Eritrea - Amnesty International Italia

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STATO D’ERITREA

Capo di stato e di governo: Isaias Afewerki

Migliaia di eritrei hanno continuato a fuggire dal paese, in molti casi per sottrarsi al servizio militare a tempo indeterminato, in un contesto in cui le autorità, come in passato, hanno limitato il diritto dei cittadini di espatriare. Sono persistite le restrizioni alla libertà d’espressione e di religione. Le forze di sicurezza si sono rese responsabili di uccisioni illegali. La detenzione arbitraria senza accusa né processo è rimasta la norma per migliaia di prigionieri di coscienza.

CONTESTO

Il cambio della valuta ha avuto ripercussioni sulla sussistenza delle famiglie. In base alle nuove disposizioni imposte dal governo, i prelievi dai conti bancari privati sono stati limitati a un massimo di 5.000 nafka (290 dollari Usa) al mese.

Tra il 12 e il 14 giugno, nel corso dei violenti scontri tra l’esercito eritreo ed etiope, sarebbero rimasti uccisi centinaia di combattenti. I governi dei due paesi si sono incolpati a vicenda per aver innescato il conflitto. Le relazioni tra i due stati sono rimaste tese, dopo che l’Etiopia aveva chiesto l’apertura di negoziati in anticipo rispetto all’implementazione della decisione della commissione sulla frontiera tra Etiopia ed Eritrea.

LAVORO FORZATO – LEVA MILITARE

Il servizio militare nazionale obbligatorio è rimasto esteso a tempo indeterminato, malgrado la promessa fatta dal governo nel 2014 di porre fine al sistema di leva militare a tempo illimitato. Una percentuale significativa della popolazione era arruolata a tempo indefinito, in alcuni casi anche da 20 anni. Sebbene la legge fissasse a 18 anni l’età minima per l’arruolamento, nella pratica i minori hanno continuato a essere obbligati all’addestramento militare, secondo la regola che tutti gli alunni dovevano seguire il grado 12 della scuola secondaria presso il campo militare di Sawa. Lì, i minori vivevano in condizioni deplorevoli, erano soggetti a regole disciplinari di stampo militare e addestrati all’uso delle armi. Su 14.000 persone che avevano ottenuto la licenza di diploma presso il campo a luglio, il 48 per cento erano donne, che erano state soggette a varie forme di trattamento particolarmente duro, come riduzione in schiavitù sessuale, tortura e altri abusi sessuali.

Le reclute ricevevano salari minimi e potevano beneficiare di permessi di licenza limitati, concessi secondo criteri del tutto arbitrari, spesso con effetti devastanti per la loro vita familiare. Erano costrette a prestare servizio nelle forze di difesa oppure erano destinate a svolgere lavori nel settore agricolo, delle costruzioni, scolastico, pubblico e in altri ruoli. Non era prevista alcuna forma di obiezione di coscienza.

I più anziani continuavano a essere arruolati nell’“esercito popolare”, dove ricevevano un’arma ed erano obbligati a svolgere alcuni compiti sotto la minaccia di ripercussioni punitive. Tra gli arruolati c’erano uomini anche di 67 anni.

LIBERTÀ DI MOVIMENTO

Le autorità hanno continuato a limitare il diritto dei cittadini eritrei a lasciare il paese, vietando a quelli di età compresa tra i cinque e i 50 anni di recarsi all’estero e sottoponendo a detenzione arbitraria chiunque tentasse di andarsene valicando le frontiere. Coloro che cercavano di partire per raggiungere i loro familiari all’estero erano costretti ad attraversare i confini via terra, per poter prendere un aereo da altri paesi. Se sulla strada venivano intercettati dai militari, rimanevano detenuti senza accusa fino al pagamento di esorbitanti ammende. L’ammontare della somma dipendeva da vari fattori, come ad esempio l’ufficiale di comando che effettuava l’arresto e il periodo dell’anno in cui avveniva il fermo. Le persone che venivano intercettate durante le giornate di festa nazionale per commemorare l’indipendenza erano passibili di ammende più pesanti. La somma da pagare era ancor più cospicua per coloro che tentavano di attraversare il confine con l’Etiopia. Per chi tentava di sfuggire alla cattura e per chi veniva colto mentre cercava di varcare il confine con l’Etiopia, rimaneva in vigore la cosiddetta prassi di “sparare per uccidere”. I minori vicini all’età minima per l’arruolamento, colti mentre cercavano di fuggire dal paese, venivano mandati al campo di addestramento militare di Sawa.

UCCISIONI ILLEGALI

Ad aprile, membri delle forze di sicurezza hanno aperto il fuoco uccidendo 11 persone nella capitale Asmara, quando diverse reclute del servizio di leva nazionale avevano cercato di fuggire durante un loro trasferimento a bordo di un camion dell’esercito. Secondo quanto si è appreso, oltre alle reclute, sono rimasti uccisi anche alcuni passanti. A fine anno sulle uccisioni non era stata ancora aperta alcuna indagine ufficiale.

PRIGIONIERI DI COSCIENZA

Migliaia di prigionieri di coscienza e prigionieri politici, compresi ex esponenti politici, giornalisti e seguaci di culti religiosi non autorizzati, hanno continuato a essere detenuti senza accusa né processo e senza possibilità di accedere a un avvocato o di contattare la famiglia. Molti erano in carcere da oltre un decennio.

A giugno, il ministro degli Esteri ha annunciato che 21 politici e giornalisti arrestati a settembre 2001 erano vivi e che sarebbero stati processati “nei tempi decisi dal governo”. Il ministro si è rifiutato di rivelare alle famiglie particolari riguardanti la località della detenzione e lo stato di salute dei loro cari[1]. Gli arrestati erano stati sottoposti a fermo per aver pubblicato una lettera aperta indirizzata al governo e al presidente Afwerki, in cui invocavano riforme per il paese e l’avvio di un “dialogo democratico”. Undici di loro erano ex membri del comitato centrale del partito di governo, Fronte popolare per la democrazia e la giustizia. A fine anno erano ancora detenuti.

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI

Migliaia di eritrei hanno continuato a fuggire dal paese. Nel solo periodo compreso tra gennaio e luglio, l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha registrato 17.147 richieste d’asilo in 44 paesi diversi da parte di cittadini eritrei, i quali hanno dovuto affrontare gravi violazioni dei diritti umani, sia sulle rotte migratorie sia nei paesi d’arrivo. In un episodio occorso a maggio, il Sudan ha espulso centinaia di migranti, rimandandoli in Eritrea, dopo averli arrestati mentre si dirigevano verso il confine libico. Anche gli eritrei che cercavano di raggiungere l’Europa hanno rischiato di essere sottoposti a detenzione arbitraria, rapimento, abusi sessuali e maltrattamento durante il loro viaggio.

VAGLIO INTERNAZIONALE

A giugno, la Commissione d’inchiesta sui diritti umani in Eritrea, incaricata dalle Nazioni Unite, ha presentato i risultati della sua missione al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e ha rilevato che, dall’indipendenza del paese nel 1991, le autorità eritree si erano rese responsabili di crimini contro l’umanità, tra cui riduzione in schiavitù, sparizione forzata, detenzione arbitraria, tortura, stupro e omicidio.

[1] Eritrea: Immediately and unconditionally release prisoners of conscience (news, 21 giugno).

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