Eritrea - Amnesty International Italia

Stato d’Eritrea

Capo di stato e di governo: Isaias Afewerki

Migliaia di eritrei hanno continuato a fuggire dal paese, in un contesto in cui le autorità limitavano fortemente il diritto dei cittadini a espatriare. È rimasto in vigore l’obbligo di prestare servizio militare a tempo indeterminato. Sono persistite le restrizioni alla libertà d’espressione e di religione. La detenzione arbitraria senza ac- cusa né processo è rimasta la norma per migliaia di prigionieri di coscienza. A migliaia di eritrei è stato negato il diritto a un adeguato standard di vita.

Contesto

Durante l’anno sono scoppiate periodiche schermaglie tra truppe militari eritree ed etiopi. Si è aggravata la crisi militare con il Gibuti, in merito al possesso del conteso territorio di Ras Doumeira.

Diritti di rifugiati e migranti nello Stato d’Eritrea

Migliaia di eritrei hanno continuato a fuggire dal paese e hanno affrontato gravi violazioni dei diritti umani durante il loro transito o una volta arrivati nei paesi di destinazione. Il Sudan è rimasto uno snodo cruciale di transito per i rifugiati eritrei. In un caso, verificatosi ad agosto, i tribunali sudanesi hanno disposto l’espulsione di 104 rifugiati e il loro ritorno in Eritrea, dove rischiavano di subire gravi violazioni dei diritti umani.

In un contesto in cui erano disponibili poche informazioni in merito alla sorte di coloro che erano espulsi dal paese attraverso il confine con il Sudan, si è appreso che 30 di loro erano stati rimandati indietro dalla città di Kassala, nell’est del Sudan, dopo essere stati accusati d’ingresso illegale nel paese. Gli eritrei hanno anche rischiato di essere sottoposti a detenzione arbitraria, rapimenti, abusi sessuali e maltrattamento, nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Sono proseguiti a livello internazionale gli sforzi per tentare di trovare una soluzione alle cause della migrazione dall’Eritrea. A seguito dei Dialoghi ad alto livello sulla migrazione, nell’ambito dell’Iniziativa Eu-Corno d’Africa in materia di rotte migratorie (Processo di Khartoum), che coinvolge l’Eu e gli stati africani con l’obiettivo di affrontare i problemi dei flussi migratori, la Commissione europea ha assegnato oltre 13 milioni di euro all’Eritrea, per sostenere le opportunità occupazionali e lo sviluppo di specializzazioni produttive nel paese, nel tentativo di ridurre la migrazione. L’Eu ha stanziato 100 milioni di euro al Sudan tramite il Fondo fiduciario d’emergenza dell’Eu per l’Africa, destinati a essere utilizzati per risolvere le cause profonde della migrazione e dello sfollamento nella regione.

Libertà di movimento nello Stato d’Eritrea

L’imposizione del servizio di leva militare a tempo indeterminato e la situazione generale dei diritti umani hanno creato notevoli difficoltà per molti eritrei. Il diritto delle persone a espatriare è stato fortemente limitato. Le autorità hanno continuato a vietare ai cittadini di età compresa tra i cinque e i 50 anni di recarsi all’estero, sottoponendo a detenzione arbitraria chiunque tentasse di andarsene. Coloro che cercavano di sottrarsi all’obbligo di leva militare a tempo indeterminato e ad altre violazioni dei diritti umani o di partire per raggiungere i familiari all’estero erano costretti a viaggiare a piedi e ad attraversare confini non ufficiali, per poter prendere un aereo da altri paesi. Se venivano intercettati dai militari, rimanevano detenuti senza accusa fino al pagamento di ammende esorbitanti.

L’ammontare della somma dipendeva da vari fattori, come ad esempio l’ufficiale di comando che effettuava l’arresto e il periodo dell’anno in cui avveniva il fermo. Le persone che venivano intercettate durante le giornate di festa nazionale per commemorare l’indipendenza erano passibili di ammende più pesanti. La somma da pagare era ancor più cospicua per coloro che tentavano di attraversare il confine con l’Etiopia. Per chi tentava di sfuggire alla cattura e per chi veniva colto mentre cercava di varcare il confine con l’Etiopia, rimaneva in vigore la cosiddetta prassi di “sparare per uccidere”. I minori vicini all’età minima per l’arruolamento, colti mentre cercavano di fuggire dal paese, venivano mandati al campo di addestramento militare di Sawa.

Lavoro forzato e schiavitù nello Stato d’Eritrea

Il servizio militare nazionale obbligatorio è rimasto esteso a tempo indeterminato, malgrado i ripetuti richiami da parte della comunità internazionale, che sollecitavano il governo eritreo a limitare a 18 mesi la durata dell’obbligo di leva.

Una percentuale significativa della popolazione era arruolata a tempo indefinito, in alcuni casi anche da 20 anni. Sebbene la legge fissasse a 18 anni l’età minima per l’arruolamento, i minori hanno continuato a essere obbligati all’addestramento militare, secondo la regola che tutti gli alunni dovevano seguire il grado 12 della scuola secondaria presso il campo militare di Sawa, dove vivevano in condizioni deplorevoli, soggetti a regole disciplinari di stampo militare e addestrati all’uso delle armi. Le donne, in particolare, subivano varie forme di trattamento particolarmente duro, come riduzione in schiavitù sessuale, tortura e altri abusi sessuali.

Uomini anche di 67 anni erano arruolati nell’“esercito popolare”, dove ricevevano un’arma ed erano obbligati a svolgere alcuni compiti sotto la minaccia di ripercussioni punitive, come periodi di detenzione, il pagamento di ammende o l’assegnazione di lavori pesanti.

Arresti e detenzioni arbitrari nello Stato d’Eritrea

Si sono ripetuti casi di detenzione arbitraria e sparizione forzata, per le quali le forze di sicurezza non sono state chiamate a rispondere. Migliaia di prigionieri di coscienza e prigionieri politici, compresi ex esponenti politici, giornalisti e seguaci di culti religiosi non autorizzati, hanno continuato a essere detenuti senza accusa né processo e senza possibilità di accedere a un avvocato o di contattare la famiglia. Molti erano in carcere da oltre un decennio.

Libertà di religione e credo nello Stato d’Eritrea

Nel paese non erano ammesse altre religioni se non l’Islam, la Chiesa cristiano-ortodossa, la Chiesa protestante luterana e il Cattolicesimo. Molti cristiani evangelici hanno praticato in segreto la loro religione per evitare il carcere.
Il patriarca Antonios, capo della Chiesa ortodossa eritrea, sarebbe stato visto partecipare a una messa nella capitale Asmara a luglio. Erano trascorsi 10 anni dall’ultima volta in cui era stato visto in pubblico, poco prima di essere condannato agli arresti domiciliari, per aver obiettato contro le interferenze del governo eritreo negli affari ecclesiastici.

Diritto a un adeguato standard di vita nello Stato d’Eritrea

L’Unicef ha dichiarato che, nell’arco degli ultimi anni, i tassi di malnutrizione erano aumentati in quattro delle sei regioni dell’Eritrea e ha citato uno studio secondo il quale entro l’anno 22.700 bambini sotto i cinque anni d’età sarebbero stati colpiti da malnutrizione acuta grave. Ha inoltre sottolineato che, secondo i dati nazionali, la metà dei bambini era affetta da rachitismo.

Nel suo rapporto di giugno, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Eritrea ha citato il rapporto dell’Unicef. Ha inoltre messo in evidenza i resoconti degli eritrei residenti all’estero, che descrivevano la vita dei loro parenti in Eritrea come una “lotta per la sopravvivenza”. Molti di loro non potevano permettersi “beni di prima necessità sufficienti e adeguati” e dovevano far fronte a “gravi carenze d’acqua”, soprattutto ad Asmara.

I dati raccolti indicavano che sempre più persone stavano progressivamente abbandonando “le regioni colpite dalla siccità per cercare condizioni di vita migliori”. La Relatrice ha sottolineato che le regole draconiane imposte dal governo per limitare il prelievo di denaro contante dai conti bancari privati impedivano alla popolazione di acquistare generi alimentari adeguati e altri beni essenziali.

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