L'incredibile e crudele storia di Nazanin: prigioniera di coscienza in Iran

L’incredibile e crudele storia di Nazanin: prigioniera di coscienza in Iran

7 Ottobre 2019

Tempo di lettura stimato: 4'

“Vuole dimostrare che quando è troppo è troppo. Non sono riuscito a dissuaderla”.

Sono le parole di un affranto Richard Ratcliffe che parla di sua moglie Nazanin Zaghari-Ratcliffe, una giovane cooperatrice umanitaria britannica di origine iraniana, arrestata in Iran nell’aprile 2016 con l’accusa di “propaganda” e “spionaggio”.

Il 3 gennaio 2019, Nazanin Zaghari-Ratcliffe ha annunciato che avrebbe iniziato uno sciopero della fame dopo che le è stata negata la possibilità di essere visitata da un medico. La preoccupazione del marito è evidente soprattutto perché da quando è stata arrestata, Nazanin soffre di problemi psichiatrici – ha tentato più volte il suicidio, arrivando a scrivere una lettera d’addio alla figlia e al marito – e sono sopraggiunti problemi oncologici legati alla presenza di noduli al seno che la donna dovrebbe assolutamente curare.

L’hanno accusata di aver  partecipato alla “definizione e alla realizzazione di progetti multimediali e informatici finalizzati alla caduta ‘morbida’ del governo” perché Nazanin è la project manager di un ente non-profit che promuove il progresso socio-economico, il giornalismo indipendente e lo stato di diritto.

Nazanin è una prigioniera di coscienza, riportiamola a casa!

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L’arresto

Nazanin è stata arrestata il 3 aprile 2016 all’aeroporto di Teheran mentre stava tornando a casa dopo essere stata in visita ai genitori.

Nazanin si stava per imbarcare con sua figlia Gabriella su un volo per Londra, quando è stata fermata dalle Guardie Rivoluzionarie ed è stata condannata a cinque anni di carcere con l’accusa di “aver tentato di rovesciare il governo” tramite “l’addestramento di alcuni giornalisti”.

La donna ha 37 anni e da quando è stata fermata vive “in isolamento, con pressioni psicologiche elevatissime definite “una tortura” dalla difesa e dalla sua famiglia.

Prima dell’arresto, Nazanin aveva lavorato per la BBC per poi impegnarsi con la Thomson Reuters Foundation come project manager.

In un primo momento Zaghari-Ratcliffe era stata segregata in un luogo sconosciuto a Kerman, a 1000 km a sud da Teheran, per poi essere trasferita nelle carceri della capitale.

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La separazione dalla figlia

La figlioletta di Nazanin si chiama Gabriella e ora ha quasi 5 anni. Le autorità hanno costretto anche lei a restare in Iran, dove si trova tuttora. “Le autorità”, ha dichiarato il marito alla Cnn, “hanno ritirato il passaporto anche della piccola, nonostante sia di nazionalità britannica, e l’hanno affidata ai nonni”.

Per mesi Nazanin non ha potuto vedere la bambina e ancora oggi gli incontri sono molto sporadici. In un primo momento non ha potuto neanche avvalersi di un avvocato. L’unica concessione che le è stata fatta è stata di telefonare ai suoi genitori, ai quali avrebbe rivelato di essere stata costretta a firmare una confessione fasulla.

Il 23 agosto 2018 le era stato concesso un “congedo temporaneo” di tre giorni, durante i quali aveva potuto riabbracciare – dopo oltre 870 giorni – la piccola Gabriella.

Il 26 agosto è stata richiamata nella prigione di Evin, a Teheran, per scontare il resto della pena.

Quello che le autorità iraniane stanno facendo a Nazanin è di una crudeltà eccezionale”, ha dichiarato Kate Allen, direttrice di Amnesty International Regno Unito.

Iran: repressione e arresti

L’arresto di Nazanin del 2016 è solo una goccia nel mare.

Come abbiamo avuto modo di documentare, l’ondata di repressione di ogni forma di dissenso, anche in forma preventiva, non si è fermata.

Lungo tutto il corso del 2018, ma soprattutto nei mesi di gennaio, luglio e agosto, le autorità hanno disperso con la violenza manifestazioni pacifiche, picchiando manifestanti privi di strumenti di offesa, usando proiettili veri, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua e arrestando arbitrariamente migliaia di persone.

Durante le manifestazioni di gennaio sono stati arrestati molti giornalisti, studenti e difensori dei diritti umani, così come i dirigenti di Telegram, l’applicazione di messaggistica usata per diffondere informazioni sulle proteste e mobilitare i manifestanti.

Complessivamente, nel 2018 sono stati arrestati arbitrariamente, sia durante le proteste sia nell’ambito del loro lavoro, 11 avvocati50 operatori dell’informazione e 91 studenti.

Almeno 20 operatori dell’informazione sono stati condannati a lunghi anni di carcere o alle frustate al termine di processi iniqui. Mohammad Hossein Sodagar, un giornalista della minoranza turca della regione dell’Azerbaigian, è stato frustato 74 volte nella città d Khoy per aver “diffuso notizie false”.

Un altro giornalista, Mostafa Abdi, amministratore del sito Majzooban-e-Noor che denuncia le violazioni dei diritti umani ai danni della minoranza religiosa dei gonabadi, è stato condannato a 26 anni e tre mesi di carcere e a 148 frustate, oltre ad altre pene accessorie.

In totale, nel 2018 112 difensore dei diritti umani sono finite o hanno continuato a rimanere in carcere.

A questo link è possibile consultare la nostra analisi completa sul 2018 in Iran.