Le autorità hanno represso i diritti alla libertà d’espressione e riunione pacifica e sottoposto coloro che le criticavano ad arresti e detenzioni arbitrari. La popolazione apolide nativa (bidun) è rimasta soggetta a una discriminazione sistematica. Donne e ragazze hanno subìto discriminazioni. Decine di migliaia di persone, per lo più donne, hanno visto revocata la loro nazionalità kuwaitiana. Lavoratrici e lavoratori migranti hanno subìto abusi, comprese espulsioni sommarie collettive. Le autorità hanno mantenuto la pena di morte e ci sono state esecuzioni.
Il parlamento è rimasto sospeso. Di conseguenza, sono state introdotte modifiche legislative tramite decreto esecutivo senza supervisione parlamentare.
A settembre, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato l’esito dell’Upr del Kuwait. Il Kuwait ha ricevuto 290 raccomandazioni; ne ha accettate 206, parzialmente accettate quattro e preso atto di altre 80. Non ha accettato le raccomandazioni che chiedevano di tutelare la libertà d’espressione; ridurre l’apolidia; eliminare tutte le forme di discriminazione contro le donne; garantire i diritti di lavoratrici e lavoratori migranti; abolire la pena di morte.
Le autorità hanno represso i diritti alla libertà d’espressione e riunione pacifica.
Il codice penale e la legge sui reati informatici criminalizzavano le forme d’espressione considerate “offensive” verso la religione, l’emiro e/o capi di stato stranieri.
La legge sui raduni pubblici criminalizzava le assemblee pubbliche che coinvolgevano più di 20 persone radunatesi senza un permesso. A chi non aveva cittadinanza kuwaitiana era vietato partecipare ai raduni in determinate circostanze.
Le autorità hanno ingaggiato forme di repressione transnazionale, coordinandosi con governi stranieri per far estradare in Kuwait blogger dissidenti. Salman al-Khalidi e Mesaed al-Musaileem sono stati espulsi rispettivamente dall’Iraq e dalla Malesia. Sono stati detenuti in Kuwait dove dovevano scontare molteplici pene detentive per post pubblicati sui social media, considerati critici nei confronti delle autorità del Kuwait e dell’Arabia Saudita. Su Mesaed al-Musaileem pendeva inoltre un procedimento penale per avere lanciato appelli alla protesta in Kuwait.
Arresti e detenzioni arbitrari
Ad aprile, alcuni ex parlamentari sono stati condannati al carcere per accuse riguardanti l’avere criticato pubblicamente l’autorità, tra cui “avere offeso” l’emiro e chiesto la fine della sospensione del parlamento e delle violazioni del diritto alla libertà d’espressione. Tra questi c’erano Anwar al-Fikr, Hamad al-Olayan, Hussain al-Qallaf, Mesaed al-Quraifah e Walid al-Tabtabaei, i quali sono stati condannati a pene comprese tra i due e i quattro anni di carcere.
Le autorità hanno inoltre avanzato accuse penali per “avere offeso” l’emiro in un seminario pubblico contro l’ex vice portavoce parlamento, Mohammed al-Mutair, e hanno congelato tutti i suoi beni.
A luglio, un tribunale penale ha condannato il difensore dei diritti umani Mohammed al-Bar-ghash, membro della minoranza bidun, a tre anni di carcere per avere criticato le politiche discriminatorie delle autorità contro i bidun.
A gennaio, è entrata in vigore la legge sulla residenza degli stranieri, un decreto-legge esecutivo che ha regolamentato l’ingresso e il soggiorno di migranti. La legge ha conferito ampi poteri ai datori di lavoro e alle autorità, aumentando la dipendenza delle persone migranti e la loro vulnerabilità allo sfruttamento. L’art. 19 della legge ha stabilito il divieto per le persone migranti di lavorare per qualsiasi entità senza il permesso del loro datore di lavoro originario o l’approvazione del ministero dell’Interno. L’art. 20 ha conferito al ministero dell’Interno vasti poteri di espellere migranti per vaghi motivi “d’interesse, sicurezza, o morale pubblici”, senza la supervisione di un giudice o diritto d’appello.
Migliaia di migranti hanno affrontato arresti ed espulsioni sommarie, attraverso procedimenti giudiziari od ordini amministrativi emessi dal ministero dell’Interno.
A giugno, le autorità hanno introdotto un obbligo per lavoratrici e lavoratori stranieri nel settore privato di ottenere un permesso di uscita approvato dal datore di lavoro per poter lasciare il Kuwait, entrato in vigore il 1° luglio. Questa misura ha reintrodotto una caratteristica fondamentale del restrittivo sistema di lavoro tramite sponsor noto come kafala (lavoro tramite sponsor), che consentiva ai datori di lavoro di avere un significativo controllo sulla libertà di movimento dei lavoratori.
Popolazione apolide bidun
La popolazione bidun del Kuwait era soggetta a una discriminazione sistematica, comprendente tra l’altro il diniego della cittadinanza e dei relativi diritti, come il voto e l’accesso paritario all’assistenza sanitaria, all’istruzione e all’occupazione.
Nella maggior parte dei casi, a minori bidun (a meno che non rientrassero in una speciale esenzione come avere un padre o un nonno nell’esercito o nella polizia) continuava a essere negato l’accesso alle scuole pubbliche gratuite e potevano accedere solo a un’istruzione privata di scarsa qualità, spesso fornita presso istituzioni a basso costo o sovvenzionate private, che erano sovraffollate, sottofinanziate e prive delle strutture di base.
Minoranze religiose
Le processioni all’aperto durante il periodo sacro dell’ashura erano vietate per la minoranza religiosa sciita. A luglio, il ministero dell’Interno ha lanciato una campagna di sicurezza finalizzata a controllare gli incontri religiosi legati all’ashura, comprendente tra l’altro l’imposizione del coprifuoco durante le ore notturne per le moschee e un limite di 50 persone per i raduni nelle case private.
Le norme sullo status personale continuavano a svantaggiare le donne su questioni come matrimonio, custodia della prole ed eredità.
Le autorità hanno revocato la cittadinanza a decine di migliaia di persone applicando retroattivamente le modifiche alla legge sulla nazionalità. La revoca ha colpito principalmente le donne che si erano naturalizzate per matrimonio in seguito all’unione con un cittadino kuwaitiano, comportando la perdita automatica dei loro diritti e privandole dell’accesso a servizi essenziali. A settembre, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze ha espresso profonda preoccupazione per il significativo e sproporzionato impatto di queste misure sulle donne.
A marzo, un decreto esecutivo ha abrogato l’art. 153 del codice penale, che in precedenza prevedeva pene ridotte pari a un massimo di tre anni di carcere o una sanzione amministrativa nominale per gli uomini che uccidevano una donna con cui avevano legami di parentela, nei cosiddetti “delitti d’onore”. In base alla nuova legge, questi crimini sono diventati punibili con l’ergastolo o la pena di morte.
Sempre a marzo, sono stati emanati decreti esecutivi che hanno emendato l’art. 26 del codice sullo status personale e l’art. 15 della legge sullo status personale Jaafari, per innalzare l’età minima legale per il matrimonio a 18 anni per chiunque. La precedente età legale per il matrimonio era fissata a 15 anni per le ragazze e a 17 per i ragazzi, ma era discrezione dei giudici approvare eccezioni, che colpivano nella stragrande maggioranza le ragazze.
Sono state emesse nuove condanne a morte e ci sono state esecuzioni, compresa una per reati in materia di droga.
A dicembre, è entrata in vigore una nuova legge anti-narcotici, che manteneva l’applicazione della pena di morte per i reati in materia di droga.
Il Kuwait, uno dei principali produttori di combustibili fossili, è rimasto uno dei massimi emettitori di gas serra pro capite del mondo.
La capacità produttiva di petrolio greggio del Kuwait ha raggiunto i 3,2 milioni di barili al giorno, il livello più alto da oltre un decennio, evidenziando il continuo impegno del governo nella sua strategia di lungo termine volta a incrementare la capacità produttiva di petrolio fino a quattro milioni di barili al giorno, entro il 2035.