Angola - Amnesty International Italia

Ultime notizie sul paese

 

REPUBBLICA DELL’ANGOLA

Capo di stato e di governo: José Eduardo dos Santo

L’aggravarsi della crisi economica ha innescato l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, dell’assistenza sanitaria, del carburante, delle attività ricreative e culturali. Questo ha portato a continue manifestazioni di malcontento e a limitazioni dei diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica. Il governo non ha esitato a servirsi del sistema giudiziario e di altre istituzioni dello stato per mettere a tacere il dissenso. Il diritto all’alloggio e il diritto alla salute sono stati violati.

CONTESTO

Il crollo del prezzo del petrolio ha messo a dura prova l’economia angolana, prevalentemente petrolifera, spingendo il governo a praticare un taglio di bilancio del 20 per cento e a chiedere il supporto del Fondo monetario internazionale. A luglio, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali (Committee on Economic, Social and Cultural Rights – Cescr) ha espresso preoccupazione per le regressive misure di austerità adottate dallo stato, tra cui un insufficiente stanziamento di risorse per il settore sanitario.

Il 2 giugno, il presidente José Eduardo dos Santos ha nominato sua figlia Isabel dos Santos alla presidenza della compagnia petrolifera di stato, la Sonangol, principale fonte di reddito statale e perno di un esteso sistema clientelare.

Ad agosto, il partito di governo, Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Movimento popular de libertação de Angola – Mpla), ha rieletto José Eduardo dos Santos alla sua guida per altri cinque anni, benché a marzo egli avesse annunciato l’intenzione di ritirarsi dalla vita politica nel 2018. La sua presidenza alla guida del paese dura dal 1979.

SISTEMA GIUDIZIARIO

Le autorità hanno continuato a ricorrere a procedimenti giudiziari di natura politica, ad accuse penali per diffamazione e a disposizioni legislative in materia di sicurezza nazionale, per mettere a tacere i difensori dei diritti umani, il dissenso e altri voci critiche. L’assoluzione di difensori dei diritti umani e il rilascio di prigionieri di coscienza erano da considerarsi passi positivi ma queste conquiste rimanevano fragili in assenza di una riforma legislativa strutturale e di una completa adesione ai princìpi sanciti dal diritto e dagli standard internazionali sui diritti umani.

Prigionieri di coscienza

Il 28 marzo, 17 giovani attivisti conosciuti come “i 17 dell’Angola” sono stati giudicati colpevoli di “atti preparatori alla ribellione” e di “associazione a delinquere”. Sono stati condannati a pene detentive variabili dai due anni e tre mesi fino a otto anni e mezzo, e al pagamento di un’ammenda di 50.000 kwanza (300 dollari Usa), a titolo di rimborso delle spese processuali, e incarcerati. Le forze di sicurezza avevano arrestato e detenuto 15 degli attivisti tra il 20 e il 24 giugno 2015 nella capitale Luanda, dopo che questi avevano partecipato a una riunione per discutere di tematiche politiche e di preoccupazioni sull’amministrazione del paese. Le autorità giudiziarie avevano rinviato a giudizio anche due donne ma queste sono state incarcerate solo dopo il verdetto. Immediatamente dopo la condanna, i loro avvocati hanno presentato due ricorsi in appello, uno presso il Tribunale supremo e l’altro presso la Corte costituzionale. Hanno inoltre presentato un’istanza di habeas corpus, che è stata esaminata dal Tribunale supremo il 29 giugno: quest’ultimo ha disposto il rilascio con la condizionale per tutti e 17 gli attivisti, in attesa di una decisione finale sul loro caso giudiziario.

Il 20 luglio, l’assemblea nazionale ha approvato una legge di amnistia relativa ai reati commessi fino all’11 novembre 2015, comprendente quindi anche il caso giudiziario dei 17 dell’Angola. Alcuni dei 17 imputati hanno dichiarato di non aver commesso alcun reato e dunque di non volere che fosse concessa loro alcuna amnistia. I 17 erano prigionieri di coscienza, incarcerati e condannati unicamente per avere esercitato pacificamente i loro diritti.

Due giovani attivisti sono stati puniti per aver criticato le procedure durante il processo. L’8 marzo, Manuel Chivonde Nito Alves, uno dei 17, ha dichiarato apertamente in aula: “Questo procedimento è una pagliacciata”. È stato ritenuto colpevole di oltraggio alla corte, condannato a sei mesi di reclusione e al pagamento di un’ammenda di 50.000 kwanza[1]. Il 5 luglio, la Corte costituzionale, nella sentenza di appello, ha stabilito che il processo aveva violato alcuni dei diritti costituzionali dell’imputato e ne ha ordinato il rilascio. Il 28 marzo anche un altro giovane attivista, Francisco Mapanda (conosciuto anche come Dago Nível Intelecto) ha pronunciato parole simili ed è stato condannato per oltraggio alla corte a otto mesi di reclusione, che ha già scontato. È stato rilasciato il 21 novembre, sette giorni prima della data stabilita[2].

Difensori dei diritti umani

Il difensore dei diritti umani ed ex prigioniero di coscienza José Marcos Mauvungo è stato rilasciato il 20 maggio, in seguito a un ricorso presso il Tribunale supremo. Quest’ultimo ha giudicato che non c’erano prove sufficienti per stabilire la sua colpevolezza. José Marcos Mavungo era stato condannato a sei anni di carcere il 14 settembre 2015 per “ribellione”, un reato contro la sicurezza dello stato, ed era in carcere dal 14 marzo 2015 per coinvolgimento nell’organizzazione di una manifestazione pacifica.

Il 12 luglio, il tribunale provinciale di Cabinda ha archiviato le accuse contro il difensore dei diritti umani ed ex prigioniero di coscienza Arão Bula Tempo. Era stato arrestato il 14 marzo 2015 per “ribellione” e “tentata collaborazione con cittadini stranieri finalizzata alla coercizione dello stato angolano”, entrambi considerati reati contro la sicurezza dello stato; era stato rilasciato con la condizionale due mesi dopo. Le imputazioni sarebbero state collegate al fatto che Arão Bula Tempo aveva invitato alcuni giornalisti esteri a coprire la protesta del 14 marzo, organizzata da José Marcos Mavungo.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE

Organizzazioni della società civile impegnate nella tutela dei diritti umani, come Omunga e Sos-Habitat, hanno dovuto affrontare indebite restrizioni nell’accesso ai loro fondi, compresi i finanziamenti dall’estero. Le banche hanno impedito alle organizzazioni di accedere ai conti correnti. Questo non solo ha ostacolato il loro lavoro legittimo ma ha anche indebolito il diritto delle associazioni a chiedere e ottenere finanziamenti, con conseguenze rilevanti sui diritti umani in generale. Nonostante avessero sporto denuncia presso gli organi governativi preposti alla vigilanza sulle attività delle banche, a fine anno non avevano ancora ricevuto alcuna risposta.

LIBERTÀ DI RIUNIONE

Le autorità hanno frequentemente negato il permesso per lo svolgimento di manifestazioni pacifiche, sebbene in Angola non sia necessario ottenere un’autorizzazione anticipata. Laddove queste hanno potuto svolgersi, è spesso accaduto che la polizia arrestasse e detenesse arbitrariamente i manifestanti pacifici.

Il 30 luglio, almeno 30 attivisti non violenti sono stati arbitrariamente arrestati e detenuti per almeno sette ore nella città di Benguela. Stavano programmando di partecipare a una manifestazione pacifica organizzata dal Movimento rivoluzionario di Benguela, per chiedere misure efficaci contro l’inflazione. Sono stati tutti rilasciati senza accusa. Pochi giorni dopo, quattro di loro sono stati riarrestati, ancora una volta senza un mandato. Sono stati tutti liberati su cauzione. A fine anno non erano ancora stati formalmente incriminati ma il pubblico ministero li aveva informati che erano sospettati di rapina aggravata, traffico di droga e violenza contro sostenitori dell’Mpla[3]. Non sono stati adottati provvedimenti nei confronti di coloro che avevano effettuato gli arresti e le detenzioni in maniera arbitraria[4].

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Il 18 novembre, l’assemblea nazionale ha approvato cinque progetti di legge (legge sulla stampa, statuto della professione di giornalista, legge sulle trasmissioni radiofoniche, legge sulle emittenti televisive, legge sull’ente regolatore delle comunicazioni sociali), che avrebbero ulteriormente limitato la libertà d’espressione. I partiti d’opposizione, il sindacato dei giornalisti angolani e altri attori della società civile hanno criticato i progetti di legge, in quanto avrebbero conferito al governo un più stretto controllo su televisione, radio, stampa, social network e lnternet.

Tra le modifiche proposte c’era la creazione di un ente regolatore delle comunicazioni sociali, dotato di ampi poteri di controllo e vigilanza, compresa la facoltà di determinare se una data comunicazione fosse in linea o meno con la deontologia della professione giornalistica. Tale disposizione avrebbe consentito una censura a priori e ostacolato il libero flusso d’idee e opinioni. La maggioranza dei membri dell’ente regolatore sarebbe stata nominata dal partito di governo e dal partito con il maggior numero di seggi all’assemblea nazionale (l’Mpla in entrambi i casi), il che ha fatto temere che l’ente sarebbe stato a tutti gli effetti un’istituzione politica con il compito di mettere a tacere le voci critiche e il dissenso.

DIRITTO ALLA SALUTE – EPIDEMIA DI FEBBRE GIALLA

L’epidemia di febbre gialla, il cui primo caso clinico era stato registrato a Luanda nell’ultimo trimestre del 2015, è proseguita anche nella seconda metà del 2016, con casi sospetti in tutte e 18 le province del paese. Nell’arco di questo periodo, sono stati registrati 3.625 casi e 357 contagiati sono morti. L’epidemia era stata aggravata dalla carenza di vaccini presso il principale ospedale pubblico di Luanda, dove erano stati diagnosticati i primi casi. Il Cescr delle Nazioni Unite ha raccomandato all’Angola di aumentare le risorse destinate al settore della sanità, in particolare per migliorare le infrastrutture e ampliare la disponibilità di ambulatori medici, specialmente nelle aree rurali.

DIRITTO ALL’ALLOGGIO – SGOMBERI FORZATI

Nella sua relazione sull’Angola, il Cescr delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per il continuo ricorso agli sgomberi forzati, anche da insediamenti informali e durante progetti di sviluppo, senza le necessarie garanzie procedurali o senza la predisposizione di soluzioni abitative alternative o di adeguate forme di compensazione per le persone o i gruppi colpiti dai provvedimenti. Intere comunità sono state reinsediate in alloggi fatiscenti privi di accesso a servizi basilari come acqua, elettricità, servizi igienico-sanitari, assistenza medica e istruzione.

Il 6 agosto, un ufficiale militare ha sparato a un quattordicenne, Rufino Antônio, uccidendolo. Il ragazzo era fermo in piedi davanti alla sua abitazione nell’intento d’impedire che questa fosse demolita. Quel giorno, la polizia militare era stata schierata sul posto per gestire una manifestazione contro la demolizione delle case di Zango II, nella municipalità di Viana, nella provincia di Luanda, nel contesto di un progetto di sviluppo. A fine anno i sospettati dell’uccisione non erano stati ancora assicurati alla giustizia.

[1] Urgent Action: Angolan activist convicted after unfair trial: Manuel Chivonde Nito Alves (AFR 12/3464/2016).

[2] Urgent Action: Further information: Angolan youth activist must be released a week early: Francisco Mapanda (AFR 12/5205/2016).

[3] Urgent Action: Angola: Four youth activists detained without charge (AFR 12/4631/2016).

[4] Amnesty International, OMUNGA and Organização Humanitária Internacional (OHI) urge Angolan authorities to respect the rights to freedom of expression and peaceful assembly (AFR 12/4590/2016).

 

Continua a leggere