È persistito il programma della leva militare obbligatoria per periodi indefiniti, in alcuni casi equiparabile a schiavitù. Centinaia di persone eritree che erano state rimpatriate forzatamente dopo essersi rifugiate in altri paesi sono state sottoposte a detenzione arbitraria al loro rientro in patria. Il diritto alla libertà d’espressione è stato represso e la sorte di 27 persone sottoposte a sparizione forzata nel 2001 è rimasta sconosciuta. Il governo ha continuato a non indagare sui crimini di diritto internazionale. Il mandato del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Eritrea è stato rinnovato.
È proseguito l’arruolamento nel programma nazionale di leva militare obbligatoria per periodi indefiniti, in alcuni casi equiparabile a schiavitù. Era applicato a tutte le persone di età compresa tra 18 e 40 anni, e la pratica era collegata a molteplici violazioni dei diritti umani. Nel suo rapporto di maggio al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Eritrea ha affermato che il governo non aveva fatto alcun tentativo per riformare il programma, anche mancando di affrontare le condizioni di servizio disumane o degradanti, gli stupri, altre violenze sessuali e di genere, e la tortura. Ha riferito che le ragazze reclutate presso il famigerato campo di addestramento militare di Sawa erano a rischio di abusi e molestie sessuali da parte dei militari del campo e che il programma obbligava sistematicamente studenti, anche minorenni, a completare l’ultimo anno della scuola secondaria superiore presso il campo di Sawa, limitando così il loro accesso all’istruzione.
Altre centinaia di persone hanno abbandonato il paese, in molti casi per sottrarsi al programma di coscrizione militare o ad altri abusi. Tra dicembre 2024 e il 27 febbraio 2025, secondo segnalazioni attendibili di fonte etiope, più di 600 persone eritree, che avevano cercato rifugio in Etiopia, sono state rimpatriate con la forza in Eritrea, dove il governo considerava la loro richiesta di asilo all’estero come una prova di tradimento. Il Relatore speciale delle Nazioni Unite ha affermato nel suo rapporto di maggio (v. sopra, Lavoro forzato) di avere ricevuto informazioni attendibili secondo cui persone rifugiate e richiedenti asilo rimpatriate in Eritrea in seguito a un provvedimento d’espulsione erano state interrogate, arbitrariamente detenute, sottoposte a sparizione forzata e a coscrizione militare per periodi indefiniti.
L’Eritrea ha continuato a limitare fortemente la libertà dei media. Dal 2001 rimaneva in vigore la messa al bando di tutti i media indipendenti, così come la prassi di sottoporre persone come giornalisti, figure politiche, leader religiosi e altre dissidenti reali o percepiti a sparizione forzata, nonché ad arresti e detenzioni arbitrari, per citare alcune delle violazioni. Tuttavia, il numero esatto delle persone sottoposte a tali misure rimaneva difficile da stabilire. La sorte e la localizzazione di 11 componenti del G-15, in condizione di sparizione forzata nel 2001, sono rimaste sconosciute. Il G-15 era un gruppo di 15 figure politiche che avevano chiesto al presidente Afwerki di implementare la bozza costituzionale e di tenere elezioni aperte. Oltre a loro, lo stesso anno erano stati arrestati anche 16 giornalisti accusati di legami con il G-15, dei quali non si è saputo più nulla.
A luglio, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha votato a stragrande maggioranza di bocciare la risoluzione del governo di porre fine al mandato del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Eritrea, rinnovandolo per un altro anno.
Il governo ha continuato a non attuare le raccomandazioni formulate dalla Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite (Commission of Inquiry – Coi) sui diritti umani in Eritrea, 10 anni dopo che il suo ultimo rapporto aveva concluso che in Eritrea venivano commessi crimini di diritto internazionale dal 1991. Questi comprendevano i seguenti crimini contro l’umanità: riduzione in schiavitù, carcerazione, sparizione forzata, tortura, persecuzione, stupro, omicidio e altri atti disumani. La Coi aveva inoltre concluso che in assenza di riforme legislative e istituzionali interne adeguate da parte dell’Eritrea, ovvero in grado di garantire giustizia e l’accertamento delle responsabilità per questi crimini, si sarebbero rese necessarie ulteriori azioni a livello internazionale. Queste avrebbero dovuto comprendere un deferimento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite al procuratore dell’Icc e l’esercizio della giurisdizione universale da parte degli stati membri delle Nazioni Unite di indagare e, qualora esistessero prove sufficienti, di perseguire chi era sospettato di responsabilità per crimini di diritto internazionale. Nonostante queste osservazioni e le conclusioni del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Eritrea, la giustizia era ancora lontana dall’essere realizzata e persistevano ancora crimini di diritto internazionale e altre gravi violazioni.
Numerose Ong internazionali hanno continuato a chiedere un mandato più forte da parte Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite per consentire ulteriori indagini e la documentazione delle violazioni.