Uganda - Amnesty International Italia

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REPUBBLICA DELL’UGANDA

Capo di stato e di governo: Yoweri Kaguta Museveni

Le autorità hanno imposto gravi restrizioni ai diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione nel contesto delle elezioni generali, che sono state contrassegnate da irregolarità. Il lavoro dei difensori dei diritti umani è stato ulteriormente limitato e alcune organizzazioni sono state al centro di vessazioni. I diritti delle persone Lgbti hanno continuato a essere violati.

CONTESTO

Il 18 febbraio 2016, l’Uganda ha tenuto le sue quinte elezioni presidenziali e parlamentari. La missione di osservatori sulle elezioni del Commonwealth ha dichiarato che queste non erano in linea con gli standard democratici. La missione di osservatori dell’Eu ha affermato che le elezioni si erano svolte in “un’atmosfera d’intimidazione”, con la polizia che non aveva esitato a ricorrere all’uso eccessivo della forza nei confronti di esponenti politici d’opposizione, operatori dei mezzi d’informazione e semplici passanti. Il presidente Museveni, al potere ormai da 30 anni, è stato proclamato ufficialmente vincitore delle elezioni il 20 febbraio. Il 1° marzo, Amama Mbabazi, candidato presidenziale dell’opposizione, ha depositato un esposto presso la Corte suprema contestando il risultato dell’elezione, con la motivazione che il partito al potere aveva comprato i voti, impiegato dipendenti della pubblica amministrazione e risorse dello stato per le proprie attività politiche e interferito nelle attività dell’opposizione. Il 9 marzo, data in cui era prevista la sottomissione alla corte della sua dichiarazione giurata, dagli uffici di due dei suoi avvocati sono stati sottratti fascicoli e computer. Il 31 marzo, la Corte suprema ha stabilito che le prove presentate non erano sufficienti a suffragare le accuse d’irregolarità che avrebbero influenzato i risultati delle elezioni.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE E RIUNIONE

La polizia ha duramente represso i diritti dei partiti politici d’opposizione alla libertà d’associazione e riunione pacifica prima, durante e dopo le elezioni.

Tre giorni prima delle elezioni, Kizza Besigye, candidato presidenziale per il partito d’opposizione Forum per il cambiamento democratico (Forum for Democratic Change – Fdc), è stato arrestato mentre era diretto a un raduno organizzato per la campagna elettorale. La polizia ha successivamente bloccato la strada che conduceva alla sua abitazione, ponendolo di fatto agli arresti domiciliari, sulla base del fatto che secondo fonti d’intelligence aveva intenzione di provocare disordini. Il 20 febbraio è stato nuovamente arrestato mentre cercava di uscire di casa per ottenere copie dettagliate dei risultati dalla commissione elettorale, allo scopo di contestarle[1]. Il 12 maggio, il giorno prima dell’insediamento del presidente Museveni, è stato diffuso online un video in cui Kizza Besigye prestava giuramento, sostenendo di essere il presidente del popolo. La polizia lo ha immediatamente arrestato con l’accusa di tradimento. A fine anno il caso giudiziario era in corso.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Nel periodo che ha preceduto le elezioni, le forze di sicurezza hanno attaccato i mezzi d’informazione ritenuti critici nei confronti delle politiche e delle azioni del governo.

Il 20 gennaio, Endigyito Fm, un’emittente radiofonica privata, è stata chiusa dopo che il candidato dell’opposizione Amama Mbabazi era stato ospite in una trasmissione.

Il 13 febbraio, la polizia è entrata nella sede di Radio North Fm, a Lira, nel nord dell’Uganda, e ha arrestato il giornalista Richard Mungu e un ospite. La polizia ha accusato Richard Mungu di aver rovinato i manifesti elettorali che ritraevano il presidente Museveni e lo ha incriminato per danneggiamento intenzionale di beni privati. Le imputazioni sono state in seguito modificate in complicità e favoreggiamento finalizzati a commettere un reato, con un palese riferimento ai manifesti danneggiati. È stato rilasciato su cauzione il 17 febbraio.

Il giorno delle elezioni, la commissione ugandese per le telecomunicazioni (Uganda Communications Commission – Ucc) ha bloccato l’accesso a Facebook, Twitter e WhatsApp tra le sei e le nove e mezza di mattina, citando non ben specificate minacce alla sicurezza nazionale. La Mobile Telecommunications Network (Mtn), uno dei principali fornitori di telefonia mobile e servizi Internet dell’Uganda, in un messaggio pubblicato su Twitter ha affermato che l’Ucc aveva ordinato la disattivazione di tutti i social network e dei servizi di trasferimento di denaro su rete mobile, “a causa di una minaccia all’ordine pubblico e alla sicurezza”. Tali misure costituivano una violazione del diritto di ottenere e ricevere informazioni.

Il vice Chief Justice [giudice che presiede la Corte suprema, N.d.T.] ha impedito una manifestazione pacifica organizzata dall’Fdc e da Kizza Besigye, che avrebbe dovuto tenersi il 5 maggio. L’ordine faceva seguito a una richiesta da parte del vice procuratore generale di emanare provvedimenti temporanei al fine d’impedire la “campagna di sfida” intrapresa dall’Fdc. La campagna dell’Fdc proponeva, tra le altre cose, una verifica internazionale allo scopo di rivedere i risultati delle elezioni. Il 30 aprile, la corte d’appello ha tuttavia stabilito che la campagna violava vari articoli della costituzione.

Il 14 settembre, 25 donne sono state arrestate e trattenute per quattro ore, per poi essere rilasciate senza accusa, pochi istanti prima di presentare in parlamento una petizione in cui si opponevano a una serie di emendamenti all’obbligo sancito dalla costituzione, che imponeva a magistrati e commissari elettorali di ritirarsi per raggiunti limiti d’età. Il portavoce del parlamento ha respinto il progetto legislativo, chiedendo invece al governo di elaborare un pacchetto di emendamenti omnicomprensivi alla costituzione.

UCCISIONI ILLEGALI

Secondo fonti della polizia, il 28 novembre almeno un centinaio di persone sono state uccise e altre 139 sono state arrestate, nel contesto degli scontri avvenuti tra agenzie di sicurezza e guardie reali nella città occidentale di Kasese[2]. In alcuni casi, le forze di sicurezza hanno compiuto uccisioni sommarie, scaricando poi i corpi delle vittime sulle rive dei fiumi e tra le sterpaglie. Gli scontri erano seguiti a una serie di attacchi compiuti il 26 novembre dalle guardie del re locale contro diversi commissariati di polizia, nel corso dei quali erano stati uccisi almeno 14 agenti. Charles Wesley Mumbere, monarca del regno di Rwenzururu, è stato arrestato e trasferito nella capitale Kampala, dove è stato incriminato per omicidio.

DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Il 14 marzo è entrata in vigore la legge sulle Ngo. Alcune delle sue disposizioni erano formulate in maniera vaga e avrebbero potuto essere usate per reprimere le organizzazioni della società civile. Per esempio, la legge vietava alle organizzazioni d’impegnarsi in attività ritenute “dannose per la sicurezza, gli interessi o la dignità del popolo ugandese”, senza tuttavia dare una definizione di questi termini.

Tra aprile e maggio, gli uffici del Forum per le educatrici africane (Forum for African Women Educationalists – Fawe), del Forum per la sensibilizzazione e promozione dei diritti umani (Human Rights Awareness and Promotion Forum – Hrapf) e delle Rete dei diritti umani per i giornalisti ugandesi (Human Rights Network for Journalists-Uganda – Hrnj-Uganda) sono stati al centro di episodi di effrazione da parte di ignoti, che hanno sottratto vario materiale. Nella sede del Fawe sono stati rubati un server, alcuni computer, fotocamere e proiettori. Negli uffici di Hrnj-Uganda, i filmati delle telecamere a circuito chiuso mostravano un visitatore che offriva alle guardie di sicurezza qualcosa da mangiare, che evidentemente conteneva sostanze sedative, permettendo così a quattro intrusi di perquisire i locali mentre le guardie dormivano. A luglio, l’ispettore generale della polizia ha formato un comitato incaricato d’indagare sulle effrazioni ma le organizzazioni colpite hanno sollevato dubbi circa la volontà di portare avanti le indagini. Nessuno è stato arrestato, incriminato o perseguito in relazione a questi episodi[3].

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER

E INTERSESSUATE

Ad agosto, la polizia ha interrotto un concorso di bellezza organizzato a Kampala in occasione del Pride dell’Uganda. I poliziotti hanno arrestato 16 persone, in maggioranza attivisti per i diritti Lgbti, rilasciandole dopo circa un’ora. Un uomo è rimasto gravemente ferito dopo essere saltato giù dal sesto piano, temendo di subire abusi da parte della polizia.

Il 24 settembre, la polizia ha impedito a oltre un centinaio di persone di partecipare al corteo del Pride su una spiaggia di Entebbe. Hanno rimandato indietro i partecipanti a bordo di minibus, intimando loro di andarsene dall’area. Quando questi hanno cercato di raggiungere un’altra spiaggia, la polizia ha nuovamente impedito loro di manifestare.

L’Hrapf e la Coalizione della società civile per i diritti umani e la legge costituzionale (Civil Society Coalition on Human Rights and Constitutional Law – Cschrcl), un collettivo che riunisce 50 organizzazioni, hanno presentato un’istanza presso la Corte di giustizia dell’Africa Orientale, sostenendo che la legge ugandese contro l’omosessualità era contraria allo stato di diritto e ai princìpi del buon governo sanciti dal Trattato della comunità degli stati dell’Africa Orientale. Il 27 settembre, la Corte si è rifiutata di esaminare l’istanza, sostenendo che la legge contro l’omosessualità era già stata invalidata da una sentenza della Corte costituzionale dell’Uganda ad agosto 2014.

CRIMINI DI DIRITTO INTERNAZIONALE

È iniziata il 15 agosto presso la sezione crimini internazionali dell’Alta corte dell’Uganda, l’udienza preliminare del processo all’ex comandante dell’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army – Lra), colonnello Thomas Kwoyelo, imputato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità compiuti nel nord dell’Uganda. L’udienza è stata subito aggiornata, in quanto non era stata notificata in tempo agli avvocati di Thomas Kwoyelo. La pubblica accusa ha presentato nuove prove a carico dell’imputato relative a violenze sessuali e di genere. A settembre, un tribunale di Gulu, nel nord dell’Uganda, ha stabilito che le vittime potevano prendere parte al procedimento, in linea con il loro diritto a presenziare alle udienze dell’Icc. Thomas Kwoyelo, catturato dall’esercito ugandese nel 2008, è rimasto in detenzione.

Il 23 marzo, la Camera preprocessuale dell’Icc ha confermato i 70 capi d’imputazione a carico di Dominic Ongwen, un ex comandante dell’Lra che era stato rapito quando era ancora minorenne e reclutato con la forza nelle file dell’Lra. Le imputazioni comprendevano crimini contro l’umanità e crimini di guerra, reati sessuali e motivati dal genere e arruolamento e impiego di bambini soldato nel nord dell’Uganda.

CONTROTERRORISMO E SICUREZZA

Il 26 maggio, l’Alta corte ha giudicato sette delle 13 persone accusate in relazione agli attentati dinamitardi compiuti a Kampala in alcuni luoghi pubblici, durante la trasmissione della finale della Coppa del mondo di calcio, nel 2010. Il gruppo armato somalo al-Shabaab aveva rivendicato l’attacco, in cui rimasero uccise 76 persone. La corte ha affermato che la pubblica accusa non era riuscita a collegare cinque degli imputati all’esplosione della bomba. Questi sono stati immediatamente riarrestati e incriminati di altri reati, come fabbricazione di documenti e altro materiale mentre erano detenuti nel carcere di Luzira, in relazione a “preparativi finalizzati a favorire, coadiuvare o ingaggiare co-cospiratori allo scopo di compiere atti terroristici in Uganda”.

[1] Uganda: Violations against opposition party impeding its efforts to contest election outcome (news, 26 febbraio).

[2] Uganda: Denounce unlawful killings and ensure accountability in aftermath of deadly clashes (news, 28 novembre).

[3] Uganda: Investigate break-ins at groups’ offices (news, 13 giugno).

 

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