Ciad - Amnesty International Italia

Ultime notizie sul paese

 

REPUBBLICA DEL CIAD

Capo di stato: Idriss Déby Itno

Capo di governo: Albert Pahimi Padacké

(subentrato a Kalzeubet Pahimi Deubet a febbraio)

Il gruppo armato Boko haram ha continuato a commettere abusi nell’area del lago Ciad, uccidendo persone e saccheggiando e distruggendo proprietà. Queste violenze e la risposta del governo hanno causato lo sfollamento di decine di migliaia di persone, che hanno così dovuto affrontare condizioni di vita spaventose, tra l’altro con uno scarso accesso all’acqua e a servizi igienico-sanitari. Le elezioni presidenziali, tenutesi ad aprile, si sono svolte in un contesto di restrizioni alla libertà d’espressione, uso eccessivo o non necessario della forza contro manifestanti pacifici e sparizioni forzate. All’interno di campi sovraffollati, oltre 389.000 rifugiati continuavano a vivere in condizioni deplorevoli. L’ex presidente Hissène Habré è stato condannato all’ergastolo dalle Camere africane straordinarie (Camere africane) in Senegal, per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e tortura, compiuti in Ciad tra il 1982 e il 1990.

 VIOLAZIONI DA PARTE DI GRUPPI ARMATI

Boko haram ha compiuto attacchi contro i civili e le forze di sicurezza, uccidendo persone e saccheggiando e distruggendo proprietà private e infrastrutture pubbliche.

Il 31 gennaio, almeno tre persone, tra cui un membro di un’agenzia di vigilanza, sono state uccise in due attentati suicidi compiuti da Boko haram nei villaggi di Guié e Miterine, nella regione del lago Ciad; nell’attacco sono rimaste ferite oltre 56 persone.

 LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E RIUNIONE

I diritti alla libertà d’espressione e d’associazione sono stati violati. I difensori dei diritti umani hanno continuato a subire minacce e intimidazioni; l’accesso ai social network è stato spesso limitato. Il 19 marzo, il governo ha decretato la messa al bando di tutte le manifestazioni che non rientravano nella campagna elettorale.

Il 6 febbraio, 17 manifestanti pacifici sono stati arrestati nella capitale N’Djamena. Sono stati trattenuti per due giorni presso il quartier generale della polizia giudiziaria, dove sono stati percossi e colpiti dal lancio di gas lacrimogeni gettati nelle loro celle. Almeno due sono dovuti ricorrere a cure di terapia intensiva in ospedale.

Tra il 21 e il 23 marzo, quattro attivisti sono stati arrestati e incriminati per “disturbo dell’ordine pubblico” e “disobbedienza a un ordine legittimo” per aver pianificato l’organizzazione di una manifestazione pacifica. Sono stati detenuti nel carcere di Amsinene, a N’Djamena, dal 24 marzo al 14 aprile, giorno in cui sono stati condannati a quattro mesi di reclusione con sospensione della pena ed è stato loro proibito d’“impegnarsi in attività sovversive”. Il 4 aprile, l’attivista dottor Albissaty Salhe Alazam è stato accusato d’“istigazione a prendere parte a un raduno non armato”, “disturbo dell’ordine pubblico” e “disobbedienza a un ordine legittimo”, per aver organizzato una manifestazione pacifica per il 5 aprile, con l’obiettivo di chiedere il rilascio dei quattro attivisti. È stato condannato a quattro mesi di reclusione con sospensione della pena.

A metà aprile, due attivisti dei diritti umani hanno abbandonato il paese dopo aver ricevuto minacce di morte tramite sms e telefonate anonime, in seguito al loro coinvolgimento nelle proteste tenute prima delle elezioni contro la rielezione del presidente Déby.

Il 17 novembre, 11 attivisti dell’opposizione sono stati arrestati durante una protesta non autorizzata contro la crisi economica e accusati di aver preso parte a un “raduno disarmato”. Sono stati rilasciati il 7 dicembre e le accuse contro di loro sono decadute.

 USO ECCESSIVO DELLA FORZA

Le forze di sicurezza hanno fatto uso eccessivo o non necessario della forza per disperdere manifestazioni che si svolgevano a N’Djamena e in altre città, nell’impunità.

A febbraio e marzo, le forze di sicurezza hanno disperso con la violenza diverse manifestazioni pacifiche che si svolgevano in varie parti del paese per chiedere giustizia per Zouhoura Ibrahim, una studentessa di 16 anni, che l’8 febbraio era stata vittima di uno stupro di gruppo, che sarebbe stato compiuto da cinque giovani legati alle autorità e alle forze di sicurezza. Il 15 febbraio, la polizia ha ucciso uno studente di 17 anni durante una manifestazione pacifica a N’Djamena e il 22 febbraio le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco uccidendo uno studente di 15 anni e ferendone almeno altri cinque, nella città di Faya Largeau.

Il 7 agosto, la polizia ha impiegato armi da fuoco per disperdere una protesta pacifica a N’Djamena contro la rielezione del presidente Idriss Déby, uccidendo un giovane uomo e ferendone gravemente un altro.

 ARRESTI E DETENZIONI ARBITRARI – GIORNALISTI

Sono proseguiti gli episodi d’intimidazione nei confronti di giornalisti, i quali sono stati regolarmente sottoposti ad arresti arbitrari e a brevi periodi di fermo, per aver esercitato il loro diritto alla libertà d’espressione.

Il 28 maggio, un conduttore di un’emittente radiofonica nazionale è stato interrogato da agenti della direzione dei servizi generali d’intelligence dopo che, nel parlare del presidente durante la messa in onda, aveva accidentalmente fatto riferimento a Hissène Habré come presidente, invece che a Idriss Déby. È stato rilasciato sette ore dopo e sospeso dal programma.

Il 30 agosto, Stéphane Mbaïrabé Ouaye, direttore editoriale del giornale Haut Parleur, è stato arrestato, interrogato da agenti della direzione dei servizi generali d’intelligence e incriminato per “tentativo di frode e ricatto”, in seguito a un’intervista al direttore dell’ospedale Madre e figlio a N’Djamena, in merito ad accuse di corruzione. È stato processato e assolto dalle accuse, quindi rilasciato il 22 settembre.

Il 9 settembre, Bemadjiel Saturnin, corrispondente dell’emittente Radio Fm Liberté, è stato arrestato mentre faceva un servizio giornalistico su una protesta, malgrado avesse con sé il tesserino professionale. È stato interrogato al commissariato centrale e rilasciato quattro ore dopo.

 SPARIZIONI FORZATE

Il 9 aprile, almeno 64 soldati sono stati vittime di sparizione forzata, dopo essersi rifiutati di votare per il presidente uscente. Secondo i resoconti dei testimoni, le forze di sicurezza avevano individuato i soldati che sostenevano i candidati dell’opposizione, li avevano maltrattati ai seggi e quindi rapiti e torturati, sia presso centri ufficiali di detenzione sia in strutture non ufficiali. Di loro, 49 sono stati poi rilasciati ma a fine anno non si avevano ancora notizie della sorte degli altri 15. In seguito a pressioni internazionali, il pubblico ministero ha aperto un’indagine sul caso di cinque dei soldati ma il fascicolo è stato archiviato dopo il loro rilascio. Nessuna indagine è stata avviata in merito alle accuse di tortura e agli altri casi di sparizione.

 RIFUGIATI E SFOLLATI INTERNI

Più di 389.000 rifugiati provenienti da Repubblica Centrafricana, Libia, Nigeria e Sudan continuavano a vivere in condizioni deplorevoli all’interno dei campi per rifugiati.

A causa degli attacchi e delle minacce di Boko haram e delle operazioni condotte dall’esercito ciadiano, 105.000 persone erano sfollate internamente al paese e 12.000 sono tornate dalla Nigeria e dal Niger nel bacino del lago Ciad. A partire da fine luglio in poi, il deterioramento della situazione della sicurezza nella regione del lago Ciad ha avuto ripercussioni sull’accesso degli aiuti umanitari e sulla protezione delle popolazioni vulnerabili. Le persone sfollate internamente nell’area del bacino del lago Ciad vivevano in condizioni spaventose, con accesso estremamente limitato ad acqua e a servizi igienico-sanitari, soprattutto nei siti di Bol, Liwa e Ngouboua, nell’area di Baga-Sola.

 DIRITTO A UN ADEGUATO STANDARD DI VITA, ISTRUZIONE E GIUSTIZIA

L’escalation della violenza nell’area del lago Ciad ha costretto ancora una volta alla fuga i suoi abitanti, interrompendo le loro attività agricole, i commerci e la pesca, con conseguenze socioeconomiche disastrose. L’instabile situazione della sicurezza ha reso ancora più difficile l’approvvigionamento di cibo. A settembre, secondo le stime delle Nazioni Unite, 3,8 milioni di persone vivevano in condizioni d’insicurezza alimentare, compreso un milione che si attestava a un livello di crisi o emergenza. Il ritardo nel pagamento dei salari ha portato a frequenti scioperi nel settore pubblico, limitando l’accesso all’istruzione e alla giustizia.

Ad agosto, il governo ha adottato una riforma d’emergenza articolata in 16 punti, per contrastare la crisi economica legata al crollo del prezzo del petrolio, compresa la cancellazione delle borse di studio per gli studenti delle università del paese. In risposta, gli studenti hanno organizzato proteste, a volte pacifiche e a volte violente, nelle principali città del paese, tra cui N’Djamena, Sarh, Pala e Bongor.

 DIRITTI SESSUALI E RIPRODUTTIVI

Nonostante la legislazione nazionale prevedesse il diritto delle coppie o dei singoli individui di decidere liberamente il numero, la distribuzione o frequenza dei figli, di gestire la propria salute riproduttiva, oltre che di ottenere le relative informazioni e mezzi, molte persone non avevano ancora accesso ad alcun tipo d’informazione o assistenza medica in materia di salute riproduttiva, in particolare nelle aree rurali. L’Unfpa ha stimato che soltanto il tre per cento delle donne utilizzava una qualche forma di contraccezione. Secondo i dati forniti dall’istituto nazionale di statistica, soltanto il cinque per cento delle donne sposate utilizzava metodi contracettivi di ultima generazione.

A dicembre, il parlamento ha adottato una riforma del codice penale che ha innalzato l’età legale per il matrimonio da 16 a 18 anni.

 GIUSTIZIA INTERNAZIONALE

Il 30 maggio, l’ex presidente Habré è stato condannato all’ergastolo dalle Camere africane in Senegal, un tribunale creato in seguito a un accordo siglato tra l’Au e il Senegal. Hissène Habré è stato giudicato colpevole di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e tortura, compiuti in Ciad tra il 1982 e il 1990. I suoi avvocati hanno presentato appello contro la sentenza.

Il 29 luglio, le Camere africane hanno disposto per le vittime del caso giudiziario il pagamento a titolo di risarcimento di: 20 milioni di franchi Cfa (circa 33.800 dollari Usa) per stupro e violenza sessuale; 15 milioni di franchi Cfa (pari a 25.410 dollari Usa) per detenzione arbitraria e tortura, oltre che per i prigionieri di guerra e i sopravvissuti; 10 milioni di franchi Cfa (16.935 dollari Usa) per le vittime indirette.

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