Kuwait - Amnesty International Italia

STATO DEL KUWAIT

Capo di stato: sceicco Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah

Capo di governo: sceicco Jaber al-Mubarak al-Hamad al-Sabah

Le autorità hanno continuato a imporre indebite restrizioni alla libertà d’espressione, tra l’altro perseguendo penalmente e incarcerando persone critiche nei confronti del governo e mettendo al bando determinate pubblicazioni. Membri della minoranza bidun hanno continuato a essere discriminati e a vedersi negati i diritti di cittadinanza. Le tutele contro lo sfruttamento e gli abusi dei lavoratori migranti sono rimaste inadeguate. I tribunali hanno emesso nuove condanne a morte e, dopo un’interruzione di quattro anni, sono riprese le esecuzioni.

CONTESTO

Il 6 aprile, il parlamento ha annullato un emendamento del 2015 alla legge sui minori, riportando la maggiore età da 16 a 18 anni. Di conseguenza, gli arrestati minori di 18 anni sarebbero stati nuovamente tutelati dalla legge contro eventuali condanne all’ergastolo e alla pena di morte.

A luglio, le autorità hanno ripristinato l’obbligo di prestare il servizio militare, stabilendo misure punitive per coloro che non si registravano per il servizio di leva entro 60 giorni dal compimento del 18° anno d’età.

Il Kuwait ha guidato i tentativi di mediazione per risolvere la crisi tra i paesi del Golfo, scoppiata agli inizi di giugno, quando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae) e Bahrein hanno troncato le relazioni diplomatiche con il Qatar. Il Kuwait ha continuato a far parte della coalizione internazionale a guida saudita impegnata nel conflitto armato nello Yemen (cfr. Yemen).

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE IN KUWAIT

Le autorità hanno continuato a imporre indebite limitazioni al diritto alla libertà d’espressione, tra l’altro perseguendo penalmente e incarcerando persone critiche verso il governo e attivisti online e applicando norme contenute nel codice penale che criminalizzavano i commenti ritenuti offensivi verso l’emiro o dannosi per le relazioni con gli stati vicini.

A marzo, la scrittrice e blogger Rania al-Saad, residente nel Regno Unito, è stata condannata in appello e in contumacia a tre anni di carcere per aver “insultato l’Arabia Saudita” su Twitter. La corte d’appello ha annullato una precedente sentenza di assoluzione rendendo quest’ultimo verdetto definitivo.

A maggio, la Corte di cassazione ha confermato un verdetto della corte d’appello sul caso dei 13 uomini di “al-Fintas”, incriminati in relazione a uno scambio di messaggi su WhatsApp circa un filmato che pare mostrasse esponenti del governo che si dichiaravano a favore della deposizione dell’emiro. Sei sono stati assolti mentre gli altri sette sono stati condannati a pene variabili da uno a 10 anni di carcere, alcuni in contumacia. Il processo a loro carico è stato segnato da irregolarità.

A luglio, la Corte di cassazione ha confermato una condanna a 10 anni di carcere nei confronti del blogger Waleed Hayes, processato in relazione a una serie di accuse dalla formulazione vaga come “l’aver diffamato” l’emiro e la magistratura. Durante il processo, Waleed Hayes aveva sostenuto di essere stato torturato per costringerlo a “confessare” reati che non aveva commesso. Era ancora sotto processo per altre accuse simili.

L’ex parlamentare Musallam al-Barrak è stato rilasciato ad aprile, dopo aver scontato una condanna a due anni di carcere per aver criticato il governo. Continuava a dover rispondere di altre accuse in procedimenti giudiziari separati.

L’attivista bidun Abdulhakim al-Fadhli è stato rilasciato il 1° agosto al completamento di una condanna a un anno di carcere in relazione a una manifestazione pacifica risalente al 2012; la sentenza prevedeva anche la sua espulsione dal Kuwait dopo aver scontato la pena. A febbraio, la Corte di cassazione aveva rovesciato il verdetto che lo aveva prosciolto assieme ad altri 25 uomini bidun, imputati in relazione alla loro partecipazione alle manifestazioni pacifiche che si erano svolte a Taima. La Corte ha ripristinato la loro precedente condanna a due anni di carcere, confermando anche la cauzione di 500 dinari kuwaitiani (circa 1.660 dollari Usa), fissata per sospendere l’applicazione della pena carceraria, a condizione che gli imputati firmassero una dichiarazione con cui si impegnavano a non prendere più parte ad alcuna manifestazione. Tale dichiarazione è stata firmata anche da Abdulhakim al-Fadhli, che ha ottenuto così l’annullamento dell’ordine di espulsione.

Ad agosto, il pubblico ministero ha ordinato la messa al bando delle informazioni a mezzo stampa riguardanti i procedimenti giudiziari in corso in materia di sicurezza di stato. Il divieto è stato disposto nonostante la Corte di cassazione avesse precisato a maggio che la normativa vigente non considerava reato la violazione del principio di “confidenzialità” né proibiva la pubblicazione di questo tipo d’informazioni.

CONTROTERRORISMO E SICUREZZA IN KUWAIT

Il 18 luglio, la Corte di cassazione ha emesso il suo verdetto in relazione al caso di 26 imputati che dovevano rispondere di accuse come “spionaggio per conto dell’Iran e di Hezbollah”. La Corte ha confermato la condanna a morte di un imputato processato in contumacia e ha commutato in ergastolo quella di un altro accusato. Ha inoltre annullato il precedente verdetto di assoluzione nei confronti di 13 uomini, condannandoli a pene variabili dai cinque ai 15 anni di carcere. Durante il processo, alcuni dei 26 accusati avevano denunciato di essere stati torturati in detenzione cautelare ma le loro accuse non sono state indagate. Ad agosto, 14 uomini, che erano stati prosciolti e rilasciati in appello, sono stati riarrestati dalle autorità.

PRIVAZIONE DELLA NAZIONALITÀ IN KUWAIT

A marzo, l’emiro ha ordinato il ripristino della nazionalità kuwaitiana di alcune persone critiche nei confronti del governo e di quella dei loro familiari.

Il 2 gennaio, la Corte di cassazione ha sospeso la decisione della corte d’appello di ripristinare la cittadinanza di Ahmad Jabr al-Shamari e della sua famiglia, fino al pronunciamento del verdetto. Agli inizi di marzo, Ahmad Jabr al-Shamari ha ritirato il suo ricorso contro la decisione del governo del 2014 di privarlo della nazionalità e ad aprile la Corte di cassazione ha archiviato il caso dichiarando che la controversia era stata risolta.

DISCRIMINAZIONE – BIDUN

Oltre 100.000 bidun residenti in Kuwait sono rimasti apolidi. A maggio 2016, il parlamento aveva approvato un progetto di legge che avrebbe concesso la cittadinanza a circa 4.000 bidun ma, a fine 2017, non era ancora entrato in vigore. Secondo le raccomandazioni del Comitato delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale, espresse a settembre, a tutti i bidun avrebbe dovuto essere garantito un adeguato accesso ai servizi sociali e all’istruzione al pari degli altri cittadini kuwaitiani e il Kuwait, nel successivo rapporto periodico, avrebbe dovuto fornire informazioni in merito all’accesso all’istruzione per i bidun.

DIRITTI DEI LAVORATORI – LAVORATORI MIGRANTI

I lavoratori migranti, compresi i lavoratori domestici e quelli impiegati nell’edilizia e in altri settori, hanno continuato a subire sfruttamento e abusi, in base al sistema di lavoro tramite sponsor, conosciuto come kafala, che vincola i lavoratori ai datori di lavoro e impedisce loro di trovare una nuova occupazione o di lasciare il paese senza il permesso del loro datore di lavoro.

DIRITTI DELLE DONNE IN KUWAIT

A maggio, il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla questione della discriminazione contro le donne nella legge e nella prassi ha riconosciuto alcuni miglioramenti in relazione alla situazione delle donne, come il diritto di votare, di candidarsi alle elezioni e di ricevere una retribuzione uguale a quella degli uomini. Tuttavia, le donne erano ancora discriminate nella legge e nella prassi in relazione a questioni come eredità, matrimonio, custodia dei figli, diritti di nazionalità e violenza domestica.

PENA DI MORTE IN KUWAIT

Il 25 gennaio, il Kuwait ha ripreso le esecuzioni, dopo un’interruzione che durava dal 2013. I tribunali hanno emesso nuove condanne a morte per reati come omicidio e reati in materia di droga e collegati al terrorismo.

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