Emirati Arabi Uniti - Amnesty International Italia

Ultime notizie sul paese

 

EMIRATI ARABI UNITI

Capo di stato: sceicco Khalifa bin Zayed Al Nahyan

Capo di governo: sceicco Mohammed bin Rashed Al Maktoum

Le autorità hanno continuato a imporre arbitrariamente restrizioni al diritto alla libertà d’espressione e d’associazione, detenendo e perseguendo ai sensi di leggi penali sulla diffamazione e antiterrorismo persone critiche verso il governo, oppositori e cittadini stranieri. Sparizioni forzate, processi iniqui e tortura e altri maltrattamenti di detenuti erano prassi comune. Decine di persone condannate in seguito a processi iniqui negli anni precedenti sono rimaste in carcere; tra queste c’erano prigionieri di coscienza. Le donne hanno continuato a essere discriminate nella legge e nella prassi. I lavoratori migranti hanno subìto sfruttamento e abusi. I tribunali hanno emesso nuove condanne a morte; non ci sono state notizie di esecuzioni.

 CONTESTO

Gli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae) hanno continuato a far parte della coalizione internazionale a guida saudita impegnata nel conflitto armato nello Yemen (cfr. Yemen) e hanno partecipato all’intervento militare internazionale in Siria e Iraq contro il gruppo armato Stato islamico (Islamic State – Is).

Ad agosto, le autorità hanno acconsentito al trasferimento negli Uae di 15 detenuti dal centro di detenzione statunitense di Guantánamo Bay, a Cuba.

Il governo non ha risposto alle richieste di visitare il paese avanzate dal Relatore speciale sulla tortura e da altri esperti sui diritti umani delle Nazioni Unite.

 LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E ASSOCIAZIONE

Le autorità hanno reso ancora più severa la legge relativa all’informazione elettronica e limitato l’espressione e l’associazione online, promulgando una normativa che vieta l’utilizzo dei network virtuali privati. Hanno inoltre applicato le disposizioni sulla diffamazione contenute nel codice penale, la legge sui reati informatici del 2012 e la legge antiterrorismo del 2014, per arrestare e perseguire penalmente, tra gli altri, persone che avevano espresso pacificamente opinioni critiche, compresi cittadini stranieri, in processi iniqui celebrati davanti alla camera per la sicurezza di stato (State Security Chamber – Ssc) della Corte suprema federale. I processi celebrati dalla Ssc non erano in linea con gli standard internazionali di equità processuale.

A maggio, la Ssc ha prosciolto Moza ‘Abdouli dall’accusa di “aver insultato” i leader e le istituzioni degli Uae e di “aver diffuso informazioni false”. Era stata arrestata a novembre 2015 assieme a sua sorella, Amina ‘Abdouli, e a suo fratello, Mos’ab ‘Abdouli. Un altro fratello, Waleed ‘Abdouli, arrestato a novembre 2015 per aver criticato la detenzione dei suoi fratelli durante le preghiere del venerdì, è stato rilasciato senza accusa a marzo.

Tayseer al-Najjar, un giornalista giordano arrestato a dicembre 2015, a fine anno era ancora in detenzione in attesa di essere processato dalla Ssc, apparentemente in relazione ad alcuni commenti postati su Facebook che criticavano gli Uae e i presunti legami con i Fratelli Musulmani, organizzazione egiziana messa al bando. A ottobre ha riferito alla moglie che la sua vista stava peggiorando in detenzione.

Ad agosto è emerso che il tentativo d’intrusione nell’iPhone del difensore dei diritti umani Ahmed Mansoor sarebbe stato commissionato dal governo. Se fosse riuscito, l’attacco avrebbe consentito l’accesso remoto a tutte le informazioni contenute nel telefono e al controllo a distanza delle applicazioni del telefono, del microfono e della fotocamera. Il sofisticato spyware utilizzato per condurre l’operazione viene venduto da una compagnia statunitense con sede in Israele, la Nso Group, che ha sostenuto di fornire il prodotto esclusivamente ai governi.

Il difensore dei diritti umani e prigioniero di coscienza dottor Mohammed al-Roken è rimasto in carcere, dove scontava una condanna a 10 anni di reclusione comminatagli in seguito al procedimento iniquo di massa del 2013, noto come il processo ai “94 degli Uae”.

 SPARIZIONI FORZATE

Le autorità hanno sottoposto a sparizione forzata decine di detenuti, compresi cittadini stranieri, trattenendoli per mesi a scopo d’interrogatorio in località sconosciute e senza ammettere la loro detenzione. Al rilascio, molti hanno riferito di essere stati torturati e altrimenti maltrattati.

‘Abdulrahman Bin Sobeih è stato sottoposto a sparizione forzata per tre mesi dalle autorità degli Uae, dopo essere stato rimpatriato forzatamente dall’Indonesia a dicembre 2015. Era stato condannato in contumacia a 15 anni di carcere nel 2013, a seguito del processo iniquo ai “94 degli Uae”. A seguito di un nuovo processo, a novembre, è stato condannato a 10 anni di carcere, seguiti da tre anni di sorveglianza.

Il prigioniero di coscienza dottor Nasser Bin Ghaith, docente universitario ed economista, è stato arrestato ad agosto 2015 ed è rimasto sottoposto a sparizione forzata fino ad aprile, quando è stato condotto davanti alla Ssc. Doveva rispondere di accuse relative al solo esercizio pacifico dei suoi diritti alla libertà d’espressione e d’associazione. In tribunale ha riferito di essere stato torturato e altrimenti maltrattato dagli agenti ma il giudice non ha provveduto a disporre un’indagine. A dicembre, il suo caso è stato trasferito alla corte d’appello.

 TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Tortura e altri maltrattamenti di detenuti, in particolare durante la sparizione forzata, sono rimasti prassi comune e sono stati commessi nell’impunità. Né il governo né la Ssc hanno condotto indagini indipendenti sulle accuse di tortura avanzate dai detenuti.

Tra marzo e giugno, le autorità hanno rilasciato sei degli almeno 12 uomini di origine libica che aveva arrestato nel 2014 e 2015, dopo che la Ssc li aveva prosciolti dall’accusa di aver supportato gruppi armati libici. Durante il 2015, funzionari della sicurezza di stato avevano trattenuto almeno 10 uomini in incommunicado per mesi, sottoponendoli a tortura con percosse, scosse elettriche e privazione del sonno, prima di condurli davanti alla corte per il processo. La sorte di due di loro rimaneva sconosciuta. Tra coloro che sono stati liberati c’erano un cittadino libico-canadese, Salim al-Aradi, e due cittadini libico-statunitensi, Kamal Eldarat e suo figlio Mohammed Eldarat.

 PROCESSI INIQUI

Decine di persone, compresi cittadini stranieri, sono state perseguite davanti alla Ssc, spesso per accuse dalla formulazione vaga relative alla sicurezza nazionale. La Ssc ha negato loro il diritto a una difesa efficace e ha ammesso agli atti prove incriminanti contro gli imputati che erano state ottenute sotto tortura. A dicembre, il governo ha adottato una legge che prevedeva l’appello nei casi relativi alla sicurezza di stato.

A marzo, la Ssc ha giudicato 34 uomini colpevoli di accuse comprendenti l’aver fondato il gruppo Shabab al-Manara (La gioventù del minareto), allo scopo di rovesciare il governo e di creare un “califfato in stile Is”. Sono stati condannati a pene variabili dai tre anni di reclusione all’ergastolo. Le autorità li avevano arrestati nel 2013, sottoponendoli a sparizione forzata per 20 mesi. Alcuni sarebbero stati giudicati colpevoli sulla base di “confessioni” che, come da loro sostenuto, sarebbero state estorte sotto tortura.

A giugno, la Ssc ha condannato il cittadino egiziano Mosaab Ahmed ‘Abdel-‘Aziz Ramadan a tre anni di reclusione per aver organizzato un “gruppo internazionale negli Uae affiliato ai Fratelli Musulmani egiziani”. Prima del processo, le autorità lo avevano sottoposto a sparizione forzata per diversi mesi, durante i quali funzionari della sicurezza lo avrebbero costretto a “confessare” sotto tortura.

 DIRITTI DELLE DONNE

Le donne hanno continuato a essere discriminate nella legge e nella prassi, soprattutto in relazione a questioni come matrimonio e divorzio, eredità e custodia dei figli. Le donne non erano tutelate contro la violenza sessuale e la violenza all’interno della famiglia.

 DIRITTI DEI LAVORATORI MIGRANTI

I lavoratori migranti, che costituiscono circa il 90 per cento della forza lavoro del settore privato, hanno continuato a essere vittime di sfruttamento e abusi. Erano vincolati al loro datore di lavoro in virtù del sistema di lavoro tramite sponsor kafala e non godevano dei diritti contrattuali collettivi. I sindacati continuavano a essere vietati e i lavoratori migranti che avessero intrapreso un’azione di sciopero rischiavano l’espulsione e il divieto di tornare negli Uae per un anno.

A gennaio, sono entrati in vigore i decreti ministeriali 764, 765 e 767 del 2015 che, secondo quanto affermato dal governo, avrebbero dovuto affrontare alcuni degli abusi subiti dai lavoratori migranti, compresa la prassi consolidata di sostituire il contratto, con la quale i datori di lavoro obbligano i lavoratori migranti appena arrivati negli Uae a firmare nuovi contratti con salari ridotti.

I decreti non erano applicabili ai lavoratori migranti, in maggioranza donne, di provenienza asiatica e africana, i quali continuavano a essere esplicitamente esclusi dalle tutele previste dalla legislazione sul lavoro e dunque particolarmente vulnerabili a sfruttamento e gravi abusi, come lavoro forzato e tratta di esseri umani.

 PENA DI MORTE

I tribunali hanno emesso condanne a morte; non ci sono state notizie di esecuzioni. La legge 7/2016, relativa alla protezione dei dati e all’espressione, ha ampliato l’applicabilità della pena capitale.

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