Medio Oriente e Africa del nord - Amnesty International Italia

Rapporto 2020 – 2021

Medio Oriente e Africa del nord

I governi della regione hanno risposto alla pandemia da Covid-19 dichiarando lo stato d’emergenza o approvando normative che comportavano eccessive restrizioni alla libertà d’espressione. Coloro che hanno espresso legittimamente le loro critiche verso la risposta, spesso oppressiva, dei governi alla pandemia, sono incorsi in azioni penali. Gli operatori sanitari hanno protestato per la mancanza di protezione sul luogo di lavoro, compresa la scarsa fornitura di dispositivi di protezione individuale (Dpi) e la difficoltà di accesso a test diagnostici, ma sono andati incontro ad arresti e azioni giudiziarie per avere sollevato preoccupazioni per le condizioni di lavoro e la salute pubblica. Le misure con cui i governi hanno risposto alla pandemia sono state discriminatorie, anche in termini di distribuzione dei vaccini.

 

I difensori dei diritti umani della regione hanno proseguito il loro lavoro nonostante l’elevato rischio di subire carcerazioni, azioni penali, divieti di viaggio o altre forme di rappresaglia. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso all’uso illegittimo della forza letale o “meno letale”, uccidendo e ferendo centinaia di persone nell’impunità. Nelle carceri, il sovraffollamento e le pessime condizioni igieniche hanno reso i reclusi della regione particolarmente vulnerabili al contagio da Covid-19; questa situazione è stata ulteriormente aggravata da un’assistenza medica al di sotto degli standard e dal ricorso a tortura e altro maltrattamento nelle carceri.

Le parti coinvolte nei conflitti armati hanno commesso crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto umanitario internazionale. In piena pandemia, le autorità hanno limitato l’accesso degli aiuti umanitari, aggravando il deplorevole stato in cui versavano i sistemi sanitari già allo stremo. Altre potenze militari hanno alimentato le violazioni attraverso trasferimenti illeciti di armi e fornitura di supporto militare diretto ai combattenti. I paesi più piccoli continuavano a ospitare da soli più di tre milioni di rifugiati siriani, sebbene una serie di fattori di spinta abbia costretto molti a fare ritorno in Siria. Offensive militari e combattimenti, oltre che la situazione d’insicurezza interna in diversi paesi della regione, hanno costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le loro case.

I lavoratori hanno dovuto affrontare licenziamenti sommari o riduzioni di salario a causa della crisi causata dall’impatto economico della pandemia. I lavoratori migranti erano particolarmente vulnerabili a causa del sistema di lavoro tramite sponsor, conosciuto come kafala, che in molti paesi vincola il permesso di soggiorno all’impiego. C’è stato un aumento della violenza domestica, specialmente durante i periodi di lockdown nazionale, e i cosiddetti “delitti d’onore” sono continuati nell’impunità.

Le autorità hanno represso duramente i diritti delle persone Lgbti, arrestandole a causa del loro reale o percepito orientamento sessuale o dell’identità di genere e sottoponendo molti uomini a visite anali forzate.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

In Tunisia e Marocco, gli operatori sanitari hanno organizzato proteste contro la mancanza di adeguate misure di protezione a loro disposizione, come la dotazione insufficiente di Dpi, un accesso inadeguato ai test diagnostici e il mancato riconoscimento del Covid-19 tra le malattie professionali. In Egitto e Iran, gli operatori sanitari hanno subìto rappresaglie, tra cui arresti, minacce e intimidazioni, per avere apertamente denunciato le loro preoccupazioni o in altro modo criticato le misure del governo. Le autorità egiziane hanno arrestato almeno nove lavoratori del settore che avevano espresso timori riguardo alla sicurezza o criticato la gestione della pandemia da parte del governo, trattenendoli in custodia cautelare in attesa di condurre indagini per accuse di “terrorismo” e “diffusione di notizie false”.

Il governo siriano non ha provveduto a fornire adeguati dispositivi di protezione agli operatori sanitari né garantito loro l’accesso ai test diagnostici. A dicembre, il ministero della Salute israeliano ha distribuito vaccini per il Covid-19 esclusivamente ai propri cittadini e ai residenti permanenti in Israele, compresi i palestinesi che vivono nell’area di Gerusalemme Est annessa illegalmente da Israele, discriminando i quasi cinque milioni di palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana in Cisgiordania e a Gaza, in violazione dei propri obblighi in quanto potenza occupante, di garantire alla popolazione adeguate misure di prevenzione per combattere la diffusione di pandemie. Nel sud della Libia, i popoli tabu e tuareg hanno incontrato notevoli ostacoli nell’accesso a un’adeguata assistenza medica, in quanto i gruppi armati rivali controllavano l’accesso ai principali ospedali e, in alcuni casi, perché erano privi di documenti d’identità.

 

Le autorità dovrebbero assicurare che l’assistenza medica da loro erogata, compresa la vaccinazione preventiva della popolazione, sia fornita senza alcuna discriminazione, che gli operatori sanitari siano adeguatamente protetti e che qualsiasi limitazione dei diritti adottata per combattere la pandemia sia necessaria e proporzionata.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

I governi della regione hanno usato la crisi sanitaria causata dal Covid-19 per giustificare ulteriori strette sulla libertà d’espressione, negando in tal modo alle persone il diritto a essere informate sul virus o di mettere in discussione le risposte adottate dai governi. In Algeria, Giordania e Marocco, le autorità hanno emanato decreti o normative facendo riferimento a uno stato d’emergenza che criminalizzava ogni legittima espressione di opinioni riguardo alla pandemia. Queste misure sono state prontamente implementate e le autorità hanno perseguito penalmente persone accusate di “diffondere notizie false” o di “intralciare” le decisioni del governo. In Bahrein, Iran, Oman e Arabia Saudita, le autorità giudiziarie hanno incaricato unità investigative speciali per perseguire persone accusate di diffondere “dicerie” sulla pandemia che turbavano l’opinione pubblica. Le autorità egiziane e iraniane hanno arrestato o vessato in altro modo giornalisti e utenti dei social network, per avere messo in discussione la narrativa ufficiale sul Covid-19. In Giordania e Tunisia sono state adottate misure come brevi stati di fermo o indagini penali contro chi criticava il governo o la gestione della crisi da parte delle autorità locali.

In tutta la regione, le autorità hanno utilizzato disposizioni del codice penale, oltremodo generiche e discrezionali, riguardanti il reato di “insulto”, per mettere a tacere le opinioni critiche verso le autorità espresse su Internet, imponendo pesanti condanne al carcere, come ad esempio nel caso dello scrittore Abdullah al-Maliki in Arabia Saudita, condannato a sette anni di carcere. In Egitto e Libia, i giornalisti hanno subìto procedimenti giudiziari e carcerazioni a causa del loro lavoro e, in Iran, un giornalista è stato addirittura messo a morte. Le autorità libanesi hanno indagato decine di giornalisti e attivisti per aver preso parte al movimento di protesta sorto nell’ottobre 2019. In Tunisia, nove utenti dei social network hanno dovuto affrontare indagini penali e, in alcuni casi, anche brevi periodi di fermo o detenzione, per avere pubblicato sui loro profili Facebook post che criticavano le autorità locali o la polizia.

I governi della regione hanno continuato a imporre la censura su Internet; le autorità egiziane e palestinesi hanno bloccato l’accesso ad alcuni siti web e, in Iran, le autorità hanno oscurato i canali dei social network. I governi hanno investito in costose tecnologie di sorveglianza digitale, come quelle prodotte dall’azienda israeliana Nso Group, produttrice di software di sorveglianza che prendono di mira i difensori dei diritti umani. Le ricerche di Amnesty International hanno rilevato che le autorità marocchine hanno utilizzato il noto software Pegasus dell’Nso Group contro il difensore dei diritti umani e accademico Maati Monjib e il giornalista indipendente Omar Radi, entrambi arrestati e perseguiti penalmente per accuse inventate. A luglio, un tribunale di Tel Aviv ha rigettato un esposto presentato da Amnesty International e altri, che chiedeva al ministero della Difesa israeliano di revocare all’azienda la licenza per l’esportazione di software di sorveglianza.

 

I governi devono rilasciare tutti i prigionieri di coscienza immediatamente e incondizionatamente, sospendere tutte le indagini o le azioni penali riguardanti l’espressione pacifica, sia online che offline, e smettere di oscurare i siti web al di fuori delle procedure dovute. Come misura prioritaria, le autorità dovrebbero abrogare le disposizioni discrezionali riguardanti il reato di “insulto” e depenalizzare la diffamazione.

 

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI E LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE

I difensori dei diritti umani hanno continuato a pagare a caro prezzo la loro audacia. Le autorità hanno cercato di ridurli al silenzio e punirli per il loro lavoro, utilizzando varie tattiche. Le autorità israeliane hanno fatto ricorso a irruzioni, vessazioni giudiziarie e divieti di viaggio contro chi criticava l’occupazione militare, incluso il dipendente di Amnesty International Laith Abu Zeyad, il cui divieto di viaggio è stato confermato dal tribunale distrettuale di Gerusalemme a novembre. Le autorità iraniane hanno chiuso illegalmente le attività produttive o congelato i beni di difensori dei diritti umani e messo in atto rappresaglie contro i loro familiari, compresi figli o genitori. In Egitto, le forze di sicurezza hanno arrestato tre dipendenti dell’Ong Iniziativa egiziana per i diritti personali e, con una decisione inusuale, li hanno rilasciati qualche settimana dopo, in seguito a una campagna lanciata a livello globale per la loro liberazione. Contemporaneamente, le autorità giudiziarie hanno arbitrariamente inserito almeno cinque difensori dei diritti umani nella “lista dei terroristi”, per un periodo di cinque anni. Praticamente tutti i difensori dei diritti umani dell’Arabia Saudita erano in esilio o in carcere. A dicembre, un tribunale ha condannato la difensora dei diritti umani delle donne Loujain al-Hathloul a cinque anni e otto mesi di reclusione.

Le autorità algerine hanno approvato una legislazione che ha ulteriormente limitato la libertà d’associazione e introdotto pene a 14 anni di carcere contro chi riceve sovvenzioni dall’estero per minacciare “gli interessi fondamentali dell’Algeria”. A dicembre, le autorità del Marocco hanno arrestato Maati Monjib e aperto un’indagine nei suoi confronti per accuse relative a sovvenzioni ricevute dall’estero.

A giugno, Nabeel Rajab, presidente del Centro del Bahrein per i diritti umani, messo al bando, è stato rilasciato su cauzione, dopo avere scontato una condanna a quattro anni di carcere per avere pubblicato un post su Twitter, in cui criticava il governo per la situazione dei diritti umani nel paese.

 

Gli stati devono riconoscere gli obblighi che li vincolano a rispettare e tutelare il diritto di difendere i diritti umani, assicurando che i difensori dei diritti umani siano in grado di lavorare liberamente senza timore di subire arresti e procedimenti giudiziari arbitrari, minacce, attacchi e vessazioni. Le autorità devono rispettare il diritto alla libertà d’associazione ed eliminare le restrizioni arbitrarie contro le organizzazioni della società civile.

 

PROTESTE E USO ILLEGITTIMO DELLA FORZA

I movimenti di protesta in Algeria, Iraq e Libano sono proseguiti nei primi mesi dell’anno, fino a quando la diffusione del Covid-19 non ne ha determinato la sospensione. Dimostranti pacifici hanno subìto arresti, percosse e, in alcuni casi, anche azioni penali per la loro partecipazione alle proteste. In Iraq, le forze di sicurezza federali hanno arrestato migliaia di manifestanti nei primi mesi dell’anno. Funzionari del Governo regionale del Kurdistan hanno usato il Covid-19 per giustificare la dispersione delle proteste a maggio nella città di Dohuk e per formulare accuse di “uso improprio di dispositivi elettronici”, finalizzato all’organizzazione di una protesta.

In tutta la regione, le forze di sicurezza hanno fatto ricorso all’uso della forza per disperdere le proteste, compreso l’utilizzo di armi classificate come “meno letali”. Sono stati frequenti gli episodi di uso illegittimo della forza, spesso non necessaria o eccessiva, e le armi sono state impiegate in modi diversi da quelli previsti. In Iraq, le forze di sicurezza hanno sparato munizioni vere e granate lacrimogene per uso militare, uccidendo decine di manifestanti a Baghdad, Bassora, Karbala, Diyala, Najaf e Nassiriya. In Libano, le forze di sicurezza hanno utilizzato pallettoni di gomma a distanza ravvicinata a gennaio e febbraio, ferendo centinaia di manifestanti. In Tunisia, la polizia ha fatto ricorso all’uso non necessario ed eccessivo della forza per disperdere una protesta pacifica nel governatorato meridionale di Tataouine, lanciando sconsideratamente gas lacrimogeni su aree densamente popolate; alcuni candelotti sono arrivati fin dentro le abitazioni e vicino a un ospedale. In Iran, le forze di sicurezza hanno sparato piombini appuntiti, proiettili di gomma e gas lacrimogeni, picchiando e arrestando decine di manifestanti pacifici.

Mentre la crisi economica si aggravava, in alcuni paesi ci sono state sporadiche proteste contro il peggioramento delle condizioni di vita anche più avanti durante l’anno. In Libia ci sono state poche proteste nell’est e ovest del paese contro la corruzione e il mancato accertamento delle responsabilità di milizie e gruppi armati, che hanno risposto con rapimenti e uso di munizioni vere, uccidendo almeno un uomo. Nella città di Sulaymaniyah, nel nord dell’Iraq, le autorità del Kurdistan hanno risposto alle proteste contro il mancato pagamento dei salari e la corruzione, con l’utilizzo di proiettili veri che hanno causato decine di morti. Le rare proteste avvenute in Egitto hanno portato all’arresto di centinaia di manifestanti e passanti, che sono rimasti trattenuti in attesa delle indagini per accuse di “terrorismo” e altri reati legati alle proteste.

 

Le autorità dovrebbero assicurare che gli agenti con funzioni di pubblica sicurezza agiscano nel rispetto degli standard internazionali sull’uso delle armi da fuoco e delle armi “meno letali”; indagare sull’utilizzo illegittimo della forza e chiamare i loro agenti a rispondere del proprio operato dinanzi alla giustizia. Gli stati dovrebbero sempre difendere il diritto alla libertà di riunione pacifica.

 

CONDIZIONI DI DETENZIONE E TORTURA

In diversi paesi, i prigionieri erano ad altissimo rischio di contrarre il Covid-19 a causa del sovraffollamento, delle pessime condizioni igieniche e della scarsa ventilazione nelle celle, una situazione equiparabile a tortura e altro trattamento crudele e disumano. Il sovraffollamento era un problema diffuso, riconducibile al ricorso a prassi di detenzione arbitraria, come prolungati periodi di detenzione cautelare senza possibilità concreta di appello, ad esempio in Egitto, o alla detenzione amministrativa, ad esempio in Israele e Palestina. In Marocco, l’aumento della popolazione carceraria è stato causato dalle stesse autorità, che hanno incarcerato persone solo per avere infranto le misure contro la pandemia.

Le visite nelle carceri sono state vietate durante i periodi di lockdown nazionale e in alcuni casi anche dopo, come ad esempio in Bahrein ed Egitto. Le autorità non hanno fornito ai prigionieri mezzi alternativi per comunicare con le famiglie.

In Egitto, le autorità carcerarie non hanno messo a disposizione adeguati prodotti igienizzanti o previsto test diagnostici e opportune misure d’isolamento, punendo al contrario i prigionieri che sollevavano preoccupazioni per la loro salute. In Iran, dove le stesse autorità carcerarie avevano ammesso la mancanza di risorse per rispondere alla pandemia, le forze di sicurezza hanno reagito alle proteste e alle rivolte dei reclusi che chiedevano maggiore protezione contro il Covid-19 facendo ricorso all’uso illegittimo della forza, non esitando a utilizzare proiettili veri, pallettoni e gas lacrimogeni, con esiti in alcuni casi anche letali. L’assistenza medica all’interno delle carceri era spesso inadeguata e in Egitto, Iran e Arabia Saudita, alcuni prigionieri con un trascorso politico sono stati deliberatamente privati delle cure, come misura punitiva. In Egitto, almeno 35 reclusi sono deceduti in carcere o poco dopo il loro rilascio, in seguito a complicanze mediche e, in alcuni casi, per diniego di adeguate cure mediche.

In almeno 18 paesi è continuata la prassi di torturare o sottoporre ad altro maltrattamento coloro che erano in custodia, in particolare durante le fasi dell’interrogatorio allo scopo di estorcere “confessioni”. In tutta la regione, i tribunali hanno giudicato gli imputati sulla base di prove ottenute tramite tortura. In Bahrein, Egitto, Iran e Marocco, le autorità hanno fatto ricorso al regime d’isolamento prolungato e indefinito, che spesso corrisponde a una forma di tortura, per punire i prigionieri per le loro opinioni o discorsi politici o per estorcere loro “confessioni”.

 

Le autorità dovrebbero dare priorità alle cure mediche e alla soluzione del sovraffollamento nelle carceri. Per contrastare la diffusione del Covid-19, dovrebbero rilasciare tutti coloro che sono detenuti arbitrariamente o che sono sottoposti a custodia senza necessità, come i detenuti in attesa di processo. Le autorità giudiziarie dovrebbero indagare sulle segnalazioni di tortura e altro maltrattamento nei luoghi di detenzione, oltre che sul maltrattamento inflitto ai prigionieri come forma di punizione, come ad esempio il ricorso al regime d’isolamento prolungato, e porre fine all’utilizzo di dichiarazioni ottenute tramite tortura nei procedimenti penali.

 

IMPUNITÀ E ACCESSO ALLA GIUSTIZIA

In tutta la regione, le forze di sicurezza hanno goduto dell’impunità per le violazioni dei diritti umani, specialmente per l’utilizzo illegittimo della forza letale o “meno letale” e della tortura. A giugno, le autorità iraniane hanno rivelato per la prima volta dati ufficiali riguardanti le persone uccise durante le proteste di novembre 2019 ma hanno continuato a coprire il bilancio reale delle morti e hanno elogiato pubblicamente le forze di sicurezza e d’intelligence per il ruolo svolto nella repressione. In Iraq, le promesse del nuovo primo ministro d’indagare sull’uccisione di centinaia di manifestanti e di fornire risarcimenti alle loro famiglie non sono state realizzate. In Libano, le autorità giudiziarie non hanno provveduto a indagare sulle oltre 40 denunce riguardanti tortura e uso illegittimo di armi “meno letali”, che aveva causato centinaia di feriti tra i manifestanti, tra il 2019 e il 2020. In Egitto, i procuratori hanno puntualmente omesso di condurre indagini efficaci sulle denunce di tortura e sparizione forzata, con la rara eccezione dei decessi in custodia riguardanti casi privi di connotazione politica, come quello di Islam al-Australy, un negoziante deceduto due giorni dopo essere stato arrestato a settembre.

Sono stati compiuti alcuni limitati progressi, spesso dopo lunghe battaglie, verso l’accertamento delle responsabilità a livello internazionale. A giugno, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha istituito una missione di accertamento dei fatti, incaricata d’indagare sulle violazioni e gli abusi delle norme internazionali sui diritti umani e del diritto umanitario internazionale da parte di tutte le parti coinvolte nel conflitto armato in Libia a partire dal 2016. A dicembre, sette esperti delle Nazioni Unite hanno inviato una nota ufficiale al governo iraniano in cui affermavano che le violazioni dei diritti umani, compiute in passato o ancora in corso in relazione ai massacri nelle carceri del 1988, costituivano crimini contro l’umanità e che avrebbero richiesto l’apertura di un’indagine internazionale nel caso in cui tali violazioni fossero continuate.

A 10 anni dalla rivoluzione, in Tunisia è avanzato il processo di giustizia transizionale e il governo ha finalmente pubblicato il rapporto conclusivo della commissione verità e dignità e stabilito un fondo di riparazione per le vittime. Sono proseguite davanti alle camere penali specializzate le udienze su decine di casi ma le forze di sicurezza e i sindacati della polizia hanno continuato a boicottare il processo e gli agenti accusati si rifiutavano di rispondere ai mandati di comparizione dei tribunali.

In paesi come Egitto, Iran, Israele e Territori Palestinesi Occupati (Occupied Palestinian Territories – Opt), Libia, Arabia Saudita e Siria sono stati utilizzati in maniera estensiva tribunali eccezionali, come corti militari, tribunali rivoluzionari e di sicurezza e i procedimenti giudiziari erano caratterizzati da gravi violazioni degli standard di equità processuale. I processi celebrati davanti ai tribunali penali ordinari erano spesso ugualmente problematici e continuavano a implicare procedimenti giudiziari collettivi. In alcuni paesi, in particolare Egitto, Iran e Arabia Saudita, la pena di morte è stata comminata e implementata al termine di processi profondamente viziati.

Israele ha continuato a compiere nell’impunità sistematiche violazioni contro i palestinesi, compresi crimini di diritto internazionale. Una camera preprocessuale dell’Icc stava ancora cercando di risolvere la questione della giurisdizione della corte sugli Opt, il cui esito potrebbe consentire all’ufficio del procuratore di aprire un fascicolo per crimini di diritto internazionale.

Israele ha continuato a sottoporre a forme di discriminazione istituzionalizzata i palestinesi sotto il suo governo in Israele e gli Opt, sfollando almeno 996 palestinesi in Israele e nella Cisgiordania occupata, attraverso la demolizione delle loro case.

 

Le autorità giudiziarie nazionali dovrebbero chiamare i membri delle forze di sicurezza a rispondere dinanzi alla giustizia per gli abusi compiuti, assicurare la supervisione giudiziaria dell’esecutivo e riaffermare il rispetto degli standard di equità processuale senza fare ricorso alla pena di morte.

 

VIOLAZIONI NEI CONFLITTI ARMATI

Le vite dei civili in Iraq, Libia, Siria e Yemen hanno continuato a essere afflitte da anni di conflitto armato, dove altalenanti livelli di violenza da parte degli stati e di attori non statali coinvolti in questi conflitti riflettevano alleanze spesso instabili sul campo e gli interessi di potenze militari esterne. Le varie parti coinvolte nei conflitti hanno commesso crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto umanitario internazionale. Alcune hanno lanciato attacchi diretti contro la popolazione e infrastrutture civili. In Libia, i gruppi armati e le milizie hanno continuato ad attaccare strutture mediche e a rapire operatori sanitari. L’ospedale generale al-Khadra della capitale Tripoli, designato dal ministero della Salute per il trattamento dei pazienti affetti da Covid-19, è stato bombardato ad aprile e maggio. Le forze di sicurezza governative siriane e russe hanno compiuto attacchi diretti contro la popolazione e obiettivi civili, come ospedali e scuole, lanciando bombardamenti aerei sulle città dei governatorati di Idlib, Hama e Aleppo.

Quasi tutte le parti coinvolte nei combattimenti in corso nella regione hanno compiuto attacchi indiscriminati sotto forma di raid aerei e bombardamenti di aree abitate con artiglieria pesante, mortai e razzi, provocando morti e feriti tra i civili. È anche proseguito il trasferimento di armi utilizzate per commettere crimini di guerra e altre violazioni. Gli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae) hanno continuato a consegnare illecitamente armi ed equipaggiamento militare alle milizie attive nello Yemen. In Libia, paesi come Russia, Turchia e gli Uae hanno continuato a fornire ai loro alleati armi ed equipaggiamento militare, in violazione dell’embargo sulle armi stabilito dalle Nazioni Unite, comprese mine antipersona vietate dalle norme internazionali. La Turchia e gli Uae sono intervenuti direttamente nelle ostilità attraverso raid aerei che hanno ucciso civili e persone non direttamente coinvolte nei combattimenti. In Siria, la Russia ha mantenuto il proprio sostegno militare diretto alle campagne militari lanciate dalle forze di sicurezza governative, in violazione del diritto internazionale, mentre la Turchia ha offerto il suo sostegno ai gruppi armati che si rendevano responsabili di rapimenti e uccisioni sommarie.

Alcuni attori hanno continuato a limitare l’accesso delle agenzie umanitarie come tattica, esasperando la crisi socioeconomica e compromettendo in particolare l’accesso dei civili alle cure mediche durante la pandemia. Nello Yemen, tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno arbitrariamente limitato l’assistenza umanitaria, aggravando ulteriormente le condizioni di un sistema sanitario già al collasso, con soltanto il 50 per cento degli ospedali e altri centri sanitari ancora operativi. Il governo siriano ha continuato a impedire l’accesso delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie internazionali con base a Damasco su tutto il territorio siriano; per cui, il meccanismo autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la consegna transfrontaliera degli aiuti in Siria attraverso il confine con la Turchia è rimasto l’unica ancora di salvezza per alcune comunità, sebbene il numero dei valichi di frontiera autorizzati sia stato dimezzato da quattro a due.

A Gaza e nel sud d’Israele, sono divampati sporadici attacchi nel contesto delle ostilità armate tra Israele e i gruppi armati palestinesi. Israele ha mantenuto il suo blocco illegale sulla Striscia di Gaza.

 

Le parti coinvolte nei conflitti armati devono rispettare il diritto umanitario internazionale. In particolare, devono porre fine agli attacchi diretti contro civili o le infrastrutture civili e agli attacchi indiscriminati; e devono astenersi dall’utilizzo di armi esplosive con effetti ad ampio raggio su aree abitate da civili. Le potenze militari devono sospendere i trasferimenti di armi laddove ci sia un significativo rischio che queste saranno utilizzate in violazione del diritto internazionale, come accade nei perduranti conflitti in corso nella regione.

 

DIRITTI DI RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO, MIGRANTI E SFOLLATI INTERNI

Rifugiati, migranti e sfollati interni, già ad altissimo rischio a causa delle condizioni di sovraffollamento nei campi, sono stati duramente colpiti dalle restrizioni di movimento imposte per contenere la diffusione del Covid-19, che hanno limitato il loro accesso all’impiego al di fuori dei campi e le consegne degli aiuti da parte degli operatori umanitari.

La raffica di attacchi contro civili e infrastrutture civili nel nord-ovest della Siria ha accresciuto la popolazione dei già sovraffollati campi per sfollati in prossimità del confine turco, arrivata ormai a un milione di persone. In Iraq, la decisione delle autorità di chiudere almeno 10 campi per sfollati interni ha costretto decine di migliaia di persone a subire un ulteriore sfollamento e ha lasciato coloro che erano percepiti in qualche modo legati al gruppo armato autoproclamatosi Stato islamico esposti al rischio di detenzione arbitraria e sparizione forzata.

Giordania, Libano e Turchia continuavano a ospitare oltre cinque milioni di rifugiati che avevano abbandonato la Siria dall’inizio della crisi nel 2011, a dimostrazione del fallimento della comunità internazionale nella condivisione delle responsabilità. In Giordania, i rifugiati siriani sono stati una delle categorie maggiormente colpite dal lockdown nazionale, in quanto in larga parte impiegati in occupazioni informali non regolamentate da contratti scritti, senza previdenza sociale e copertura sanitaria o permessi di lavoro validi.

In Libia, la sofferenza di rifugiati, richiedenti asilo e migranti è stata aggravata dall’impatto del Covid-19 sull’economia, dalla chiusura delle frontiere e dalle restrizioni di movimento. Attori statali e non statali li hanno sottoposti a periodi indefiniti di detenzione arbitraria, rapimenti, uccisioni illegali, tortura e altro maltrattamento, stupro e altra violenza sessuale e lavoro forzato. A migliaia sono stati vittime di sparizione forzata, dopo essere stati riportati a terra dalla guardia costiera libica sostenuta dall’Ue; almeno 6.000 sono stati espulsi dalla Libia orientale in violazione delle procedure dovute.

Le autorità hanno continuato ad arrestare e detenere, spesso senza base legale, migranti privi di documenti. Le autorità algerine hanno negato ai migranti detenuti qualsiasi possibilità di contestare la legalità della loro detenzione, anche per mesi, e ne hanno espulsi oltre 17.000. In Tunisia, un gruppo di 22 migranti ha vinto un ricorso giudiziario contro la loro detenzione nel centro di Ouardia e il ministero dell’Interno si è conformato all’ordine del tribunale, rilasciandoli progressivamente.

 

I governi della regione devono sospendere il refoulement diretto e indiretto dei rifugiati e richiedenti asilo verso la Siria e altri paesi, mentre gli altri stati, inclusi quelli occidentali, devono assumersi una maggiore parte di responsabilità, anche attraverso programmi d’insediamento.

 

DIRITTI DEI LAVORATORI

L’impatto economico della pandemia ha causato una perdita diffusa di posti di lavoro in tutta la regione. In Egitto, decine di migliaia di lavoratori del settore privato sono state licenziate, costrette ad accettare riduzioni di salario, a lavorare senza Dpi o a prendersi un periodo indeterminato di congedo non retribuito. Lavoratori e sindacalisti hanno dovuto affrontare arresti solo per avere esercitato il loro diritto di sciopero. In Giordania, una lunga vertenza tra il governo e il sindacato degli insegnanti è stata esacerbata dalla decisione delle autorità di congelare gli stipendi dei dipendenti pubblici fino alla fine del 2020, a causa del Covid-19; provvedimento che ad agosto ha suscitato una nuova ondata di proteste. La polizia giordana ha fatto irruzione in 13 sedi del sindacato, arrestando decine di membri e dirigenti sindacali, e un tribunale ne ha ordinato lo scioglimento.

La pandemia ha aggravato la già vulnerabile posizione dei lavoratori migranti, il cui impiego era regolamentato secondo il sistema di lavoro tramite sponsor, noto come kafala, in vigore in paesi come Bahrein, Giordania, Kuwait, Libano, Oman, Qatar, Arabia Saudita e Uae. Inadeguatamente tutelati contro gli abusi dei loro datori di lavoro e delle agenzie di reclutamento del personale, i lavoratori migranti hanno subìto licenziamenti arbitrari e il mancato pagamento dei salari; inoltre, a causa delle pessime condizioni sanitarie e del sovraffollamento all’interno dei campi o degli alloggi di fortuna, erano anche ad altissimo rischio di contrarre il Covid-19. Raramente hanno avuto accesso a forme di previdenza sociale o a occupazioni alternative, poiché la fruizione dei servizi essenziali d’emergenza e delle misure di sostegno economico era riservata ai cittadini del paese, come accaduto in Giordania, dove soltanto i lavoratori a giornata giordani ne avevano diritto. Per migliaia di lavoratori migranti, la perdita del lavoro significava anche la perdita del permesso di soggiorno e di conseguenza il rischio di arresto, detenzione ed espulsione. Coloro che intendevano abbandonare il paese spesso non potevano farlo a causa delle restrizioni di viaggio introdotte per contenere la diffusione del Covid-19. I governi, come quelli del Kuwait e dell’Arabia Saudita, hanno concesso periodi di proroga dei permessi di soggiorno o hanno annunciato condoni per chi era nel paese in violazione delle norme sul permesso di soggiorno, in modo da consentire loro di lasciare il paese senza dover pagare sanzioni amministrative, nel caso in cui non avessero debiti o cause giudiziarie aperte.

In diversi paesi sono state annunciate riforme per migliorare la protezione dei lavoratori migranti, in particolare nell’area del Golfo, dove la forza lavoro era in larga parte costituita da lavoratori migranti. In Oman e Qatar, le autorità hanno emendato la legislazione vigente per permettere ai lavoratori migranti di cambiare occupazione senza dover ottenere il permesso del loro datore di lavoro. In Kuwait, le autorità hanno perseguito almeno tre casi di abusi fisici compiuti dai datori di lavoro nei confronti delle loro lavoratrici domestiche migranti, oltre a casi riguardanti la tratta di esseri umani e la compravendita illegale di visti.

 

I governi dovrebbero impegnarsi a far rispettare i diritti dei lavoratori, tutelare il diritto di sciopero, estendere le protezioni previste dallo statuto dei lavoratori ai lavoratori migranti, compresi i lavoratori domestici, e abolire il lavoro tramite sponsor, noto come kafala.

 

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

Le organizzazioni per i diritti delle donne, le linee telefoniche di supporto o le case rifugio per le sopravvissute alla violenza hanno registrato un aumento delle richieste d’aiuto legate alla violenza domestica e di domande d’ingresso in strutture protette d’emergenza durante i periodi di lockdown nazionale, in diversi paesi tra cui Algeria, Iraq, Giordania, Marocco e Tunisia. I cosiddetti “delitti d’onore” si sono ancora verificati in Iraq, Giordania, Kuwait e Palestina, dove le autorità si sono dimostrate incapaci di perseguire i perpetratori di questi reati. In Libia, attori statali e non statali hanno sottoposto donne e ragazze ad abusi sessisti, forme d’intimidazione online, rapimenti e uccisioni, come nel caso dell’avvocata Hanan al-Barassi, a Bengasi. In Iran, la polizia “morale” ha applicato le norme discriminatorie sull’obbligo d’indossare il velo islamico, sottoponendo donne e ragazze a quotidiane vessazioni e aggressioni violente.

Le donne hanno continuato a subire radicate forme di discriminazione nella legge, in materia di matrimonio, divorzio, custodia dei figli, eredità e, in Arabia Saudita e Iran, anche nell’impiego e nella vita politica. La sospensione delle udienze dei tribunali durante i periodi di lockdown ha avuto conseguenze negative sull’accesso delle donne a un rimedio legale, come nel caso dei procedimenti giudiziari in corso in Marocco per casi di violenza contro le donne.

In Egitto, una campagna lanciata online da giovani femministe ha portato all’arresto di diversi uomini accusati di stupro e alla conseguente apertura di un unico procedimento giudiziario ma le autorità hanno arrestato anche le donne sopravvissute alla violenza e i testimoni che avevano rilasciato la loro deposizione. Almeno nove donne influencer attive sui social network in Egitto sono state perseguite penalmente per “violazione dei princìpi familiari”, per avere postato su TikTok i loro video.

Con una nota positiva, il parlamento del Kuwait ha approvato un progetto di legge sulla criminalizzazione della violenza domestica, che avrebbe offerto alle vittime di violenza domestica ulteriori forme di protezione, oltre che servizi di consulenza legale e assistenza medica.

 

Oltre ad affrontare le persistenti forme di discriminazione subite dalle donne nella legge e nella prassi, le autorità dovrebbero condannare pubblicamente tutte le forme di violenza contro le donne. Dovrebbe essere data inoltre priorità a politiche che garantiscano a donne e ragazze vittime di violenza un rimedio legale efficace e che chiamino i perpetratori a rispondere dei loro abusi dinanzi alla giustizia.

 

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

In tutta la regione, le persone Lgbti hanno subìto vessazioni, arresti e azioni penali, sulla base del loro reale o percepito orientamento sessuale o dell’identità di genere. In alcuni paesi, sono state effettuate visite anali forzate, una pratica equiparabile a tortura, al fine di raccogliere prove di condotta omosessuale per l’incriminazione di uomini gay. I tribunali penali ordinari hanno continuato a trattare le relazioni omosessuali tra adulti consenzienti come un reato, spesso condannando uomini, e in alcuni casi anche donne, ai sensi di reati contro la pubblica decenza o altre specifiche disposizioni in materia. La polizia algerina ha arrestato 44 persone per avere partecipato a una festa decritta come un “matrimonio omosessuale”; un tribunale ha successivamente condannato gli ospiti e tutti i partecipanti rispettivamente a tre anni e un anno di reclusione per “istigazione all’omosessualità” e “indecenza”. I tribunali tunisini hanno giudicato almeno 15 uomini e una donna colpevoli ai sensi dell’art. 230 del codice penale, che criminalizza la “sodomia”. In Libia, le forze di deterrenza speciale (Radaa) hanno continuato ad arrestare uomini a causa del loro percepito orientamento sessuale o dell’identità di genere, sottoponendoli anche a tortura e altro maltrattamento.

 

I governi devono rilasciare tutte le persone detenute a causa del loro reale o percepito orientamento sessuale e ritirare tutte le accuse contro di loro. Le assemblee legislative degli stati devono abrogare le disposizioni che criminalizzano le relazioni omosessuali, abolire le visite anali ed emanare opportuni strumenti legislativi che vietino la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere.

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