Giordania - Amnesty International Italia

REGNO ASCEMITA DI GIORDANIA

Capo di stato: re Abdullah II bin al-Hussein

Capo di governo: Hani Mulki 

Il parlamento ha approvato una serie di riforme legislative, comprendenti tra l’altro l’abrogazione di una legge che permetteva agli stupratori di evitare di essere perseguiti se sposavano la loro vittima. Le donne hanno continuato a subire discriminazioni nella legge e nella prassi. È stata inoltre approvata dal parlamento una normativa che avrebbe garantito determinati diritti ai detenuti in attesa di giudizio e ridotto la durata delle pene detentive. I governatori locali hanno continuato a emanare ordini di custodia che prevedevano lunghi periodi di detenzione senza processo. I diritti alla libertà d’espressione e d’associazione sono rimasti soggetti a limitazioni. I lavoratori migranti non sono stati adeguatamente tutelati contro sfruttamento e abusi. Circa 50.000 rifugiati dalla Siria sono rimasti intrappolati in condizione terribili in un’area desertica situata lungo il confine siriano. Sono state emesse nuove condanne a morte e ci sono state esecuzioni.

CONTESTO

La Giordania ha continuato a far parte della coalizione militare a guida statunitense che combatteva in Iraq e in Siria (cfr. Iraq e Siria) contro il gruppo armato Stato islamico (Islamic State – Is) e della coalizione guidata dall’Arabia Saudita impegnata nel conflitto armato nello Yemen (cfr. Yemen).

Ad agosto, si sono svolte le elezioni amministrative locali che, per la prima volta, comprendevano l’elezione dei consigli governatoriali, secondo quanto stabilito dalla legge di decentralizzazione del 2015.

A febbraio, il governo ha adottato una serie di misure per affrontare le crisi economica, in un contesto di proteste pubbliche, causate principalmente dall’incremento della disoccupazione e dai bassi salari. Queste comprendevano tagli ai sussidi e l’aumento delle accise sul carburante e sui beni di consumo, oltre che sui servizi di telecomunicazione.

A maggio è entrata in vigore la legge sui diritti delle persone con disabilità, le cui disposizioni erano per lo più in linea con la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che la Giordania aveva ratificato nel 2008.

A luglio, il parlamento si è riunito in sessioni ordinarie e straordinarie per discutere un pacchetto di 16 bozze di legge e regolamenti su proposta del comitato regio per lo sviluppo della magistratura e l’applicazione del principio di legalità, che era stato istituito dal re a ottobre 2016.

DETENZIONE IN GIORDANIA

Ad aprile, il Centro nazionale per i diritti umani ha pubblicato un rapporto che descriveva il ripetersi di episodi di violazione dei diritti umani compiuti dalle forze di sicurezza durante le varie fasi dell’arresto, dalle irruzioni di sicurezza effettuate a notte inoltrata facendo uso eccessivo della forza, fino alla custodia cautelare presso strutture di detenzione temporanea. I detenuti non avevano accesso a un avvocato durante gli interrogatori e subivano tortura e altri maltrattamenti. Il rapporto inoltre documentava le deplorevoli condizioni di detenzione e la mancanza di un sistema di classificazione a tutela dell’incolumità dei carcerati, come la reclusione di categorie di detenuti incompatibili nella stessa cella.

A metà 2017, il parlamento ha promulgato alcune leggi che garantivano ai sospettati il diritto di contattare un avvocato al momento dell’arresto, istituivano un fondo per l’assistenza legale e limitavano il ricorso alla detenzione cautelare, considerandola una “misura eccezionale” legata a specifiche finalità. È stato anche stabilito un periodo massimo di tre mesi per le persone accusate di reati minori e fino a 18 mesi per i reati più gravi. La nuova legislazione inoltre ha introdotto misure alternative alla custodia cautelare, come il braccialetto elettronico, i divieti di viaggio e gli arresti domiciliari ma le sue disposizioni non riguardavano la detenzione da parte della direzione d’intelligence generale.

Detenzione amministrativa

Le autorità hanno continuato a detenere i sospettati ai sensi della legge di prevenzione, in vigore dal 1954, che autorizzava la detenzione degli indiziati fino a un anno senza accusa né processo e senza possibilità di rimedio legale. Il ricorso alla legge era particolarmente frequente nei casi legati a reati di terrorismo, spionaggio, tradimento, droga e contraffazione.

L’Ngo giordana La sorellanza è un istituto globale che ha documentato come le donne che erano state vittime di violenza domestica o che erano a rischio dei cosiddetti “delitti d’onore” fossero trattenute in detenzione amministrativa come misura di protezione. Oltre 1.700 donne erano trattenute in detenzione amministrativa con questa finalità, una cifra che costituiva una diminuzione del 16 per cento rispetto al 2015.

LIBERTÀ D’ASSOCIAZIONE IN GIORDANIA

Ad agosto, il dipartimento per il controllo delle imprese ha notificato al procuratore generale che il Centro per la difesa della libertà dei giornalisti (Center for Defending Freedom of Journalists – Cdfj) aveva violato la legge sulle società del 1997, nel ricevere sovvenzioni dall’estero, in quanto era registrato come “impresa civile” e non come “ente non profit”. Il Cdfj ha ricevuto copia della notifica con cui le autorità ordinavano di sospendere qualsiasi sovvenzione, sia di provenienza estera che interna, e di autodefinirsi ente non profit.

In precedenza, il Cdfj non aveva ricevuto alcun ammonimento ufficiale riguardante i suoi finanziamenti, sebbene fosse attivo da 19 anni con la dichiarata missione di proteggere la libertà degli organi d’informazione, affrontare le violazioni dei diritti dei giornalisti e riformare la legislazione relativa alle tutele sulla libertà di stampa.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE IN GIORDANIA

La commissione audiovisiva ha continuato a bloccare l’accesso a diversi siti web e piattaforme online in applicazione dell’art. 49 della legge sulla stampa e le pubblicazioni, in base al quale qualsiasi “pubblicazione elettronica che implichi la pubblicazione di notizie, inchieste, articoli o commenti che abbiano a che fare con gli affari interni o esteri del regno” doveva ottenere prima una licenza e veniva garantita alle autorità esecutive la facoltà di chiudere siti web non autorizzati.

DIRITTI DELLE DONNE IN GIORDANIA

A febbraio, il Comitato Cedaw, pur riconoscendo gli sforzi compiuti dalla Giordania per affrontare la discriminazione contro le donne nell’ambito del matrimonio e della famiglia, ha tuttavia ribadito la propria preoccupazione per la continua applicazione delle disposizioni discriminatorie contenute nella legge sullo status personale, in particolare in relazione al sistema del tutoraggio maschile cui erano soggette le donne. Restavano inoltre motivo di preoccupazione i matrimoni precoci, in base alla normativa che attribuiva ai tribunali della sharia e ai tutori legali la facoltà discrezionale di autorizzare il matrimonio delle ragazze, in determinate circostanze, a partire dai 15 anni d’età. Il Comitato ha anche rilevato la continua discriminazione delle donne in relazione alla legge sull’eredità e la tendenza da parte dei tribunali della sharia di emettere sentenze favorevoli ai mariti nelle cause giudiziarie in materia di divorzio, assegnazione degli alimenti e custodia dei figli.

A luglio, il parlamento ha abrogato l’art. 98 del codice penale, che era invocato nei casi giudiziari riguardanti i cosiddetti “delitti d’onore” e che permetteva una pena ridotta nel caso in cui un uomo avesse ucciso una donna con cui aveva un legame di parentela e in cui il suo atto fosse ritenuto la conseguenza di “un eccesso d’ira causato da un atto illecito o pericoloso da parte della vittima”. Tuttavia, l’art. 340 della legge è rimasto in vigore, consentendo a un uomo di ricevere una pena ridotta nel caso in cui avesse ucciso la propria moglie o una propria parente dopo averla colta in “atteggiamento adulterino”. Sebbene tale norma fosse applicabile sia per gli uomini sia per le donne, in un sistema fondato sulla poligamia era in ogni caso assai meno probabile per un uomo dover rispondere di un’imputazione per adulterio.

Ad agosto, il parlamento ha abrogato l’art. 308, che permetteva agli stupratori di evitare di essere perseguiti penalmente se sposavano la loro vittima.

LAVORATORI MIGRANTI IN GIORDANIA

Secondo l’Ngo Tamkeen Fields for Aid, i lavoratori migranti residenti in Giordania erano quasi 1,2 milioni, di cui soltanto 315.016 avevano un regolare permesso di lavoro. I lavoratori migranti hanno continuato a subire forme di sfruttamento e abusi, tra cui la confisca dei passaporti da parte dei datori di lavoro, le deplorevoli condizioni di lavoro e di vita, il mancato rispetto del diritto di cambiare occupazione, il lavoro forzato e la tratta di esseri umani.

Le donne migranti impiegate come lavoratrici domestiche hanno continuato a non godere del diritto a un periodo di ferie annuali, a essere sottoposte a orari di lavoro indefiniti, ad abusi verbali, fisici e sessuali, a rimanere confinate presso l’abitazione del loro datore di lavoro e a non ricevere il salario.

A febbraio, il Comitato Cedaw ha apprezzato le misure adottate per tutelare i diritti delle donne migranti impiegate come lavoratrici domestiche, come la stesura di contratti standard unificati, l’applicazione anche in questo settore delle tutele previste dallo statuto dei lavoratori, la regolamentazione delle agenzie d’impiego e l’adozione di una normativa che criminalizzava la tratta di esseri umani. Il Comitato ha tuttavia sollevato il timore che tali misure si dimostrassero insufficienti a causa della mancanza di case rifugio, del limitato accesso alla giustizia, dell’applicazione in larga parte inefficace dello statuto dei lavoratori e dell’assenza di una regolare ispezione nei luoghi di lavoro.

RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO IN GIORDANIA

La Giordania ospitava, tra gli altri, circa 655.000 rifugiati dalla Siria registrati dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, oltre ad almeno 13.000 rifugiati palesti­nesi dalla Siria e più di due milioni di rifugiati palestinesi di lungo termine.

Circa 50.000 rifugiati dalla Siria sono rimasti intrappolati nel “berm”, un’area desertica situata lungo il confine tra Siria e Giordania, a Rukban, senza avere di fatto accesso agli aiuti umanitari, bloccati da giugno 2016, ad eccezione di un’occasione a giugno 2017, in cui le autorità hanno permesso un’unica distribuzione di aiuti. I rifugiati erano intrappolati in condizioni spaventose sotto il profilo umanitario: nell’area infatti scarseggiavano cibo, assistenza medica e possibilità di riparo, mentre l’accesso all’acqua avveniva solo sporadicamente.

A ottobre, la Giordania ha interrotto gli aiuti, seppur limitati, a chi attraversava il confine e ha affermato che questi dovevano essere forniti solo sul lato siriano. La comunità internazionale e la Giordania non sono riuscite a raggiungere un accordo per una soluzione a lungo termine per i rifugiati rimasti bloccati, ai quali è stato negato l’accesso alle procedure d’asilo o a opportunità di essere reinsediati in paesi terzi.

Secondo le agenzie umanitarie, a settembre le autorità avevano rimpatriato con la forza oltre 2.330 rifugiati siriani.

GIUSTIZIA INTERNAZIONALE

A dicembre, l’Icc ha stabilito che la Giordania non aveva rispettato i suoi obblighi come stato parte dello Statuto di Roma dell’Icc, dopo che non aveva eseguito la richiesta della Corte di arrestare il presidente sudanese Omar Al Bashir. La Corte ha deciso di sottoporre l’inadempienza della Giordania all’Assemblea degli stati parte dello Statuto di Roma e al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Le autorità giordane non avevano arrestato il presidente Al Bashir mentre era in visita nel paese a marzo per il summit della Lega araba. L’Icc ha spiccato due mandati di arresto contro di lui per accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nel Darfur, in Sudan.

PENA DI MORTE IN GIORDANIA

I tribunali hanno continuato a emettere condanne a morte e sono state effettuate diverse esecuzioni.

 

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