Sud Sudan - Amnesty International Italia

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REPUBBLICA DEL SUD SUDAN

Capo di stato e di governo: Salva Kiir Mayardit

Nonostante la firma dell’accordo per la risoluzione del conflitto nella repubblica del Sud Sudan (Accord pour le règlement du conflit en République du Soudan du Sud – Arcss), sono proseguiti i combattimenti tra il governo e le forze d’opposizione, con continui abusi e violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme internazionali sui diritti umani. Ad aprile è stato formato un governo di transizione di unità nazionale (Transitional Government of National Unity Tgonu), che tuttavia si è spaccato a seguito degli aspri combattimenti tra il governo e le forze d’opposizione, avvenuti a luglio nella capitale Juba. Il governo ricostituito a Juba è stato riconosciuto dalla comunità internazionale ma respinto dal leader d’opposizione Riek Machar e dai suoi alleati. Il conflitto armato è proseguito con conseguenze devastanti per la popolazione civile. I servizi di sicurezza del governo sono intervenuti reprimendo le voci critiche e indipendenti dell’opposizione, mezzi d’informazione e difensori dei diritti umani.

 CONTESTO

L’implementazione dell’Arcss si è dimostrata lenta e ostacolata da numerosi impedimenti, come il disaccordo sul numero degli stati, l’acquartieramento dei combattenti d’opposizione e l’adozione di un piano di sicurezza per la capitale Juba.

Il 26 aprile, il leader d’opposizione Riek Machar è ritornato a Juba per prestare giuramento come primo vicepresidente del Tgonu, secondo quanto stabilito dall’Arcss. I ministri del nuovo governo hanno prestato giuramento la settimana successiva.

Agli inizi di luglio, una serie di violenti combattimenti tra forze governative e d’opposizione a Juba ha acuito le tensioni, che l’8 luglio sono sfociate in un mortale scontro a fuoco tra le guardie del corpo del presidente Salva Kiir e dell’allora primo vicepresidente Machar, davanti al palazzo presidenziale, dove i due stavano tenendo un incontro. Il 10 e 11 luglio, le forze governative e d’opposizione si sono scontrate con violenza a Juba.

La battaglia di Juba ha costretto Riek Machar e i suoi alleati d’opposizione a riparare verso sud, dove per tutto il mese successivo sono riusciti a sottrarsi alla caccia all’uomo lanciata dalle forze governative. Nel frattempo, il presidente Salva Kiir ha destituito Riek Machar dalla carica di primo vicepresidente e lo ha sostituito il 25 luglio con il politico d’opposizione Taban Deng Gai. Riek Machar ha respinto e condannato la sua destituzione, determinando di conseguenza una frattura nell’Esercito di liberazione del popolo sudanese/Movimento in opposizione (Sudan People’s Liberation Army/Movement in Opposition – Spla/M-io). La comunità internazionale ha alla fine riconosciuto il nuovo governo e lo ha sollecitato a riavviare l’implementazione dell’Arcss.

La situazione a Juba è tornata relativamente calma dopo la fuga di Riek Machar e delle forze d’opposizione ma la battaglia nella capitale ha innescato un’ondata di violenza nella regione meridionale dell’Equatoria, contrassegnata da uccisioni di civili, saccheggi e detenzioni arbitrarie. Particolarmente colpite sono state le contee di Lainya, Yei, Kajokeji, Morobo e Maridi. Tra luglio e dicembre, oltre 394.500 rifugiati sudsudanesi si sono riversati nel nord dell’Uganda a causa della situazione d’insicurezza.

A settembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 2304, che autorizzava la creazione di un contingente di protezione regionale (Regional Protection Force – Rpf), formato da 4.000 unità, che avrebbe affiancato i 12.000 peacekeeper della Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UN Mission in South Sudan – Unmiss), già presenti sul territorio. L’Rpf sarebbe stato schierato con mandato di agevolare gli spostamenti in sicurezza da e verso Juba; proteggere l’aeroporto e altre infrastrutture chiave della capitale; e combattere militarmente qualsiasi preparativo o tentativo di compiere attacchi contro civili, operatori umanitari o personale e strutture delle Nazioni Unite. Tuttavia, a fine anno l’Rpf non era stato ancora schierato.

La stessa risoluzione prevedeva che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avrebbe preso in considerazione l’eventuale imposizione di un embargo sulle armi, nel caso in cui il Sud Sudan avesse creato ostacoli sotto il profilo politico od operativo al funzionamento dell’Rpf o impedito all’Unmiss di svolgere il suo mandato. Nonostante fossero stati segnalati attacchi e ostacoli al lavoro del personale dell’Unmiss e malgrado il malcontento dimostrato dal governo verso il mandato e la creazione del contingente dell’Rpf, a dicembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è riuscito ad approvare una risoluzione per imporre un embargo sulle armi.

 CONFLITTO ARMATO INTERNO

Nonostante la firma dell’Arcss, in molte aree del paese i combattimenti sono proseguiti per tutto l’anno. Gli scontri armati sono stati costantemente accompagnati da abusi e violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme internazionali sui diritti umani, tra cui uccisioni, saccheggi e distruzione di proprietà civili, rapimenti e violenza sessuale, di cui si sono rese responsabili tutte le parti in conflitto.

Il 17 e il 18 febbraio, il sito di Malakal, un campo allestito dalle Nazioni Unite per proteggere i civili e dove erano ospitate circa 45.000 persone, è stato luogo di una battaglia che ha visto la partecipazione anche di soldati governativi entrati nel recinto della struttura. Circa un terzo del campo è stato completamente bruciato, e almeno 29 sfollati interni sono stati uccisi.

Agli inizi dell’anno, nel Bahr el Ghazal Occidentale, soldati governativi hanno attaccato la popolazione civile, compiendo uccisioni, atti di tortura, stupro compreso, saccheggi e dando fuoco alle abitazioni civili. Gli scontri tra truppe governative e forze d’opposizione alleate, verificatisi nella città di Wau tra il 24 e il 25 giugno, hanno causato lo sfollamento di circa 70.000 persone e decine di morti.

Durante la battaglia di luglio nella capitale Juba, individui armati, soprattutto soldati governativi, si sono resi responsabili di abusi e violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme internazionali sui diritti umani, come uccisioni, violenza sessuale e saccheggio di proprietà civili e depositi di scorte delle agenzie umanitarie. I soldati governativi hanno inoltre aperto indiscriminatamente il fuoco nelle vicinanze dei siti di protezione per i civili delle Nazioni Unite e, in alcuni casi, li hanno deliberatamente presi di mira. Secondo le Nazioni Unite, nel corso dei combattimenti all’interno dei siti erano stati uccisi 54 sfollati.

A settembre, il numero dei rifugiati arrivati nei paesi confinanti dall’inizio del conflitto, a dicembre 2013, aveva raggiunto un milione. Il numero di sfollati interni che avevano cercato salvaguardia all’interno dei siti per la protezione dei civili delle Nazioni Unite era aumentato nel corso dell’anno, fino a toccare a ottobre quota 204.918. All’interno del paese continuavano a essere sfollati complessivamente 1,83 milioni di persone, mentre 4,8 milioni versavano in condizioni d’insicurezza alimentare.

 DETENZIONI ARBITRARIE, TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Il servizio di sicurezza nazionale del Sud Sudan (National Security Service – Nss) e la direzione d’intelligence militare dell’esercito nazionale hanno continuato a effettuare arresti arbitrari e detenzioni prolungate e, in alcuni casi, in incommunicado, oltre a sparizioni forzate nei confronti di persone percepite come oppositori del governo. I detenuti sono stati sottoposti a tortura e altro maltrattamento nelle molteplici strutture di detenzione.

Almeno 30 uomini sono stati detenuti dall’Nss in una struttura di detenzione a due piani, all’interno del suo comando generale situato nel quartiere di Jebel, a Juba. Erano accusati di essere affiliati allo Spla/M-io ma non sono stati incriminati né condotti davanti a un tribunale. A fine anno, nessuno di loro aveva potuto contattare un consulente legale. L’Nss ha inoltre vietato l’accesso alle famiglie dei detenuti e non ha provveduto a fornire loro un’adeguata assistenza medica. Alcuni sono stati sottoposti a percosse e altre forme di aggressione fisica, soprattutto durante gli interrogatori o come punizione per aver infranto i regolamenti interni della struttura di detenzione. Alcuni erano reclusi anche da più di due anni.

George Livio, un giornalista per conto dell’emittente delle Nazioni Unite Radio Miraya, è rimasto trattenuto senza accusa né processo dall’Nss, a Juba, dopo il suo arresto avvenuto a Wau il 22 agosto 2014. L’Nss ha respinto le richieste avanzate dal suo avvocato d’incontrarlo e limitato il suo accesso a membri della famiglia.

Loreom Joseph Logie, arbitrariamente detenuto dall’Nss da settembre 2014, è deceduto il 17 luglio. In precedenza aveva contratto un’infezione causata da un verme solitario, che non era stata curata e che gli aveva procurato danni al fegato.

Una struttura di detenzione presso una base militare a Gorom, circa 20 chilometri a sud di Juba, è stata utilizzata, in almeno due occasioni, a novembre 2015 e maggio 2016, per detenere soldati e civili sospettati di essere affiliati all’opposizione. Nessuno dei detenuti della struttura era stato formalmente incriminato o processato. Le persone trattenute erano chiuse all’interno di container di metallo scarsamente ventilati, ricevevano una razione di cibo soltanto una o due volte alla settimana e una quantità d’acqua potabile del tutto insufficiente. Molti detenuti sono morti in questa struttura a causa delle dure condizioni; altri sono stati vittime di esecuzioni extragiudiziali.

La caserma militare di Giyada, a Juba, è rimasta un luogo dove continuavano a essere attuate detenzioni arbitrarie e in incommunicado, torture e sparizioni. Le condizioni erano particolarmente dure all’interno di una cella sotterranea dell’intelligence militare, dove i detenuti erano rinchiusi senza accesso alla luce naturale o ai servizi igienici.

Elias Waya Nyipouch, ex governatore dello stato di Wau, è stato arrestato nella sua abitazione il 26 giugno e detenuto a Juba presso la caserma militare di Giyada, quindi trasferito il 21 ottobre alla caserma di Bilpam, sempre a Juba. A fine anno era ancora trattenuto senza accusa né processo.

 MANCATO ACCERTAMENTO DELLE RESPONSABILITÀ

Sugli abusi e le violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme internazionali sui diritti umani non ci sono state indagini e procedimenti giudiziari credibili, in grado di accertare le responsabilità in processi equi celebrati da tribunali civili. Secondo quanto si è appreso, alcuni crimini compiuti ai danni di civili da soldati governativi sarebbero stati processati da tribunali militari, malgrado la legge sudsudanese dell’Esercito di liberazione del popolo sudanese preveda che la giurisdizione di un reato commesso da personale militare ai danni di un civile spetti a un tribunale civile.

Sebbene l’Arcss prevedesse la creazione da parte dell’Au di un tribunale ibrido per il Sud Sudan, poco è stato fatto per arrivare alla sua realizzazione. Anche la creazione di una commissione di verità, riconciliazione e risanamento o di un’autorità per la compensazione e riparazione non ha fatto progressi, se non limitati. Entrambi i meccanismi erano previsti dall’Arcss.

 LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Nel paese, lo spazio a disposizione di giornalisti e difensori dei diritti umani per poter svolgere liberamente il loro lavoro si è, se possibile, ulteriormente ridotto, come è avvenuto dall’inizio del conflitto. Le autorità, in particolare l’Nss, hanno continuato a vessare e intimidire i giornalisti, convocandoli per interrogarli e non esitando a sottoporli ad arresti e detenzioni arbitrari. Numerosi giornalisti e difensori dei diritti umani sono fuggiti dal Sud Sudan perché temevano per la loro incolumità.

Joseph Afandi, un giornalista di Juba per conto del quotidiano El Tabeer, è stato arrestato dall’Nss il 23 dicembre 2015 per aver criticato il mancato rispetto dei diritti umani da parte del Movimento per la liberazione del popolo sudanese (Sudan People’s Liberation Movement – Splm). Il giornalista è rimasto trattenuto in incommunicado presso il comando dell’Nss, a Juba, fino a suo rilascio, avvenuto a febbraio. Mentre era in detenzione, è stato torturato e altrimenti maltrattato.

Il 15 luglio, Alfred Taban, giornalista e caporedattore del quotidiano Juba Monitor, ha pubblicato un editoriale in cui affermava che sia Machar sia Kiir avevano “completamente fallito” e che “non avrebbero dovuto rimanere in carica”. È stato arrestato il giorno dopo da agenti dell’Nss, che lo hanno trattenuto presso il proprio comando per una settimana. È stato successivamente trasferito in custodia di polizia e formalmente accusato di “pubblicazione o comunicazione di dichiarazioni false dannose per il Sud Sudan” e “insulti al presidente o indebolimento della sua autorità”. È stato rilasciato su cauzione il 29 luglio e a fine anno non era stata ancora fissata la data del processo a suo carico.

Il 12 settembre, l’Nss ha convocato lo staff del giornale Nation Mirror notificandogli in una lettera che il quotidiano sarebbe stato “chiuso perché i suoi dipendenti si erano lasciati andare in attività incompatibili con il loro status”. L’ordine di chiusura faceva seguito alla pubblicazione di un editoriale che condannava la corruzione all’interno delle forze armate e di un articolo che implicava in episodi di corruzione alcuni funzionari di governo.

 LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE

A febbraio sono state promulgate due leggi finalizzate a regolamentare le attività delle Ngo. In base alle nuove disposizioni, tutte le Ngo erano obbligate a registrarsi; in caso di mancato adempimento non avrebbero più potuto operare, limitando così il diritto alla libertà d’associazione. La commissione per il sollievo e la riabilitazione ha mantenuto ampi poteri di registrare e monitorare le Ngo e di revocarne la registrazione nel caso in cui fossero state ritenute non conformi alla legge sulle Ngo. Gli “obiettivi delle Ngo” ammessi dalla legge non comprendevano il lavoro a favore dei diritti umani o l’attivismo politico.

 DIRITTO ALLA SALUTE – SALUTE MENTALE

Sebbene l’incidenza di disturbi e depressione da stress post traumatico sia rimasta elevata tra la popolazione sudsudanese, la disponibilità e l’accessibilità dei servizi di assistenza psicologica e salute mentale sono rimaste limitate. La clinica universitaria di Juba, l’unica struttura medica pubblica in grado di fornire cure psichiatriche, continuava a disporre di un reparto psichiatrico con appena 12 posti letto. La disponibilità di farmaci psicotropi era totalmente inadeguata per tipologia e quantità. In tutto il paese c’erano soltanto due psichiatri praticanti, entrambi a Juba. Nessuno dei due seguiva a tempo pieno i pazienti. A causa della mancanza di servizi e strutture appropriate, le persone affette da problemi mentali continuavano a essere abitualmente tenute all’interno delle carceri, sebbene non avessero commesso alcun reato. Lì, i pazienti in terapia psichiatrica continuavano a ricevere un’assistenza del tutto insufficiente e in alcuni casi erano tenuti incatenati o confinati in isolamento per lunghi periodi.

 SVILUPPI LEGISLATIVI, COSTITUZIONALI O ISTITUZIONALI

A maggio, il Sud Sudan ha completato le procedure di ratifica della Carta africana dei diritti umani e dei popoli e della Convenzione dell’organizzazione dell’unità africana, che governa gli aspetti specifici dei problemi riguardanti i rifugiati in Africa.

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