Ruanda - Amnesty International Italia

Repubblica del Ruanda

Capo di stato: Paul Kagame

Capo di governo: Edouard Ngirente (subentrato ad Anastase Murekezi ad agosto)

È proseguito il giro di vite nei confronti degli oppositori politici prima e dopo le elezioni presidenziali, con episodi di gravi restrizioni alle libertà d’espressione e d’associazione, oltre che uccisioni illegali e casi di sparizione rimasti irrisolti.

Contesto

Ad agosto si sono tenute le elezioni presidenziali. Il presidente Kagame è stato rieletto con il 98,79 per cento dei voti. Il Partito democratico dei verdi del Ruanda (Parti démocratique vert du Rwanda – Pdvr) ha ottenuto lo 0,48 per cento dei voti e il candidato indipendente lo 0,73 per cento.

La commissione elettorale nazionale (National Electoral Commission – Nec) ha deciso che tre aspiranti candidati indipendenti non soddisfacevano i requisiti di eleggibilità. Una di loro, Diane Rwigara, è stata accusata di avere presentato firme contraffatte a sostegno della sua candidatura. Il 14 luglio, Diane Rwigara ha fondato un nuovo gruppo di attivisti, il Movimento di salvezza popolare (Mouvement pour le salut du peuple).

Diverse missioni diplomatiche e osservatori della società civile hanno rilevato che il processo elettorale si era svolto in maniera pacifica; tuttavia, hanno sollevato preoccupazioni in relazione a una serie d’irregolarità, come nel conteggio delle schede e nella tabulazione dei risultati.

Libertà d’associazione e riunione nella Repubblica del Ruanda

Partiti politici d’opposizione e candidati indipendenti sono stati al centro di una campagna di intimidazioni prima e dopo le elezioni di agosto.

Poco prima che Diane Rwigara annunciasse la sua candidatura a maggio, sui social network erano circolate foto, probabilmente manipolate, che la ritraevano nuda. La donna aveva denunciato alla polizia e alla Nec che i suoi rappresentanti erano stati al centro d’intimidazioni, mentre attraversavano il paese per raccogliere le firme necessarie per concorrere alle elezioni come candidata indipendente.

La polizia ha interrogato Diane Rwigara e i suoi familiari nella loro casa di Kigali il 29 agosto e intimato loro di non allontanarsi da casa. Il 30 agosto, la polizia ha confermato che era in corso un’indagine e che la famiglia non era in stato di fermo. Per diverse settimane i familiari hanno subìto ripetuti interrogatori da parte della polizia, che ha limitato la loro libertà di movimento e impedito loro di comunicare liberamente con il mondo esterno. Il 23 settembre, la polizia ha arrestato Diane Rwigara, sua madre Adeline e sua sorella Anne. Il 3 ottobre, il pubblico ministero ha confermato la loro imputazione per “istigazione all’insurrezione o a procurare allarme tra la popolazione”; su Diane Rwigara pendeva anche l’imputazione di contraffazione di documenti, mentre nei confronti di sua madre era stata formulata l’accusa di discriminazione e pratiche settarie. Anne Rwigara è stata rilasciata su cauzione il 23 ottobre; Diane e Adeline Rwigara sono state rinviate in custodia e, a fine anno, erano ancora in carcere in attesa del processo.

Il 26 settembre, otto dirigenti e membri del partito non registrato Forze democratiche unificate-Inkingi (Forces democratiques unifiées – Fdu-Inkingi) sono stati accusati di costituzione di gruppo armato illegale e altri reati contro il presidente. Théophile Ntirutwa, rappresentante del partito della sezione di Kigali, è stato arrestato il 6 settembre ed è rimasto detenuto in incommunicado fino al 23 dello stesso mese. È stato in seguito incriminato per supporto a un gruppo armato.

Tra gli arrestati a settembre c’era anche la vice tesoriera dell’Fdu-Inkingi, Léonille Gasengayire. Era stata precedentemente arrestata a marzo 2016 ed era rimasta in custodia di polizia per diversi giorni; arrestata nuovamente ad agosto 2016, era stata quindi processata per accuse come “istigazione all’insurrezione o a procurare allarme tra la popolazione”. Il 23 marzo 2017 è stata assolta e rilasciata.

Libertà d’espressione nella Repubblica del Ruanda

A maggio sono sorte notevoli polemiche per una disposizione contenuta nel regolamento elettorale, pubblicato ad aprile dalla Nec, che prevedeva l’obbligo per i candidati presidenziali di presentare con un anticipo di 48 ore i contenuti della campagna elettorale destinati alla pubblicazione sui social network, per ottenere l’approvazione. L’autorità ruandese per il regolamento degli enti di pubblica utilità ha annunciato il 31 maggio che la Nec “non aveva il mandato per regolamentare o interrompere l’utilizzo dei social network da parte dei cittadini”. Il giorno dopo, la Nec ha annunciato che avrebbe rettificato il regolamento in base ai commenti pubblici ricevuti e la disposizione non è stata implementata.

Sparizioni forzate nella Repubblica del Ruanda

Sono stati segnalati nuovi casi di possibili sparizioni forzate. Diversi altri casi di sparizione, alcuni dei quali avrebbero potuto configurarsi come sparizioni forzate, sono rimasti irrisolti. Non si avevano notizie su cosa fosse accaduto o dove si trovasse l’esponente dell’Fdu-Inkingi, Illuminée Iragena, scomparsa a Kigali a marzo 2016.

Violette Uwamahoro, cittadina britannica ed esponente del gruppo d’opposizione non autorizzato Congresso nazionale del Ruanda (Congrès national rwandais – Cnr), è scomparsa mentre era in viaggio verso Kigali a bordo di un autobus, il 14 febbraio. Era arrivata in Ruanda dal Regno Unito per partecipare al funerale del padre. All’inizio le autorità avevano negato di sapere dove si trovasse.

Tuttavia, è rimasta detenuta in incommunicado fino al 3 marzo, quando la polizia ha annunciato che era in stato di fermo. Assieme a suo cugino, Jean Pierre Shumbusho, un poliziotto, è stata incriminata con l’accusa di avere rivelato segreti di stato, di aver costituito un gruppo armato illegale e altri reati contro il governo costituito o il presidente. Violette Uwamahoro ha negato tutte le accuse; è stata rilasciata in libertà provvisoria il 27 marzo, dopo che un giudice aveva stabilito che non c’erano prove sufficienti per rinviarla a giudizio. È stata autorizzata a tornare nel Regno Unito il 12 aprile.

Crimini di diritto internazionale nella Repubblica del Ruanda

Léopold Munyakazi, un docente universitario espulso dagli Usa e rimpatriato in Ruanda nel 2016, è stato giudicato colpevole di accuse di genocidio a luglio. Il tribunale di grado intermedio di Muhanga lo ha condannato all’ergastolo in isolamento, una pratica di detenzione condannata dal Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, in quanto costituisce una violazione del divieto di tortura e altro trattamento crudele, disumano e degradante.

Jean Twagiramungu, un ex insegnante, è stato estradato in Ruanda dalla Germania ad agosto per essere processato. Era stato accusato di aver pianificato e commesso genocidio nell’allora prefettura di Gikongoro (ora provincia Meridionale).

È proseguito davanti alla Camera per i crimini internazionali dell’Alta corte ruandese il processo per genocidio a carico di Ladislas Ntaganzwa, il cui fascicolo era stato trasferito dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda (International Criminal Tribunal for Rwanda – Ictr). A dicembre, la Camera ha giudicato Emmanuel Mbarushimana, estradato dalla Danimarca nel 2014, colpevole di accuse di genocidio e lo ha condannato all’ergastolo.

Bernard Munyagishari, il cui fascicolo giudiziario era stato trasferito dall’Ictr al Ruanda nel 2013, è stato giudicato colpevole ad aprile e condannato all’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità.

A febbraio, l’Alta corte militare ha negato il rilascio su cauzione a Henri Jean-Claude Seyoboka, il quale era stato espulso dal Canada nel 2016 e rimpatriato in Ruanda per rispondere dell’accusa di coinvolgimento in genocidio.

Enoch Ruhigira, arrestato in Germania nel 2010 per accuse di genocidio, è stato rilasciato a marzo. La procura generale tedesca ha annullato il mandato d’arresto, a seguito di una richiesta inoltrata dal ministero degli Affari esteri, in cui si affermava che il procedimento penale a carico di Enoch Ruhigira da parte delle autorità ruandesi avrebbe avuto connotazioni politiche.

Diritti delle donne nella Repubblica del Ruanda

Il Ruanda è stato analizzato dal Comitato Cedaw a febbraio. Pur apprezzando la legislazione antidiscriminazione introdotta dal Ruanda, il Comitato ha tuttavia espresso preoccupazione per il fatto che determinate disposizioni discriminatorie fossero state mantenute. Per citare un esempio, mentre il reato di stupro prevedeva necessariamente una pena detentiva di almeno cinque anni di carcere, lo stupro maritale era punibile soltanto con una pena detentiva variabile dai due ai sei mesi di reclusione e un’ammenda.

Il Comitato ha inoltre sollevato timori per l’elevato tasso di mortalità materna, aggravato dall’alto numero di aborti non sicuri. L’aborto era permesso soltanto in casi eccezionali: nei casi di stupro, incesto o matrimonio forzato era necessario un ordine di tribunale e, nel caso in cui la salute della donna in gravidanza o del feto fosse stata a rischio, occorreva l’autorizzazione di due medici. Una proposta di modifica al codice penale avrebbe eliminato la disposizione che prevedeva l’emanazione di un’ordinanza di tribunale.

Rifugiati e richiedenti asilo nella Repubblica del Ruanda

Il Ruanda ha continuato ad accogliere e ospitare rifugiati dal Burundi, che a fine anno erano 89.146.

Vaglio internazionale

Il Sottocomitato delle Nazioni Unite sulla prevenzione della tortura ha sospeso la propria visita in Ruanda a ottobre, citando l’ostruzionismo dimostrato dalle autorità ruandesi, che tra l’altro avevano limitato l’accesso della delegazione ai luoghi di detenzione e non rispettato la riservatezza di alcune sue interviste ai detenuti. Il capo della delegazione ha inoltre evidenziato come molte delle persone intervistate avessero espresso il timore di subire rappresaglie. Negli ultimi 10 anni era accaduto soltanto tre volte che il Sottocomitato sospendesse la propria visita in un paese.

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