accertamento delle responsabilità riguardo alle accuse di uso illegale della forza da parte della polizia e delle forze di sicurezza. I rom e le persone in movimento, come i rifugiati e i richiedenti asilo, sono stati posti in “quarantene forzate” discriminatorie in Bulgaria, Cipro, Francia, Grecia, Russia, Serbia, Slovacchia e Ungheria. Gli osservatori hanno rilevato l’uso illegale della forza da parte della polizia, insieme ad altre violazioni, in Belgio, Francia, Georgia, Grecia, Italia, Kazakistan, Kirghizistan, Polonia, Romania e Spagna. In Azerbaigian, gli arresti per accuse motivate politicamente si sono intensificati, con il pretesto di contenere la pandemia, e coloro che criticavano il governo sono stati arrestati quando, a marzo, il presidente ha dichiarato che avrebbe “isolato” e “sgomberato” l’opposizione.

In contesti in cui le libertà erano già severamente circoscritte, il 2020 ha visto diversi paesi limitarle ulteriormente. Le autorità russe sono andate oltre gli attacchi alle organizzazioni e hanno stigmatizzato come “agenti stranieri” anche singole persone; hanno addirittura bloccato i picchetti di una sola persona. Le autorità del Kazakistan e dell’Uzbekistan hanno adottato o proposto nuove leggi restrittive sulle riunioni pubbliche. Quando le accuse di brogli elettorali hanno provocato proteste di massa, la polizia in Bielorussia ha risposto con violenze, torture e altri maltrattamenti su vasta scala e senza precedenti. Le voci indipendenti sono state brutalmente represse e sono aumentati gli arresti arbitrari, i processi politicamente motivati e altre rappresaglie contro i candidati dell’opposizione e i loro sostenitori, attivisti della società civile e politica e organi d’informazione indipendenti.

In un momento in cui la necessità d’informazioni tempestive, accurate e basate sulla scienza era essenziale per combattere la pandemia, un certo numero di governi ha imposto restrizioni ingiustificate alla libertà d’espressione e all’accesso alle informazioni. I governi di Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovina, Francia, Kazakistan, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Tagikistan, Turchia, Turkmenistan, Ungheria e Uzbekistan hanno abusato di leggi vecchie e nuove per limitare la libertà d’espressione.

I governi hanno adottato misure insufficienti per proteggere giornalisti e informatori, inclusi gli operatori sanitari, a volte prendendo di mira coloro che criticavano le risposte governative al Covid-19. È successo in Albania, Armenia, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovina, Kazakistan, Kosovo, Polonia, Russia, Serbia, Turchia, Ucraina, Ungheria e Uzbekistan. In Tagikistan e Turkmenistan, gli operatori sanitari e i lavoratori dei settori essenziali non hanno osato opporsi apertamente alle già vergognose restrizioni alla libertà d’espressione. In Turchia, il governo ha orchestrato eserciti di troll e imposto limitazioni online ed errori di navigazione, per sviare gli utenti da determinati siti web, account e informazioni scomode.

Alcuni governi hanno messo insieme la crisi sanitaria con preoccupazioni per la sicurezza nazionale, come in Ungheria. In Francia e in Turchia, per esempio, la legislazione sulla sicurezza nazionale è stata approvata con procedimenti accelerati, mentre i governi in Russia e altrove hanno rafforzato le capacità di sorveglianza e accumulato, e talvolta divulgato, dati personali, ponendo una minaccia a lungo termine per la privacy e altri diritti. L’agenda antiterrorismo dell’Ue, lanciata a dicembre, si proponeva di sfruttare il potere della tecnologia per proteggere le persone da attacchi violenti. Ma l’agenda amplierà notevolmente la capacità di sorveglianza e l’uso di tecnologie predittive a scapito della libertà d’espressione e del diritto alla privacy, a un processo equo e alla non discriminazione.

 

I governi devono smettere di usare la pandemia come pretesto per reprimere il dissenso; tenere a freno le azioni fuori dalle regole della polizia; garantire l’accertamento delle responsabilità per la cattiva condotta e fermare la tendenza a diventare stati di sorveglianza.

 

MINACCE ALL’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA

In un certo numero di paesi, i governi hanno continuato a compiere passi che hanno eroso l’indipendenza della magistratura. Una misura comune è stata punire i giudici o interferire con la loro nomina o la sicurezza del loro mandato perché avevano dimostrato indipendenza, criticato le autorità o emesso sentenze contrarie alla volontà del governo.

In Polonia, il parlamento ha adottato una nuova legge che vieta ai giudici di mettere in discussione le credenziali dei giudici della camera disciplinare della Corte suprema nominati dal presidente. Ad agosto, lo stato ha avviato un procedimento disciplinare contro 1.278 giudici, che avevano chiesto all’Osce di monitorare le elezioni presidenziali. Nonostante una decisione di aprile della Corte di giustizia dell’Ue, che impone al governo polacco di sospendere immediatamente il nuovo sistema di procedimenti disciplinari contro i giudici, le autorità si sono rifiutate di attuare la sentenza.

In Ungheria, alti esponenti governativi hanno contestato le sentenze definitive nelle comunicazioni ufficiali del governo e nella stampa, ritardandone l’esecuzione. In Turchia, il Consiglio dei giudici e dei pubblici ministeri ha avviato procedimenti disciplinari nei confronti dei tre giudici che hanno assolto gli imputati del processo Gezi, dopo che il presidente aveva criticato l’assoluzione.

Le autorità turche hanno inoltre minato le garanzie del giusto processo adottando misure per controllare gli ordini degli avvocati e prendendo di mira gli avvocati per la loro attività professionale. A luglio, il parlamento ha approvato una legge che modifica la struttura degli ordini degli avvocati e indebolisce la loro capacità di dare voce a preoccupazioni su questioni come la mancanza d’indipendenza della magistratura e i diritti umani. A settembre, 47 avvocati sono stati arrestati dalla polizia, perché sospettati di “appartenenza a un’organizzazione terroristica”, accusa basata esclusivamente sul loro lavoro. Sempre a settembre, la Corte di cassazione ha confermato le condanne alla reclusione di 14 avvocati perseguiti con accuse di terrorismo.

In Russia e in gran parte dell’Europa orientale e dell’Asia Centrale sono rimaste diffuse le violazioni del diritto a un processo equo e le autorità hanno usato la pandemia per negare ai detenuti gli incontri con gli avvocati e per vietare l’osservazione pubblica dei processi. Durante l’emergenza dei diritti umani in Bielorussia, ogni parvenza di adesione al diritto a un processo equo e alla responsabilità è stata intaccata: non solo le uccisioni e le torture di manifestanti pacifici non sono state indagate ma le autorità hanno fatto ogni sforzo per fermare od ostacolare i tentativi delle vittime di violazioni di sporgere denuncia contro i perpetratori.

 

I governi devono garantire il rispetto dello stato di diritto, tutelare l’indipendenza della magistratura e sostenere le garanzie del giusto processo.

 

DIRITTI UMANI NELLE ZONE DI CONFLITTO

I conflitti nei paesi dell’ex Unione sovietica hanno continuato a frenare lo sviluppo umano e la cooperazione regionale e le linee di confine lungo territori non riconosciuti hanno limitato i diritti dei residenti su entrambi i lati.

In Georgia, in Russia e nei territori separatisti dell’Abkhazia e della regione dell’Ossezia del Sud/Tskhinvali, la libertà di movimento con il resto della contea ha continuato a essere limitata, anche attraverso l’ulteriore installazione di barriere fisiche. I punti di attraversamento chiusi nel 2019 sono rimasti bloccati e almeno 10 residenti sarebbero morti dopo che era stato loro negato il permesso per il trasferimento a fini medici nel resto della Georgia. In Moldova, le autorità de facto nella regione non riconosciuta della Transnistria hanno introdotto limitazioni ai viaggi dal territorio controllato dal governo, con ripercussioni sui rifornimenti sanitari per la popolazione locale. In Ucraina, sia le forze governative che quelle dei separatisti sostenuti dalla Russia nell’est del paese hanno imposto restrizioni ai viaggi attraverso la linea di confine, una misura apparsa spesso essere reciproca; a fine ottobre, il numero di attraversamenti era calato da una media mensile di un milione a decine di migliaia. Queste restrizioni e le limitazioni per il Covid-19 hanno significato per molte persone la separazione dalle famiglie e la mancanza di accesso all’assistenza sanitaria, alle pensioni e ai luoghi di lavoro. Le persone anziane e i gruppi vulnerabili sono stati tra quelli più duramente colpiti.

Gli scontri più gravi si sono verificati a settembre, quando sono scoppiati pesanti combattimenti tra l’Azerbaigian e l’Armenia e le forze sostenute dagli armeni nella regione azera separatista del Nagorno-Karabakh, che hanno causato più di 5.000 vittime. Tutte le parti hanno utilizzato armi esplosive pesanti con effetti su vasta scala in zone civili densamente popolate, inclusi missili balistici e salve di artiglieria a razzo, notoriamente imprecise. L’uso di queste armi ha causato morti e feriti tra i civili e danni diffusi in aree civili. Munizioni a grappolo vietate dal diritto internazionale umanitario sono state impiegate a Stepanakert/Khankendi, la capitale del Nagorno-Karabakh, e nella città di Barda, in un’area sotto il controllo del governo dell’Azerbaigian. Entrambe le forze azere e armene hanno commesso crimini di guerra, tra cui l’esecuzione extragiudiziale e la tortura di prigionieri e la profanazione di cadaveri delle forze opposte.

 

Tutte le parti in conflitto devono rispettare pienamente il diritto internazionale umanitario e proteggere i civili dagli effetti delle ostilità. Qualsiasi restrizione alla libertà di movimento deve essere strettamente necessaria, dettata da autentiche considerazioni di sicurezza e militari e proporzionata.

 

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Alcuni governi hanno ulteriormente limitato lo spazio d’azione per i difensori dei diritti umani e le Ong, attraverso leggi e politiche restrittive e una retorica stigmatizzante. Questa tendenza ha avuto un’accelerazione durante la pandemia, che ha assottigliato i ranghi della società civile a causa del logoramento finanziario, poiché i flussi di denaro da persone, fondazioni, imprese e governi si sono prosciugati, in conseguenza delle difficoltà economiche legate al Covid-19.

La Turchia ha continuato a reprimere e vessare le Ong, i difensori dei diritti umani e le voci di dissenso e non ha attuato una sentenza chiave della Corte europea dei diritti umani, che chiedeva l’immediato rilascio dell’attivista della società civile Osman Kavala, ingiustamente detenuto. I governi di Kazakistan e Russia hanno continuato a mettere a tacere le Ong attraverso campagne diffamatorie e le autorità fiscali del Kazakistan hanno minacciato di sospendere oltre una decina di Ong per i diritti umani, sulla base di presunte violazioni della denuncia dei redditi provenienti dall’estero. In Russia, manifestanti pacifici, difensori dei diritti umani e attivisti civili e politici hanno subìto arresti e procedimenti penali. In Kirghizistan, le modifiche proposte alla legislazione sulle Ong hanno creato onerosi obblighi di rendicontazione finanziaria.

Nel contesto dell’antiterrorismo, la Francia e l’Austria si sono mosse per sciogliere alcune associazioni musulmane sulla base di procedure problematiche. Nuove legislazioni restrittive sulle Ong sono state dibattute in Bulgaria, Grecia, Polonia e Serbia, mentre i governi in Francia, Italia, Malta e altrove hanno continuato a ostacolare e talvolta criminalizzare il lavoro delle Ong coinvolte nel salvataggio o nella fornitura di assistenza umanitaria a migranti e richiedenti asilo.

Con uno sviluppo positivo, la Corte di giustizia dell’Ue ha revocato una legge restrittiva sulle Ong adottata nel 2017 dall’Ungheria, ritenendola in contrasto con il diritto dell’Ue. L’anno ha visto anche il rafforzamento dei movimenti sociali incentrati sull’ambiente, l’accertamento delle responsabilità, i diritti delle donne e l’antirazzismo. I manifestanti si sono mobilitati contro i risultati elettorali contestati in Bielorussia, contro la corruzione in Bulgaria e contro le mosse retrograde del nuovo governo in Slovenia. Migliaia di persone hanno contestato una controversa legge sulla sicurezza proposta in Francia e una sentenza che limita ulteriormente l’accesso all’assistenza per un aborto sicuro in Polonia.

 

I governi devono fermare la stigmatizzazione delle Ong e dei difensori dei diritti umani e garantire un ambiente sicuro e favorevole in cui sia possibile difendere e promuovere i diritti umani, senza timore di punizioni, rappresaglie o intimidazioni.

 

DIRITTI DELLE DONNE E DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

In molti paesi, i progressi nella lotta alla violenza domestica si sono arrestati e sono stati fatti persino passi indietro. Il 2020 non ha visto nuove firme o ratifiche alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul). Al contrario, il parlamento ungherese si è rifiutato di ratificarla, mentre il ministro della Giustizia polacco ha annunciato l’intenzione di ritirare il paese dalla Convenzione e il presidente turco ha avanzato la stessa idea.

Poiché molte donne sono state confinate in casa con i loro molestatori durante il lockdown, in un certo numero di paesi le organizzazioni di assistenza hanno segnalato picchi di violenza domestica, mentre l’accesso ai servizi di supporto era diventato più difficile. In Ucraina e in molti altri paesi dell’Europa orientale e dell’Asia Centrale, rigorose misure di quarantena hanno impedito a molte sopravvissute di accedere all’assistenza legale gratuita offerta online, mentre continuavano a condividere lo spazio vitale con il loro aggressore o non potevano recarsi nei rifugi. Alcuni governi dell’Ue hanno adottato misure speciali per assistere le vittime durante la pandemia, affittando camere d’albergo invece di mandare le donne in rifugi dove il rischio d’infezione era più alto o creando nuove linee telefoniche di aiuto. Alcuni paesi, tra cui Croazia, Danimarca, Paesi Bassi e Spagna, hanno finalmente adottato misure per migliorare le leggi sullo stupro e basarle sul consenso.

Sotto il lockdown, alcune autorità di competenza hanno classificato le cure per l’aborto come trattamenti medici non essenziali, ponendo nuovi ostacoli alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi delle donne. In Slovacchia è fallita per poco un’iniziativa legislativa per limitare ulteriormente l’accesso all’aborto, mentre la Corte costituzionale in Polonia ha annullato una disposizione che consentiva alle donne d’interrompere la gravidanza in caso di anormalità fetale fatale o grave. Questa mossa ha provocato proteste di massa da parte delle donne e dei loro sostenitori nel paese. Manifestanti pacifici sono andati incontro alla violenza della polizia e hanno dovuto affrontare accuse amministrative e penali. Nel frattempo, 11 attiviste per i diritti delle donne in Grecia sono state arrestate e accusate di aver violato le norme di salute pubblica, dopo aver organizzato un’azione simbolica contro la violenza di genere.

In diversi paesi, personalità religiose e politiche hanno utilizzato il Covid-19 come scusa per spargere odio contro la comunità Lgbti, incolpandola della pandemia. Osservatori hanno anche segnalato picchi legati al Covid-19 di abusi domestici contro le persone Lgbti. Alcuni paesi hanno utilizzato la pandemia come pretesto per limitare l’accesso alla terapia ormonale e ad altri trattamenti medici per le persone trans. Un certo numero di municipalità in Polonia si sono dichiarate “zone libere dalle persone Lgbti” e il presidente in carica Andrzej Duda ha attivamente sostenuto l’odio contro la comunità Lgbti durante la sua campagna per la rielezione. A fine anno, il governo ungherese ha proposto un ampio numero di leggi per limitare i diritti delle persone Lgbti. Analogamente, il parlamento rumeno ha approvato una legge che vieta l’insegnamento degli studi di genere che, a fine anno, era stata impugnata dinanzi alla Corte costituzionale.

 

I governi devono rafforzare i servizi di supporto per le donne e le persone Lgbti vittime di violenza domestica, rimuovere gli ostacoli all’accesso ai diritti sessuali e riproduttivi e combattere la discriminazione contro le donne e le persone Lgbti.

 

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI

Il Covid-19 ha peggiorato la già precaria situazione di rifugiati e migranti. Diversi paesi hanno ritardato o sospeso l’elaborazione delle richieste di asilo. Molti rifugiati e migranti sono stati particolarmente a rischio di contrarre il Covid-19, poiché vivevano in strutture di detenzione, campi o case occupate, sovraffollati e insalubri. Il caso più emblematico è stato il campo di Moria, sull’isola greca di Lesbo, bruciato da un incendio che ha lasciato senza riparo 13.000 rifugiati e migranti. La chiusura delle frontiere ha privato i lavoratori stagionali e i lavoratori migranti dei mezzi di sussistenza e le loro famiglie delle rimesse, anche in Asia Centrale.

I respingimenti e le violenze ai confini terrestri e marittimi sono continuati. Con una mossa cinica e pericolosa, la Turchia ha strumentalizzato rifugiati e migranti per scopi politici, incoraggiandoli a viaggiare dalla Turchia verso il confine terrestre della Grecia, in alcuni casi anche facilitandone il trasporto. A loro volta, le autorità greche hanno commesso violazioni dei diritti umani contro le persone in movimento, compreso l’uso eccessivo della forza, percosse, uso di proiettili veri e respingimenti in Turchia. La Croazia ha proseguito con le espulsioni forzate di richiedenti asilo, spesso accompagnate da violenze e abusi. I governi di tutta l’Europa meridionale hanno vietato alle navi nel Mediterraneo di sbarcare migranti e rifugiati salvati, lasciandoli bloccati in mare per periodi di tempo senza precedenti. In un chiaro tentativo di eludere gli obblighi legali contro i respingimenti, Italia, Malta e Ue hanno continuato a cooperare con la Libia, dove migranti e rifugiati sbarcati sono stati vittime di gravi violazioni dei diritti umani. L’Ue ha iniziato a discutere un nuovo patto sulla migrazione, in linea con il principale orientamento politico dell’Ue stessa, volto a scoraggiare la migrazione, piuttosto che gestirla in modo conforme ai diritti umani.

 

I governi devono espandere la previsione di percorsi di migrazione sicuri e regolari per raggiungere l’Europa, in particolare per le persone che necessitano di protezione, come visti umanitari, reinsediamenti, sponsorizzazioni comunitarie e ricongiungimenti familiari.

 

PREVENZIONE DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO E RESPONSABILITÀ DELLE IMPRESE

A dicembre, il Consiglio europeo ha deciso di ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55 per cento entro il 2030. Sebbene sia un passo avanti rispetto al suo precedente impegno, ancor più inadeguato, questo obiettivo non riuscirebbe comunque a ridurre le emissioni a un ritmo che eviti i peggiori effetti sui diritti umani della crisi climatica e comporterebbe un onere eccessivo per i paesi in via di sviluppo. A livello nazionale, la stragrande maggioranza dei paesi europei che hanno annunciato obiettivi di emissioni zero ha continuato solo a impegnarsi per raggiungerli entro il 2050. Per evitare di causare danni significativi ai diritti delle persone dentro e fuori dall’Europa, devono ottenere la neutralità delle emissioni di carbonio ben prima di questa data. Inoltre, nella maggior parte dei casi, i piani di emissioni zero includevano scappatoie che potrebbero ritardare l’azione per il clima, insieme a misure che sarebbero dannose per il godimento dei diritti umani. Diversi paesi, come Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Russia, hanno consentito alle società di combustibili fossili, all’industria aeronautica e ad altre società inquinanti di beneficiare di misure di stimolo economico, come sconti fiscali e prestiti, senza alcuna condizione sulla riduzione della loro impronta ecologica.

Si è verificato un aumento significativo dei contenziosi sul clima contro governi e aziende, con nuovi casi importanti registrati in Francia (dove è stata applicata la recente “legge di vigilanza”), Germania, Polonia, Spagna e Regno Unito, tra gli altri, oltre a un caso di sei bambini e giovani portoghesi presentato alla Corte europea dei diritti umani, che coinvolgeva 33 stati membri. La Corte suprema irlandese ha richiesto al governo di adottare obiettivi di riduzione delle emissioni più ambiziosi, mentre la Corte federale svizzera ha respinto una richiesta simile.

Dopo anni di pressioni da parte della società civile e dei sindacati, la Commissione europea ha avviato il processo d’introduzione di una legge che obbliga le aziende a rispettare i diritti umani e gli standard ambientali, lungo l’intera filiera mondiale delle imprese. A novembre, anche se la maggioranza degli elettori svizzeri ha votato a favore dell’introduzione di una legge simile, l’iniziativa è fallita, in quanto non ha ricevuto il sostegno della maggior parte dei cantoni.

 

I governi devono accelerare le tempistiche inadeguate per la riduzione delle emissioni di gas serra e raggiungere zero emissioni di carbonio, oltre a eliminare le scappatoie che ritardano l’azione per il clima. Essi dovrebbero condizionare qualsiasi misura di sostegno economico alle aziende ad alte emissioni con impegni a tempo determinato per eliminare gradualmente i combustibili fossili. I legislatori dell’Ue devono garantire che le leggi ritengano effettivamente le aziende responsabili dei diritti umani e dei danni ambientali all’interno della loro filiera e forniscano alle vittime l’accesso a rimedi.

 

DIRITTI UMANI IN PATRIA E NEL MONDO

Gli attacchi al quadro europeo dei diritti umani sono proseguiti nel 2020. Nell’ambito dell’Osce, gli stati non hanno potuto accordarsi sulla leadership delle principali istituzioni per i diritti umani e hanno lasciato i mandati scaduti per molti mesi prima di approvare le sostituzioni. Stati membri del Consiglio d’Europa hanno continuato a ritardare l’attuazione o a implementare selettivamente le sentenze della Corte europea dei diritti umani. Un indicatore lampante di regresso è stato l’aumento dei verdetti che hanno riscontrato una violazione dell’art. 18 della Convenzione europea dei diritti umani, che vieta l’impiego di restrizioni dei diritti per scopi diversi da quelli prescritti dalla Convenzione. È stato accertato che stati membri come Azerbaigian, Russia e Turchia hanno detenuto o perseguito persone in modo ingiusto o limitato in altro modo i loro diritti. Le violazioni dell’art. 18 dovrebbero suonare come un forte campanello d’allarme: indicano la presenza di persecuzioni politiche.

L’Ue ha continuato ad avere difficoltà nell’affrontare la continua erosione dello stato di diritto in Polonia e Ungheria, sebbene abbia avviato procedimenti contro i due stati per il rischio di una grave violazione dei valori fondanti dell’Unione. A fine anno, gli stati membri dell’Ue hanno concordato di vincolare i finanziamenti Ue, compresi quelli per il recupero in seguito al Covid-19 e i fondi relativi al clima, al rispetto dello stato di diritto ma non è chiaro come questo collegamento possa essere attivato in futuro. Nonostante alcune importanti sentenze della Corte di giustizia europea in materia di diritti umani, relative all’indipendenza della magistratura e agli attacchi alle Ong, l’incapacità dell’Ue d’invertire o fermare la riduzione dello spazio d’azione per le Ong e le violazioni dei diritti umani legate alla migrazione ha messo a dura prova la sua coesione, all’interno e verso l’esterno, e ha reso più difficile per l’Ue impegnarsi in modo credibile sui diritti umani nella politica estera.

Nell’Europa orientale e nell’Asia Centrale, Russia e Cina hanno continuato a esercitare un’influenza politica, economica e talvolta militare e hanno minato il quadro internazionale dei diritti umani e le istituzioni incaricate di proteggerlo. La Russia ha offerto sostegno finanziario e mediatico alle autorità bielorusse, che hanno intrapreso un vero e proprio attacco violento contro la popolazione, mentre l’Ue, le Nazioni Unite e le istituzioni regionali per i diritti umani non sono state in grado di mettere assieme il loro peso politico, per porre fine alle oltraggiose violazioni. Nell’Europa occidentale, Belgio, Francia, Regno Unito e Repubblica Ceca erano tra i paesi che hanno consentito la vendita di armi all’Arabia Saudita e agli Uae, nonostante l’elevata probabilità che queste armi venissero utilizzate per commettere violazioni dei diritti umani nel conflitto in Yemen.

Nonostante le sfide interne, l’Ue e i suoi stati membri sono rimasti attori importanti nella promozione dei diritti umani nel mondo. Nel 2020, l’Ue ha compiuto passi significativi per rafforzare la sua politica in materia, anche adottando un nuovo piano d’azione sui diritti umani.

 

Gli stati devono adempiere agli obblighi dei trattati che hanno scelto di assumersi e rispettare l’architettura dei diritti umani di cui fanno parte. Laddove si sono impegnati a rispettare le decisioni dei tribunali internazionali per i diritti umani, devono applicarne le sentenze.

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