Sgomberi forzati associati a progetti di sviluppo urbano nella capitale hanno colpito in misura sproporzionata le fasce a basso reddito e marginalizzate della popolazione. Le tutele dei lavoratori sono state limitate e barriere strutturali hanno impedito l’attività sindacale. Lo spazio civico è rimasto fortemente limitato e membri dell’opposizione politica sono incorsi in procedimenti penali iniqui. Il Ruanda ha stipulato un accordo bilaterale che ha consentito agli Usa di espellere in Ruanda persone con nazionalità di paesi terzi. Gli sforzi per perseguire i crimini legati al genocidio del 1994 sono proseguiti attraverso procedimenti giudiziari interni e la cooperazione internazionale, determinando un’estradizione e una condanna.
Il Gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Repubblica Democratica del Congo ha concluso che il Ruanda aveva fornito sostegno “decisivo” al movimento 23 Marzo (M23), un gruppo armato operante nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo (Democratic Republic of the Congo – Drc). Le operazioni dell’M23 avevano causato lo sfollamento di centinaia di migliaia di persone e significative perdite di vite umane.
A febbraio, una risoluzione del parlamento europeo ha minacciato di sospendere la cooperazione con il Ruanda, a meno che non cessasse di interferire nel conflitto della Drc e interrompesse le esportazioni di minerali dalle aree controllate dall’M23. Nel frattempo, la risoluzione 2773 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto al Ruanda di cessare il suo sostegno all’M23 e di ritirare le sue truppe. Il 4 dicembre è stato formalizzato un accordo di pace con la firma da parte dei presidenti di Drc e Ruanda degli Accordi di Washington, che hanno rafforzato i precedenti impegni di porre fine ai combattimenti, ma che tuttavia sono continuati. (cfr. Repubblica Democratica del Congo).
I progetti di sviluppo urbano su larga scala nella capitale Kigali sono avanzati rapidamente. A maggio, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema ha espresso grave preoccupazione per gli sgomberi forzati e i trasferimenti di residenti negli insediamenti informali di Kigali e nelle aree designate, essendo ad alto rischio di alluvioni o frane. Molte persone residenti hanno riferito di avere ricevuto soltanto un preavviso di pochi giorni prima che le demolizioni delle loro case fossero eseguite, senza consultazione anticipata, compensazione, offerta di alloggi alternativi o concrete opportunità di impugnare le decisioni. Queste pratiche hanno colpito in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito e i gruppi marginalizzati. Ha destato preoccupazione il fatto che alcune ricollocazioni, giustificate con motivi di sicurezza, potessero invece servire per soddisfare “interessi commerciali o estetici”, aggravando così le disuguaglianze.
I diritti di lavoratori e lavoratrici, come il diritto alla libertà d’associazione e alla contrattazione collettiva, sono rimasti nella pratica limitati a causa di più ampie restrizioni imposte allo spazio civico. Gli organismi delle Nazioni Unite hanno sollevato una serie di preoccupazioni per le limitazioni imposte ai sindacati che colpivano la loro capacità di organizzarsi, oltre che per l’inadeguata applicazione delle tutele sul lavoro.
Secondo il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali, che ha analizzato il quinto rapporto periodico del Ruanda a febbraio, i diritti sindacali sono stati limitati da requisiti gravosi che hanno ostacolato la capacità di lavoratori e lavoratrici di diventare rappresentanti sindacali, da tempistiche di registrazione eccessivamente lunghe per la formazione di nuovi sindacati e dalla necessità di sottoporsi ad arbitrato obbligatorio o a mediazione prima di intraprendere una contrattazione collettiva o un’azione di sciopero. Queste restrizioni hanno significativamente ostacolato il diritto alla libertà d’associazione all’interno del movimento sindacale.
In una dichiarazione rilasciata in seguito alla sua visita a maggio in Ruanda, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema ha affermato che, nonostante i forti impegni espressi dal paese per la creazione di posti di lavoro, permanevano criticità strutturali che compromettevano le tutele dei lavoratori, come la mancanza di un salario minimo adeguato, elevati livelli di occupazione informale, insufficienti meccanismi di applicazione della normativa sul lavoro e un uso persistente del lavoro minorile. Ha inoltre enfatizzato la necessità di rafforzare gli strumenti di tutela per chi lavora, attraverso ispezioni del lavoro più capillari e la creazione di un ambiente favorevole all’attività dei sindacati.
Lo spazio civico è rimasto fortemente limitato, con le autorità che hanno continuato a soffocare le voci dissidenti nei settori della politica, della società civile e del lavoro. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali (v. sopra, Diritto del lavoro) ha esortato il Ruanda a rafforzare le protezioni per chi difende i diritti umani, anche semplificando le procedure di registrazione delle Ong. Il Comitato ha precisato che la commissione nazionale per i diritti umani (un organo ufficiale) godeva di un’indipendenza limitata, che indeboliva ulteriormente i meccanismi di accertamento delle responsabilità. Il processo di selezione della commissione era soggetto al vaglio di un comitato nominato dal presidente e chi ne faceva doveva ottenere l’autorizzazione dall’ufficio del primo ministro prima d’intraprendere viaggi ufficiali, in contrasto con i Principi di Parigi (standard minimi che le istituzioni per i diritti umani devono soddisfare per essere considerate credibili ed efficaci).
Il 19 giugno, Victoire Ingabire Umuhoza è stata arrestata nella sua abitazione di Kigali dall’ufficio investigativo del Ruanda (Rwanda Investigations Bureau – Rib). Il Rib ha dichiarato che l’arresto era stato richiesto dal pubblico ministero, in relazione a un caso giudiziario in corso da tempo, in cui erano coinvolte nove persone, in maggioranza facenti parte del suo partito Sviluppo e libertà per tutti (Development and Liberty for All – Dalfa-Umurinzi), non registrato. Erano state arrestate nel 2021 e accusate di “formazione di o adesione a un’organizzazione a delinquere” e “incitamento al disordine pubblico”. Le autorità hanno incriminato Victoire Ingabire Umuhoza in relazione ad accuse secondo cui aveva partecipato o guidato le presunte attività del gruppo; accuse da lei negate.
Si temeva che il caso, emblematico di un certo modello di repressione politica, mancasse di qualsiasi base legale credibile, e fosse un mezzo per criminalizzare una pacifica opposizione politica.
Ad agosto, il Ruanda ha stipulato un accordo bilaterale con il governo degli Usa, secondo quanto si è appreso dalle autorità ruandesi, per accettare fino a 250 persone migranti e richiedenti asilo sulle quali pendeva un provvedimento di espulsione dagli Usa. Il Ruanda ha dichiarato di avere ricevuto fino a fine agosto in base al programma sette persone. Come per i precedenti accordi stipulati con Israele e il Regno Unito, questo accordo comportava il rischio di violazioni della Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati, in particolare in relazione al divieto di refoulement, tenuto conto della situazione dei diritti umani del Ruanda e delle carenze nel suo sistema d’asilo. Il paese non aveva dimostrato di essere in grado di garantire procedure eque, concrete possibilità di ricorso e un’adeguata protezione per coloro che erano trasferiti con la forza da un’altra giurisdizione.
A giugno, il Ruanda ha lanciato la sua strategia per una graduazione sostenibile dei rifugiati per il periodo 2025-2030, che mirava a permettere alle famiglie rifugiate di passare da una di pendenza a lungo termine dagli aiuti all’autosufficienza. L’obiettivo era di aiutare in tal senso il 50 per cento delle famiglie rifugiate idonee entro il 2030. La strategia dava priorità all’ampliamento dell’accesso all’istruzione, alle competenze professionali e all’impiego, al rafforzamento delle opportunità di sostentamento attraverso l’integrazione con il settore privato e al miglioramento dei sistemi di protezione sociale per aiutare queste persone a resistere ai contraccolpi economici.
Il Ruanda ha continuato a impegnarsi attivamente per garantire giustizia e riparazione per il genocidio del 1994 contro il popolo tutsi, anche attraverso procedimenti giudiziari interni e richieste di estradizione per altri paesi.
A maggio, le autorità giudiziarie francesi hanno annunciato di avere deciso la chiusura dell’indagine su Agathe Habyarimana (vedova dell’ex presidente del Ruanda, Juvénal Habyarimana) che era stata accusata di complicità nel genocidio.
Ad agosto, François Gasana, arrestato in Norvegia nel 2022, è stato estradato in Ruanda dove sarebbe stato processato per accuse di partecipazione al genocidio, comprendenti l’omicidio di un bambino e l’istigazione a commettere omicidi. Era stato giudicato colpevole in contumacia nel 2007 per il suo ruolo nel genocidio.
A novembre, Germain Musonera, ex candidato parlamentare del partito di governo, è stato condannato dal tribunale di primo grado di Kiyumba in Ruanda a 20 anni di carcere per complicità nel genocidio.