Oman - Amnesty International Italia

SULTANATO DELL’OMAN

Capo di stato e di governo: sultano Qaboos bin Said Al Said

Le autorità hanno limitato le libertà d’espressione e d’associazione, ricorrendo a procedimenti giudiziari viziati per sospendere testate giornalistiche e per arrestare, perseguire penalmente e condannare giornalisti sulla base di accuse di rilevanza penale e amministrativa. Familiari di difensori dei diritti umani hanno subìto vessazioni e intimidazioni da parte delle autorità. Le donne hanno continuato a essere discriminate nella legge. I lavoratori migranti sono stati esposti a sfruttamento e abusi. La pena di morte è rimasta in vigore; non ci sono state notizie di esecuzioni.

CONTESTO

L’Oman ha mantenuto una posizione neutrale nell’ambito della crisi regionale che ha visto l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (United Arab Emirates – Uae) troncare le relazioni diplomatiche con il Qatar, così come rispetto alla coalizione a guida saudita impegnata nel conflitto nello Yemen dal 2015.

La copertura giornalistica delle questioni relative ai diritti umani nel paese si è notevolmente ridotta. L’economia dell’Oman ha continuato a risentire degli effetti del crollo del prezzo del petrolio, sua principale fonte di reddito; di un deficit relativamente alto; della cancellazione dei sussidi, in particolare sul petrolio; dell’aumento delle tariffe di alcuni servizi forniti dallo stato; e del temporaneo congelamento delle assunzioni nel settore pubblico.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE IN OMAN

Il governo ha continuato a imporre indebite restrizioni alla libertà d’espressione. A gennaio, le autorità hanno ordinato il licenziamento di un giornalista, che stava lavorando a un’inchiesta sulla tratta a scopo di sfruttamento sessuale nel paese, e hanno revocato la licenza a un altro che si stava occupando della notizia secondo cui l’Oman aveva cercato di ottenere sostegno finanziario dai paesi vicini. A febbraio, l’annuale Fiera internazionale del libro di Muscat ha annullato la partecipazione di due scrittori, apparentemente a causa del loro atteggiamento critico nei confronti del governo. Ad aprile, le autorità hanno arrestato almeno due persone in relazione ad alcuni post pubblicati su Facebook, rilasciandole successivamente. A maggio, il governo ha bloccato la pubblicazione del periodico online Mowaten, che a fine anno era ancora chiuso.

I procedimenti giudiziari contro la testata Azamn e i suoi redattori, seguiti alla pubblicazione nel 2016 di due articolate inchieste che accusavano di corruzione il governo e la magistratura, ha continuato ad avere un impatto negativo sull’informazione a mezzo stampa nel paese. L’esecutivo ha rinnovato un’altalenante, temporanea sospensione del giornale, nonostante tale provvedimento fosse stato revocato da un ordine di tribunale. A gennaio, il pubblico ministero ha presentato ricorso contro il verdetto di assoluzione del giornalista di Azamn Zaher al-‘Abri, emesso a dicembre 2016. Ad agosto, è stato rilasciato su cauzione. Il caporedattore del giornale Ibrahim al-Maamari e il vice caporedattore Youssef al-Haj sono stati rilasciati rispettivamente ad aprile e ottobre, dopo aver scontato le loro condanne al carcere. A giugno, membri dello staff di Azamn si sono rivolti al governo, chiedendo un sostegno finanziario a causa della chiusura del giornale.

A gennaio, l’Alta corte della capitale, Muscat, ha annullato la condanna a tre anni di carcere che era stata imposta al giornalista Hassan al-Basham, in parte a causa delle sue precarie condizioni di salute, e ha rimandato il fascicolo giudiziario all’esame della corte d’appello. A novembre è stata confermata la sua condanna iniziale a tre anni di carcere. A giugno 2016, la corte d’appello di Sohar aveva confermato il verdetto, che si basava su accuse come “insulti” verso Dio e il sultano.

A gennaio, una corte d’appello di Muscat ha annullato la condanna a tre anni di carcere e al pagamento di un’ammenda di 1.000 riyal omaniti (circa 2.600 dollari Usa), che era stata comminata a ottobre 2016 nei confronti dello scrittore Hamoud al-Shukaily, membro dell’Associazione degli scrittori e autori omaniti, per accuse d’istigazione alla protesta o disturbo dell’ordine pubblico, in riferimento a un post pubblicato su Facebook nel 2016.

Il verdetto emesso dalla corte d’appello in relazione al caso giudiziario dello scrittore e critico cinematografico Abdullah Habib è stato rinviato varie volte. A novembre 2016, era stato condannato a tre anni di carcere e al pagamento di un’ammenda di 2.000 riyal omaniti (circa 5.200 dollari Usa).

Il 23 maggio, un tribunale di primo grado ha condannato lo scrittore e ricercatore Mansour al-Mahrazi a tre anni di carcere e a una sanzione amministrativa, per accuse come “indebolimento dello stato” e violazione della normativa sulle pubblicazioni, per aver scritto e pubblicato senza permesso un libro in Libano. A fine anno stava ricorrendo in appello.

DIRITTI DELLE DONNE IN OMAN

Le donne hanno subìto discriminazioni sia secondo il dirit­to penale che secondo la legge sullo status personale e il diritto di famiglia, in materia di divorzio, custodia dei figli, eredità e trasmissione della cittadinanza ai figli.

DIRITTI DEI LAVORATORI – LAVORATORI MIGRANTI

I lavoratori migranti hanno continuato a subire sfruttamento e abusi. I lavoratori domestici, pre­valentemente donne di provenienza asiatica e africana, hanno denunciato che i datori di lavoro, a cui erano vincolati in base al sistema di lavoro tramite sponsor, conosciuto come kafala, avevano trattenuto i loro passaporti, li avevano costretti a orari di lavoro eccessivi senza riposo, non avevano corrisposto loro tutto il salario dovuto e avevano negato loro cibo e condizioni di vita adeguati. Il sistema kafala non garantiva ai lavoratori domestici le tutele previste dalla legge sul lavoro.

PENA DI MORTE IN OMAN

L’Oman ha mantenuto la pena di morte per una gamma di reati. Non ci sono state notizie di nuove condanne o di esecuzioni.

 

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