Uzbekistan - Amnesty International Italia

REPUBBLICA DELL’UZBEKISTAN

Capo di stato: Shavkat Mirzioiev
Capo di governo: Abdulla Aripov

Le autorità hanno allentato alcune limitazioni indebite imposte agli organi d’informazione e al diritto alla libertà d’espressione.

Sono stati rilasciati numerosi prigionieri di coscienza e altri prigionieri che stavano scontando lunghe condanne alla reclusione per accuse motivate politicamente; sono continuate le limitazioni al loro diritto alla libertà di movimento.

Funzionari del servizio di sicurezza nazionale (Služba načional’noj bezopasnosti – Snb) hanno arbitrariamente detenuto un giornalista indipendente e lo hanno torturato per fargli “confessasse” crimini contro lo stato.

Le autorità hanno continuato a tentare di rimpatriare persone che consideravano una minaccia alla sicurezza nazionale. Autorità locali hanno continuato a reclutare migliaia di operatori sanitari e insegnanti per lavorare nei campi di cotone. I rapporti sessuali consensuali tra uomini sono rimasti reato.

CONTESTO

Il presidente Mirzioiev ha continuato a introdurre un numero di proposte di riforma politiche ed economiche ad ampio raggio, allo scopo di porre fine alle politiche isolazioniste e repressive del passato.

A febbraio è stata approvata una strategia d’azione per la riforma della giustizia, che ha stabilito diverse priorità per le modifiche al sistema, tra cui la garanzia di una reale indipendenza della magistratura, un incremento della sua efficacia e autorità e la previsione di una solida protezione giuridica dei diritti e delle libertà dei cittadini.

Una delle modifiche legislative ha ridotto da 72 a 48 ore il periodo massimo durante il quale una persona può essere detenuta prima di essere condotta dinanzi al giudice.

A maggio, alla fine della prima visita mai compiuta in Uzbekistan dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il Commissario ha chiesto al presidente di tradurre in azione le sue promesse di riforma per un’effettiva protezione dei diritti umani.

A novembre, il presidente ha emanato un decreto che proibiva esplicitamente l’uso della tortura per ottenere confessioni e l’ammissione di queste come prova nei procedimenti giudiziari.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE NELLA REPUBBLICA DELL’UZBEKISTAN

Le autorità hanno allentato alcune indebite limitazioni al diritto alla libertà d’espressione. Hanno permesso la pubblicazione di articoli critici da parte di organi d’informazione e hanno rilasciato diversi prigionieri condannati in base ad accuse motivate politicamente.

Tuttavia, il governo ha mantenuto uno stretto controllo sull’accesso all’informazione. Piattaforme di notizie indipendenti e internazionali, considerate critiche verso le autorità, sono rimaste inaccessibili.

A febbraio, le autorità hanno rilasciato Muhammad Bekzhanov, dopo che aveva scontato 17 anni di reclusione per accuse motivate politicamente. Egli è rimasto soggetto al coprifuoco e a una stretta sorveglianza della polizia.

A luglio è stato rilasciato prima del previsto Erkin Musaev, un ex ufficiale dell’esercito e dipendente del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite.

Nel 2006 era stato condannato a 20 anni di reclusione sulla base di accuse di spionaggio inventate. A ottobre sono stati rilasciati i prigionieri di coscienza Azam Farmonov e Salidzhon Abdurakhmonov, l’avvocato dei diritti umani Agzam Turgunov e altri due difensori dei diritti umani. Erano stati tutti torturati durante la detenzione. Il prigioniero di coscienza Isroil Kholdorov è rimasto in carcere.

A luglio, nel corso di una visita nell’Eu, il ministro degli Esteri ha invitato Ngo e organi d’informazione internazionali a visitare l’Uzbekistan. Le autorità hanno accordato accesso limitato ad alcuni rappresentanti delle Ngo e della stampa internazionali.

Nonostante questi sviluppi positivi, difensori dei diritti umani e giornalisti indipendenti, sia in esilio sia in Uzbekistan, nonché le loro famiglie, hanno continuato a essere sottoposti a campagne denigratorie su Internet, sulla televisione nazionale e sulla carta stampata.

La sorveglianza da parte delle autorità, nel paese e all’estero, ha rafforzato l’ambiente repressivo per difensori dei diritti umani, giornalisti e altri. Sistemi tecnici e legali hanno facilitato la sorveglianza illegittima e non sono riusciti a fornire controlli e rimedi efficaci contro gli abusi*.

Il 27 settembre, agenti dell’Snb hanno arrestato il giornalista indipendente Bobomurod Abdullayev, mentre usciva dalla sua abitazione nella capitale Tashkent. È stato tenuto in incommunicado per due settimane in una struttura per la custodia cautelare dell’Snb, ben nota per l’uso della tortura.

L’Snb lo ha accusato di aver utilizzato uno pseudonimo per pubblicare online articoli che invitavano al rovesciamento del governo e istigavano a disordini in Uzbekistan, reati che prevedevano la reclusione fino a 20 anni.

Agenti dell’Snb hanno avvertito la sua famiglia di non contattare organizzazioni per i diritti umani o giornalisti e gli hanno permesso d’incontrare un avvocato di sua scelta, per un tempo limitato e sotto sorveglianza, soltanto 10 settimane dopo l’arresto. A novembre, le autorità hanno esteso la custodia cautelare per altri tre mesi.

Il 26 dicembre, l’Snb ha accusato il suo avvocato di rappresentare il caso in modo errato di fronte all’opinione pubblica e ha obbligato Bobomurod Abdullayev a licenziarlo e a prendere un legale nominato dallo stato.

LIBERTÀ DI MOVIMENTO NELLA REPUBBLICA DELL’UZBEKISTAN

Ad agosto, il presidente ha annunciato che entro il 2019 sarebbero stati aboliti i requisiti legali richiesti ai cittadini uzbeki per ottenere il permesso di lasciare il paese. Ciononostante, le autorità hanno continuato a imporre limitazioni di viaggio ai prigionieri appena rilasciati, che erano stati condannati per accuse motivate politicamente. Ad alcuni ex prigionieri è stato ancora impedito di recarsi all’estero per sottoporsi a cure mediche urgenti.

L’avvocata per i diritti umani Polina Braunerg, che era sulla sedia rotelle, è morta a maggio a causa di un ictus, dopo che le era stato più volte rifiutato il permesso recarsi all’estero per sottoporsi a cure mediche.

A ottobre, Murad Dzhuraev, un ex parlamentare rilasciato a novembre 2015 dopo aver scontato 20 anni di carcere per accuse motivate politicamente, grazie a una crescente pressione internazionale è stato finalmente autorizzato a recarsi in Germania per sottoporsi a trattamenti medici urgenti. Il 4 dicembre è morto improvvisamente, prima di poter lasciare il paese.

Il 22 febbraio, il giornalista Muhammad Bekzhanov è stato rilasciato dopo 17 anni di reclusione. Era stato condannato dopo un processo iniquo e dopo aver subìto tortura; la sua condanna era stata prolungata arbitrariamente.

A fine anno non gli era stato ancora consentito di richiedere un visto per uscire dal paese, per ricongiungersi con la famiglia all’estero. Non è stato autorizzato a recarsi a Tashkent per sottoporsi a cure mediche urgenti, di cui aveva bisogno in conseguenza delle torture e degli altri maltrattamenti a cui era stato sottoposto.

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE NELLA REPUBBLICA DELL’UZBEKISTAN

Le autorità hanno ripetutamente dichiarato che non intendevano depenalizzare i rapporti sessuali consensuali tra uomini, che costituivano un reato punibile con la reclusione fino a tre anni.

Le relazioni omosessuali consensuali sono rimaste fortemente stigmatizzate e le persone Lgbti sono state regolarmente sottoposte a violenze, arresti arbitrari, detenzione e discriminazione da parte dello stato e di privati.

LAVORO FORZATO E SCHIAVITÙ NELLA REPUBBLICA DELL’UZBEKISTAN

Ad agosto, un decreto presidenziale ha formalmente proibito il reclutamento forzato di minori, studenti, personale sanitario e insegnanti per lavorare nei campi di cotone.

A settembre, durante il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Mirzioiev ha riconosciuto l’uso del lavoro forzato nell’industria del cotone in Uzbekistan e ha promesso di porvi fine.

Malgrado ciò, difensori dei diritti umani e osservatori indipendenti hanno documentato casi di centinaia di operatori sanitari e insegnanti costretti a lavorare nei campi di cotone, in condizioni di lavoro deplorevoli.

In alcune regioni, hanno documentato la presenza di bambini intenti a raccogliere cotone, nonostante il divieto emesso ad agosto. Le autorità hanno minacciato coloro che si rifiutavano di lavorare nei campi di cotone con severe ammende, licenziamenti o perdita dei sussidi sociali.

Polizia e autorità locali hanno cercato d’impedire agli attivisti dei diritti umani di monitorare il lavoro nei campi di cotone, in alcuni casi ricorrendo a intimidazioni, forza e detenzione arbitraria.

A marzo, la polizia ha arrestato l’attivista per i diritti umani Elena Urlaeva e l’ha rinchiusa forzatamente in un ospedale psichiatrico per un mese. Ciò è stato fatto per impedirle di partecipare a un incontro programmato con delegazioni della Banca mondiale e dell’Ilo in visita a Tashkent, per discutere di quanto aveva scoperto in relazione alla pratica comune del lavoro forzato nell’industria del cotone.

Tra agosto e novembre, la polizia l’ha ripetutamente arrestata per brevi periodi per impedirle di parlare con i medici e gli insegnanti impiegati nei campi di cotone.

LIBERTÀ DI RELIGIONE E CREDO NELLA REPUBBLICA DELL’UZBEKISTAN

Ad agosto, il presidente ha chiesto pubblicamente la revisione delle accuse contro persone detenute per sospetto possesso di materiali religiosi o “estremisti” messi al bando. Ha anche chiesto la “riabilitazione” per le persone che si fossero pentite di essersi unite a movimenti islamici non registrati.

Le autorità hanno anche annunciato di aver cancellato più di 15.000 nomi da una “lista nera” che conteneva almeno 18.000 nomi di persone sospettate di appartenere a movimenti e gruppi religiosi vietati o non registrati.

Tuttavia, le forze di sicurezza hanno continuato ad arrestare decine di persone accusate di essere membri di gruppi “estremisti” vietati, compresi lavoratori migranti tornati dall’estero. I loro parenti e attivisti per i diritti umani hanno denunciato che la polizia e i funzionari dell’Snb torturavano molte delle persone accusate di appartenenza a gruppi illegali affinché “confessassero” accuse inventate, che i giudici continuavano a ignorare denunce attendibili, persino quando nelle aule venivano mostrati i segni fisici della tortura, e ammettevano quelle confessioni come prova.

A ottobre, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di religione o credo ha visitato l’Uzbekistan su invito delle autorità. È stato il primo rappresentante di una procedura speciale delle Nazioni Unite a ottenere il permesso di entrare in Uzbekistan dal 2002.

Nelle sue conclusioni preliminari, il Relatore ha rilevato che la pratica religiosa era “sottoposta a un’eccessiva regolamentazione che dava priorità alla sicurezza invece che alla libertà”.

CONTROTERRORISMO E SICUREZZA NELLA REPUBBLICA DELL’UZBEKISTAN

Le autorità hanno continuato a effettuare rimpatri forzati, anche attraverso procedimenti di estradizione, di cittadini uzbeki che identificavano come una minaccia all’“ordine costituzionale” o alla sicurezza nazionale.

Funzionari dell’Snb hanno continuato a rapire all’estero le persone ricercate (cosiddette rendition).

Le persone rapite o comunque rimpatriate con la forza sono state poste in detenzione in incommunicado, spesso in luoghi sconosciuti, torturate o altrimenti maltrattate per costringerle a confessare o a incriminare altre persone.

In molti casi, le forze di sicurezza hanno fatto pressione sulle famiglie perché non cercassero l’aiuto delle organizzazioni per i diritti umani e non sporgessero denunce per presunte violazioni dei diritti umani.

*“We will find you, anywhere”: The global shadow of Uzbekistani surveillance (EUR 62/5974/2017).

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