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Stati Uniti d’America


Rapporto annuale 2017-2018   Americhe

STATI UNITI D’AMERICA

Capo di stato e di governo: Donald Trump (subentrato a Barack Obama a gennaio)

Durante l’anno, gli ordini esecutivi per bloccare l’ingresso negli Usa ai cittadini di alcuni paesi a maggioranza musulmana hanno innescato una serie di ricorsi giudiziari. I diritti di donne e ragazze hanno subìto gravi attacchi. Le autorità hanno trasferito dalla base navale statunitense di Guantánamo Bay, a Cuba, 18 detenuti; 41 sono rimasti nella base, mentre proseguivano i procedimenti giudiziari davanti a una commissione militare preprocessuale. È rimasto elevato il numero di casi di violenza legata all’uso delle armi da fuoco. Sono state emesse nuove condanne a morte e ci sono state esecuzioni.

CONTESTO

Il 20 gennaio, Donald Trump ha prestato giuramento come presidente, dopo avere condotto una campagna elettorale caratterizzata da commenti e promesse politiche dal contenuto discriminatorio o altrimenti contrario ai princìpi sanciti dagli standard internazionali sui diritti umani.

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI

Durante l’anno, il presidente Trump ha firmato vari ordini esecutivi che hanno direttamente colpito migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Due di questi, datati 25 gennaio, prevedevano la costruzione di un muro lungo il confine tra Usa e Messico, consentivano il refoulement (rimpatrio forzato) e aumentavano i termini di detenzione dei richiedenti asilo e delle loro famiglie, incrementavano le funzioni e il numero degli agenti del servizio d’immigrazione e gestione delle dogane, acceleravano le procedure d’espulsione dei migranti, specialmente di quelli sospettati di avere commesso reati, e cancellavano il finanziamento delle cosiddette “città santuario”, che non cooperavano con le autorità federali nella cattura dei migranti irregolari.

Un terzo ordine esecutivo, firmato il 27 gennaio, ha vietato per 90 giorni l’ingresso negli Usa a cittadini stranieri provenienti da Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen, ha sospeso per 120 giorni il programma americano di ammissione dei rifugiati (US Refugee Admissions Program – Usrap), ha ridotto da 110.000 a 50.000 il numero massimo di rifugiati che potevano entrare negli Usa nell’anno fiscale 2017 e ha imposto un blocco a tempo indeterminato del programma di reinsediamento dei rifugiati siriani. L’ordine ha immediatamente generato una situazione di caos, proteste e ricorsi giudiziari sulla base della discriminazione verso i musulmani. Una settimana dopo, un giudice federale ha emesso un’ingiunzione restrittiva temporanea valida su tutto il territorio nazionale, successivamente confermata in appello. L’esecutivo il 6 marzo ha emanato una versione emendata del testo originario dell’ordine, sospendendo nuovamente per 120 giorni l’Usrap, confermando il tetto massimo di 50.000 rifugiati e bloccando per 90 giorni l’ingresso negli Usa da parte dei cittadini di sei paesi (togliendo l’Iraq dall’iniziale gruppo di sette paesi). I giudici federali degli stati del Maryland e delle Hawaii hanno emesso ingiunzioni restrittive valide su tutto il territorio nazionale, che hanno temporaneamente sospeso l’implementazione dell’ordine esecutivo. Il 26 giugno, la Corte suprema ha consentito l’entrata in vigore di una versione ridotta dell’ordine. La Corte ha inoltre stabilito che il divieto poteva essere applicato ai rifugiati assistiti dalle agenzie di reinsediamento.

Una seconda revisione dell’ordine, firmata il 24 settembre, ha vietato a tempo indeterminato l’immigrazione negli Usa di cittadini provenienti da sette paesi: Ciad, Corea del Nord, Iran, Libia, Siria, Somalia e Yemen. Ha inoltre vietato il rilascio di determinati tipi di visti non legati all’immigrazione per i cittadini di Ciad, Corea del Nord, Iran, Libia, Siria e Yemen e ha specificatamente sospeso il rilascio del visto d’ingresso ai funzionari venezuelani di determinate agenzie governative e ai loro familiari. Il 17 ottobre, i giudici federali degli stati delle Hawaii e del Maryland si sono pronunciati ancora una volta contro la misura, impedendo all’esecutivo di applicarla ai cittadini dei sei paesi. Il 13 novembre, un comitato ristretto di giudici federali d’appello ha autorizzato l’applicazione del terzo ordine esecutivo, nei confronti di chi non aveva legami legittimi negli Usa.

Il 24 ottobre, il presidente Trump ha emanato un ordine esecutivo con l’obiettivo di ripristinare l’Usrap “con procedure di selezione rafforzate”. Il 4 dicembre, la Corte suprema ha accettato la richiesta dell’amministrazione di permettere temporaneamente all’ultimo così detto “Muslim ban” di entrare pienamente in vigore, mentre il caso continuava a essere discusso.

Il 16 agosto, il dipartimento federale della Sicurezza interna ha chiuso il programma per i minori centramericani. In base al programma, i minori di 21 anni in fuga dalla violenza in El Salvador, Guatemala e Honduras e i cui genitori avevano ottenuto uno status regolare negli Usa, potevano chiedere di sostenere l’intervista per il reinsediamento dei rifugiati, prima di partire per gli Usa. In base a questo programma, i minori di questi tre paesi che non possedevano i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiati e che non disponevano di altri mezzi per ricongiungersi con i loro genitori potevano comunque fare domanda per entrare negli Usa.

Il 5 settembre, l’amministrazione ha annunciato che entro sei mesi avrebbe interrotto il programma d’azione differita per gli arrivi dei minori (Deferred Action for Childhood Arrivals – Daca), se il congresso non avesse trovato una soluzione legislativa riguardo allo status d’immigrazione di quanti erano tutelati dal programma, esponendo così più di 800.000 individui a rischio di espulsione.

L’obiettivo del Daca era di proteggere dal rischio di espulsione i giovani migranti che erano arrivati negli Usa da bambini e che possedevano determinati requisiti per rimanere. Il congresso ha presentato una proposta di legge sui cosiddetti “dreamer”, per fornire ai beneficiari del Daca gli strumenti necessari per ottenere lo status di migranti regolari; a fine anno, il provvedimento non era stato ancora convertito in legge.

Tra gennaio e agosto, più di 17.000 minori non accompagnati e 26.000 persone, con interi nuclei familiari, sono stati catturati dopo avere attraversato irregolarmente il confine meridionale con il Messico. Le famiglie sono state detenute per mesi, molte senza un adeguato accesso all’assistenza medica e legale, mentre cercavano di presentare domanda per rimanere negli Usa.

DIRITTI DELLE DONNE

I diritti delle donne e delle ragazze hanno subìto attacchi diffusi e sotto diversi aspetti. L’amministrazione del presidente Trump ha smantellato le precedenti politiche che imponevano alle università l’obbligo d’indagare sui casi di violenza sessuale in quanto discriminazione di genere e ha bloccato le iniziative per raggiungere la parità salariale, che avevano aiutato le donne a verificare se la loro retribuzione fosse inferiore rispetto a quella dei loro colleghi maschi. Gli attacchi ai diritti e alla salute riproduttiva delle donne sono stati particolarmente aggressivi. Sia l’esecutivo sia il congresso hanno più volte tentato di revocare i finanziamenti destinati alla Planned Parenthood, un’organizzazione sanitaria che fornisce servizi fondamentali per la salute riproduttiva e altra assistenza medica, in particolare alle donne a basso reddito. Il governo ha emanato direttive che esoneravano i datori di lavoro dal fornire la copertura assicurativa sanitaria per la contraccezione, nel caso in cui questa fosse in contrasto con i loro princìpi religiosi o morali, esponendo in tal modo milioni di donne al rischio di non avere più accesso ai metodi contraccettivi. Le donne native hanno continuato a incontrare notevoli disuguaglianze nell’accesso ai servizi d’assistenza in seguito a uno stupro, tra cui visite mediche, il kit utilizzato dal personale sanitario per raccogliere prove medico-legali e altri servizi d’assistenza medica essenziali. L’esecutivo ha inoltre introdotto la cosiddetta “regola del bavaglio globale”, che ha vietato qualsiasi finanziamento statunitense alle cliniche ospedaliere o alle organizzazioni che fornivano accesso a servizi per l’aborto sicuro e legale o le informazioni relative.

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

Sono aumentati durante l’anno gli omicidi di persone Lgbti, in un contesto in cui queste continuavano a essere discriminate nelle leggi statali e federali. L’amministrazione ha adottato durante l’anno ulteriori misure discriminatorie contro le persone Lgbti. A livello federale non esistevano protezioni che vietassero la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere sul luogo di lavoro, nell’accesso all’alloggio o all’assistenza sanitaria. Le persone transgender continuavano a essere particolarmente emarginate.

L’amministrazione Trump ha invertito le precedenti linee guida che tutelavano gli studenti transgender nella scuola pubblica e che consentivano loro di utilizzare i servizi igienici in modo conforme alla loro identità di genere. Ad agosto, il presidente Trump ha ordinato la revoca della norma annunciata dalla precedente amministrazione nel 2016, che avrebbe permesso alle persone dichiaratamente transgender di arruolarsi nell’esercito, a partire dal 1° gennaio 2018. Il 30 ottobre, un giudice federale ha emanato un’ingiunzione preliminare che ha avuto l’effetto di bloccare l’implementazione della direttiva.

CONTROTERRORISMO E SICUREZZA

Il 28 novembre, una giuria federale del circuito di Washington Dc ha ritenuto il cittadino libico Ahmed Abu Khatallah colpevole di accuse di terrorismo, in relazione a un attacco contro una missione diplomatica statunitense a Bengasi, in Libia, risalente al 2012, in cui rimasero uccisi quattro cittadini statunitensi. La giuria lo ha assolto dall’accusa di omicidio. Ad agosto, il giudice aveva stabilito che ogni affermazione rilasciata da Ahmed Abu Khatallah nel periodo di quasi due settimane in cui era stato trattenuto in incommunicado a bordo di una nave militare americana, dopo la sua cattura in Libia da parte delle forze statunitensi, sarebbe stata considerata ammissibile agli atti processuali. Il 29 ottobre, le forze statunitensi hanno catturato in Libia Mustafa al-Imam, un altro cittadino libico. Questi è stato trasferito in aereo negli Usa ed è comparso davanti a una corte federale il 3 novembre, dopo essere stato trattenuto in incommunicado per cinque giorni. A fine anno era in corso il suo processo per accuse di terrorismo, in relazione all’attacco di Bengasi.

In seguito all’attacco compiuto a New York il 31 ottobre, nel quale otto persone sono morte e altre 12 ferite, il cittadino uzbeko Sayfullo Habibullaevic Saipov è stato incriminato e rinviato al giudizio di una corte federale, nonostante due senatori avessero chiesto che fosse trasferito sotto la custodia militare come “combattente nemico” e il presidente Trump, nel commentare il caso, avesse dichiarato di avere preso in considerazione il suo trasferimento alla base di Guantánamo Bay. In una serie di post pubblicati su Twitter, il presidente Trump ha dimostrato disprezzo del principio della presunzione d’innocenza, invocando la pena di morte per Sayfullo Habibullaevic Saipov.

A gennaio, sotto l’amministrazione dell’allora presidente Barack Obama, 18 detenuti sono stati trasferiti dal centro di detenzione di Guantánamo Bay ed estradati in Oman, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. La maggior parte dei restanti 41 detenuti di Guantánamo Bay è rimasta trattenuta senza accusa né processo. Durante la campagna elettorale, il presidente Trump si è impegnato a mantenere aperto il centro di detenzione e ad aumentare il numero dei prigionieri trattenuti nella struttura; durante l’anno, a Guantánamo Bay non ci sono stati arrivi né altri trasferimenti di detenuti.

A ottobre, con il rifiuto di riesaminare due ricorsi che contestavano la competenza giurisdizionale, la Corte suprema ha di fatto permesso che i procedimenti giudiziari celebrati davanti a una commissione militare a Guantánamo Bay potessero continuare, in violazione degli standard internazionali di equità processuale.

A ottobre, Ahmed Mohammed Ahmed Haza al-Darbi, un cittadino saudita, è stato condannato da una commissione militare a 13 anni di carcere, dopo essersi dichiarato colpevole nel 2014 di cospirazione, terrorismo e altri reati. Era stato fermato in Azerbaigian nel 2002 e consegnato ad agenti americani due mesi dopo.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Nel corso di un’intervista rilasciata il 25 gennaio, il presidente Trump si è espresso a favore del ricorso alla tortura, dichiarando anche che avrebbe “fatto affidamento” sul parere del segretario alla Difesa, del direttore della Cia e di altri per ogni eventuale decisione degli Usa di fare ricorso a questa pratica. Non era stata ancora intrapresa alcuna azione per porre fine all’impunità per le siste­matiche violazioni dei diritti umani, tra cui tortura e sparizione forzata, commesse nel contesto del programma di detenzione segreta operato dalla Cia dopo l’11 settembre.

Almeno tre persone, accusate di essere coinvolte nel sopracitato programma di detenzione segreta, sono state nominate dal presidente Trump a ricoprire incarichi governativi di rilievo: Gina Haspel, nominata a febbraio vicedirettrice della Cia; Steven Bradbury, consigliere generale presso il dipartimento dei Trasporti; e Steven Engel, capo dell’ufficio di consulenza legale (Office of Legal Counsel – Olc) presso il dipartimento di Giustizia. Secondo quanto si è appreso, Gina Haspel avrebbe ricoperto il ruolo di capo del personale della Cia in Thailandia nel 2002, all’epoca in cui la Cia gestiva uno dei cosiddetti “siti neri”, dove almeno due detenuti furono sottoposti a tortura e sparizione forzata. In seguito, era stata anche capo del personale presso il direttore del Centro antiterrorismo, il ramo della Cia che gestiva il programma di detenzione segreta. In qualità di viceprocuratore generale pro tempore presso l’Olc tra il 2005 e il 2009, Steven Bradbury aveva redatto numerosi memorandum per la Cia, dando l’approvazione legale a metodi d’interrogatorio e condizioni di detenzione che violavano il divieto internazionale di tortura e altri maltrattamenti. In quanto viceprocuratore aggiunto presso l’Olc nel 2007, anche Steven Engel era stato coinvolto nella stesura di uno dei sopracitati memorandum. Il 7 novembre, il senato ha confermato la sua nomina, con 51 voti favorevoli e 47 contrari. Il 14 dello stesso mese, con 50 voti a favore e 47 contrari, il senato ha confermato la nomina di Steven Bradbury. La nomina di Gina Haspel non necessitava dell’approvazione del senato.

Era stato fissato al 5 settembre l’inizio del processo davanti a una giuria civile a carico di James Mitchell e John “Bruce” Jessen, due psicologi a contratto per conto della Cia, che avevano svolto un ruolo di primo piano nell’ambito del programma di detenzione. Tuttavia, ad agosto è stato raggiunto un patteggiamento fuori delle aule di giustizia.

Il 19 giugno, la Corte suprema ha emesso una sentenza in relazione alla causa giudiziaria intentata contro ex funzionari americani da parte di persone di origine araba o sud-asiatica, che erano tra le centinaia di cittadini stranieri sottoposti a custodia dagli Usa sulla scia degli attacchi dell’11 settembre 2001. In seguito agli attacchi, i detenuti erano rimasti trattenuti per mesi in condizioni dure e avevano denunciato di avere subìto una serie di abusi. La Corte suprema ha dichiarato che le accuse erano vere, che ciò che era accaduto ai detenuti “era tragico” e che “nulla nel presente giudizio dovrebbe essere interpretato per giustificare il trattamento a cui i detenuti affermano di essere stati sottoposti”. Tuttavia, la Corte ha stabilito il non luogo a procedere, con una decisione che ancora una volta perpetuava la tendenza secondo cui i rimedi giudiziari legati ai casi che implicavano violazioni dei diritti umani nel contesto dell’antiterrorismo dopo gli attacchi dell’11 settembre erano regolarmente bloccati.

USO ECCESSIVO DELLA FORZA

Le autorità hanno continuato a non registrare dati precisi sulle persone uccise in tutto il territorio degli Usa per mano di agenti delle forze di polizia. Secondo i dati raccolti dal quotidiano The Washington Post, i casi di persone uccise durante l’anno a seguito dell’utilizzo di armi da fuoco da parte degli agenti sarebbero 987. Secondo le statistiche rese disponibili, nel 2017, gli afroamericani (che costituivano il 13 per cento della popolazione) rappresentavano quasi il 23 per cento delle vittime di queste uccisioni. Il 24 per cento delle persone uccise sarebbe stato affetto da problematiche mentali. Una proposta avanzata dal dipartimento di Giustizia per la creazione di un sistema di tracciabilità di queste morti, in applicazione della legge sulla denuncia dei decessi in custodia, non prevedeva l’obbligo di denuncia per le agenzie di pubblica sicurezza e pertanto il fenomeno è rimasto sommerso. A fine anno non erano state ancora rese disponibili informazioni riguardanti l’avvio del processo di denuncia per questi decessi.

Almeno 40 persone in 25 stati sono morte dopo essere state colpite da taser del­la polizia, portando ad almeno 802 il numero complessivo di decessi registrato dal 2001. La maggior parte delle vittime non era armata e non sembrava rappresentare una grave minaccia per la vita o l’incolumità di altri, nel momento in cui erano stati impiegati questi dispositivi a scarica elettrica.

A settembre, l’assoluzione di un ex poliziotto, accusato di aver ucciso a colpi d’arma da fuoco Anthony Lamar Smith nel 2011, ha scatenato settimane di proteste nella città di St. Louis, nel Missouri, che hanno portato a centinaia di arresti. Organizzazioni locali per i diritti civili hanno denunciato che la polizia aveva effettuato arresti illegali e che l’utilizzo di sostanze chimiche irritanti contro i manifestanti si era configurato come uso eccessivo della forza. Il dipartimento di polizia di St. Louis aveva schierato agenti in assetto pesante antisommossa e con armamenti ed equipaggiamenti di tipo militare, per svolgere normali operazioni di ordine pubblico nel contesto delle manifestazioni. Ad agosto, il presidente Trump ha annullato le restrizioni, introdotte dalla precedente amministrazione, al trasferimento di alcuni equipaggiamenti di tipo militare in dotazione ai corpi di polizia.

VIOLENZA LEGATA ALL’USO DI ARMI DA FUOCO

A ottobre, un uomo armato ha utilizzato i cosiddetti “bump-stock” (accessori che modificano le armi da fuoco per permettere di sparare a ripetizione come con armi da fuoco completamente automatiche) contro una folla di partecipanti a un concerto a Las Vegas, in Nevada, uccidendo 58 persone. In risposta al massacro, il congresso ha preso in considerazione l’eventualità d’introdurre norme e regolamenti per vietare questo tipo di dispositivi ma non ha messo in atto alcun provvedimento. A novembre, il congresso ha presentato separatamente un’altra proposta di legge con l’obiettivo di prevenire la violenza legata all’uso delle armi da fuoco, senza riuscire a ottenerne l’approvazione.

A fine anno erano ancora all’esame due testi di legge che avrebbero reso più facile per i privati cittadini procurarsi silenziatori per armi da fuoco e possedere armi senza doverle denunciare. La legislazione in vigore dal 1996 continuava a negare il finanziamento al Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di svolgere o sponsorizzare una ricerca sulle cause della violenza causata dall’utilizzo di armi da fuoco e sui modi per prevenirla.

L’amministrazione del presidente Trump ha preso in considerazione l’eventualità di allentare le restrizioni sull’esportazione di armi di piccolo calibro, compresi fucili d’assalto e munizioni, spostando la responsabilità di esaminare la vendita internazionale di armi da fuoco per uso non militare dal dipartimento di Stato al dipartimento del Commercio. L’iniziativa avrebbe gravemente indebolito la vigilanza sulla vendita delle armi, rischiando anche di aumentare il flusso di armi da fuoco verso paesi con elevati livelli di violenza armata.

PENA DI MORTE

Durante l’anno sono stati messi a morte 23 uomini in otto stati, portando a 1.465 il numero complessivo di esecuzioni da quando la Corte suprema degli Usa ha reintrodotto la pena capitale, nel 1976. Sono state emesse all’incirca 39 nuove condanne a morte. A fine anno, nel braccio della morte c’erano circa 2.800 persone.

Per la prima volta dal 2005, l’Arkansas ha effettuato esecuzioni. L’Ohio ha ripreso le esecuzioni dopo una sospensione durata più di tre anni. La Florida ha annunciato le sue prime esecuzioni da gennaio 2016, quando la Corte suprema degli Usa aveva sancito l’incostituzionalità del suo sistema normativo sulla pena capitale. La decisione della Corte suprema della Florida, secondo cui la sentenza era da ritenersi applicabile retroattivamente solo a circa la metà dei prigionieri del braccio della morte, ha consentito alle autorità dello stato di procedere con l’esecuzione dei prigionieri che non rientravano nei termini della sentenza. Durante l’anno sono state emesse le prime condanne a morte secondo il nuovo statuto.

Durante il 2017, quattro reclusi sono stati scagionati dai reati per i quali erano stati originariamente condannati a morte negli stati di Delaware, Florida, Arkansas e Louisiana, portando a 160 il numero dei casi di questo tipo registrati dal 1973.

 

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