Ebrahim Hamid / AFP via Getty Images
Tempo di lettura stimato: 13'
Secondo nuove testimonianze di persone fuggite da El Fasher, raccolte da Amnesty International, la popolazione civile della capitale dello stato sudanese del Darfur settentrionale continua a subire uccisioni illegali, arresti e torture ad opera dei paramilitari delle Forze di supporto rapido (Fsr), che conquistarono la città un anno fa. I movimenti degli abitanti rimasti (70.000 rispetto a oltre un milione prima della guerra) e degli operatori umanitari sono strettamente controllati e l’accesso degli aiuti è fortemente limitato.
“Le Fsr sostengono che a El Fasher si può tornare in sicurezza: nulla potrebbe essere più lontano dal vero a un anno dai terribili massacri che vi si compirono. Una coltre di paura ricopre la città: uomini e donne vivono sotto costante sorveglianza e con l’incombente minaccia di arresti, torture e uccisioni”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.
“Un anno dopo la caduta di El Fasher nelle mani delle Fsr, la comunità internazionale non ha assunto le iniziative necessarie per fare fronte alla disperazione della popolazione, mentre il conflitto ancora s’infiamma. Ben pochi sono stati chiamati a rispondere dei crimini commessi nel Darfur settentrionale. I passi avanti per raggiungere un cessate il fuoco paiono poco convincenti e non siamo a conoscenza di alcun tentativo diplomatico per istituire una forza internazionale che potrebbe efficacemente proteggere la popolazione civile”, ha aggiunto Callamard.
“Soprattutto, gli Emirati Arabi Uniti continuano ad appoggiare le Fsr mentre governi che avrebbero l’influenza necessaria su di loro rinunciano a denunciarne il ruolo nel conflitto”, ha proseguito Callamard.
“Senza un cessate il fuoco, l’accertamento delle responsabilità e il dispiegamento di una forza di protezione, la popolazione civile di El Fasher e di tutto il Sudan continuerà a soffrire. Le Forze armate sudanesi [Fas, l’esercito regolare] si oppongono all’estensione dell’embargo sulle armi e al cessate il fuoco, continuando a ritenere che una ‘soluzione’ militare rimanga possibile e dimenticando cosa ciò significhi per la popolazione sudanese”, ha commentato Callamard.
Tra l’agosto e il settembre del 2026 Amnesty International ha intervistato 25 persone: 19 abitanti di El Fasher, solo uno dei quali ancora in città, e sei operatori umanitari. Il 9 ottobre l’organizzazione per i diritti umani ha scritto alle Fsr chiedendo di commentare le conclusioni delle sue ricerche, senza ricevere risposta.
Nel luglio 2026 Amnesty International aveva pubblicato un lungo rapporto sui crimini contro l’umanità e la pulizia etnica compiuti dalle Fsr durante l’assedio e la conquista di El Fasher, evidenziando come gruppi etnici come gli zaghawa fossero stati specificamente presi di mira.
L’organizzazione per i diritti umani continua a denunciare gravi crimini commessi sia dalle Fsr che dalle Fas in varie zone del Sudan come El Obeid (capitale del Kordofan settentrionale) e gli stati del Kordofan meridionale e del Nilo azzurro.
Diciassette dei 19 abitanti di El Fasher intervistati da Amnesty International sono stati posti in detenzione da parte delle Fsr: la maggior parte durante la conquista della città, altri quando vi erano rientrati per recuperare oggetti personali dalle loro abitazioni o per cercare parenti scomparsi. Molti di loro hanno sottolineato che gli appartenenti a determinati gruppi etnici, come gli zaghawa e i masalit, rischiavano maggiormente di essere arrestati e sottoposti a violenze.
All’interno delle prigioni, la maggior parte dei testimoni ha assistito a uccisioni illegali, ha subito maltrattamenti e torture e ha ricevuto minime quantità di acqua e cibo. Tutti sono tornati in libertà evadendo o dopo che le famiglie avevano pagato un riscatto.
Modathir*, uno zaghawa di 29 anni, è stato portato nella prigione di Shala. È stato sistematicamente picchiato e ha assistito a uccisioni illegali. Nel luglio 2026 è riuscito a evadere.
“La tortura è costante in tutti i centri di detenzione delle Fsr. Uccidono persone solo perché hanno cercato di guardarli. Se ti addormenti per un po’, a loro non piace e ti uccidono. Ti chiedono ‘Vuoi riposare? Ok, ti facciamo riposare per sempre’”.
Mamoun*, uno zaghawa di 33 anni, è stato nella stessa prigione fino al luglio 2026 fino a quando la famiglia non ha pagato un riscatto. È stato picchiato costantemente. Ha assistito all’uccisione di prigionieri e alla morte di un uomo sofferente di diabete che non veniva curato:
“Tirano fuori dalle celle persone a caso, le accusano di far parte dell’esercito o di gruppi alleati e le picchiano fino a farle svenire. Sono stato picchiato anche quattro volte al giorno, dipendeva dal loro umore”.
Pagare un riscatto non sempre garantisce la scarcerazione. Musa*, uno zaghawa di 23 anni, è stato portato insieme al padre nell’ospedale pediatrico di El Fasher, attrezzato come prigione, nell’ottobre 2025. I due uomini sono stati liberati un mese dopo ma, nonostante il riscatto, sono stati trasferiti in una casa sorvegliata dalle Fsr e trattenuti lì fino al maggio 2026, quando sono riusciti a fuggire. Sono stati costretti a lavorare per le Fsr, anche raccogliendo cadaveri, e obbligati a dichiarare di fronte alle videocamere che la città era sicura e che gli abitanti potevano tornarci:
“Ci portavano in giro e ci obbligavano a dire quanto la città fosse sicura e in buone condizioni”.
Le scuole di El Fasher sono state trasformate in centri di detenzione per donne, bambini e alcune persone anziane o ferite. Amnesty International ha intervistato nove persone (tutte liberate o riuscite a fuggire nell’estate 2026) che vi hanno trascorso periodi di prigionia, le quali hanno riferito di accesso limitato a cibo e cure mediche e di casi di malnutrizione dei figli piccoli.
Haram*, una zaghawa di 45 anni, è stata portata coi suoi figli in una scuola del quartiere di Daraja Oula:
“[Le Fsr] ci insultavano, picchiavano le donne zaghawa, le prendevano a casaccio e le picchiavano chiamandole falangayaat [un termine offensivo che indica una condizione di schiavitù].”
Hadia*, una gimir di 30 anni il cui marito era stato ucciso dalle Fsr durante la conquista di El Fasher, è stata portata in una scuola coi suoi figli e centinaia di donne e bambini, con pochissime quantità di acqua e cibo a disposizione. Per questo motivo, non era in grado di allattare sua figlia minore di un anno e mezzo. Quando nell’agosto 2026 è riuscita a scappare e ha raggiunto Tawila, a tutti e tre i figli è stato diagnosticato uno stato di denutrizione e uno è stato ricoverato in ospedale:
“Erano tutti pallidi e deboli”.
Aloya*, una zaghawa di 54 anni, ha trascorso diversi mesi detenuta in una scuola. Per evitare che le Fsr scoprissero la sua origine etnica, non ha mai parlato nella sua lingua:
“Ogni giorno morivano quattro-cinque persone, soprattutto per mancanza di cibo”.
Hatim*, un berti di 38 anni con una grave ferita alla mascella causata da una scheggia di una munizione, è stato arrestato nella primavera del 2026 quando era rientrato a El Fasher per recuperare oggetti personali. È stato tenuto per quattro mesi in una scuola insieme a circa 300 persone, per lo più donne, fino a quando al terzo tentativo è riuscito a fuggire:
“Non potevi muoverti liberamente, dovevi stare lì. [Le Fsr] mi hanno picchiato due volte, anche dove ero già ferito, perché avevo tentato la fuga”.
Amnesty International ha analizzato immagini satellitari delle scuole trasformate in centri di detenzione tra l’ottobre 2025 e il settembre 2026. A differenza dai mesi precedenti, nell’ultimo le immagini hanno rilevato scarse attività quotidiane, probabile segnale che quei centri di detenzione erano stati chiusi. La prigione di Shala e il centro di detenzione di Mina al-Bari hanno invece mostrato ancora segni di attività umane.
Le persone intervistate da Amnesty International hanno riferito che una manciata di organizzazioni umanitarie ha ripreso a operare a El Fasher ma che le Fsr monitorano strettamente i loro movimenti e impediscono agli abitanti di contattarle.
Un uomo rientrato in città nel giugno 2026 ha detto:
“La El Fasher che conoscevo io non c’è più, è una città completamente distrutta. Le infrastrutture pubbliche, le scuole, le istituzioni governative, gli ospedali… è tutto distrutto. Ogni persona viene tenuta sotto controllo, gli operatori umanitari non hanno spazi riservati per parlare tra loro. Ovunque è il terrore”.
Questa è la testimonianza di un altro abitante:
“Non c’è proprio un blocco totale dell’accesso umanitario ma quando le organizzazioni svolgono le loro attività le Fsr le controllano. Niente fotografie, niente interviste, niente interazioni di alcun genere”.
Gli operatori umanitari hanno espresso preoccupazione sulla malnutrizione, soprattutto a causa di una stagione di scarsi raccolti. Secondo una valutazione ufficiale, nei prossimi mesi sarà altamente probabile raggiungere il livello 5 della Classificazione integrata delle fasi della sicurezza alimentare, il più alto possibile, nel Darfur settentrionale, compresa El Fasher.
Dalle testimonianze raccolte da Amnesty International è emerso che le Fsr hanno imposto un regime di lavoro forzato, consistente nella raccolta di cadaveri e di macerie, in servizi di pulizia o nella preparazione del cibo per le Fsr, senza alcun compenso.
Misbah*, uno zaghawa di 32 anni, è stato arrestato nell’ottobre 2025 e portato in un’abitazione nel quartiere di Daraja Oula dove è stato costretto a cucinare e a fare le pulizie per i capi delle Fsr. Quando non lavorava veniva legato, picchiato ogni giorno e lasciato con pochissimo cibo.
“Temevo che non sarei sopravvissuto”, ha raccontato.
Amnesty International ha sollecitato le Fsr a rimettere in libertà tutte le persone detenute arbitrariamente e a porre fine alla tortura e alle uccisioni nei centri di detenzione e in altri contesti così come al lavoro forzato.
L’organizzazione per i diritti umani ha rinnovato ancora una volta la richiesta di un immediato cessate il fuoco e dell’urgente dispiegamento di una forza internazionale per la protezione dei civili. Tutti gli stati devono cessare di inviare armi e munizioni a ogni parte coinvolta nel conflitto in Sudan e interrompere i trasferimenti agli Emirati Arabi Uniti fino a quando questi non cesseranno di armare le Fsr in violazione dell’embargo delle Nazioni Unite sull’invio di armi in Darfur. Il Consiglio di sicurezza deve ampliare l’embargo esistente al resto del Sudan.
*I nomi sono stati cambiati per ragioni di sicurezza