Condanna a morte definitiva per Ahmad - Amnesty International Italia

Condanna a morte definitiva per Ahmad

13 dicembre 2017

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La Corte suprema iraniana ha confermato la condanna a morte per Ahmadreza Djalali, il medico svedese di origini iraniane specializzato in medicina d’emergenza.

La conferma arriva dai legali del ricercatore dopo un processo segreto e precipitoso, che non ha avuto alcun rispetto per i principi del diritto e durante il quale la difesa non ha neppure avuto modo di presentare documenti.

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I legali di Ahmadreza Djalali hanno appreso sabato 9 dicembre che la Prima sezione della Corte suprema aveva esaminato e confermato la condanna a morte in maniera sommaria e senza garantire loro di presentare istanza e fornire documenti di difesa.

Non siamo solo di fronte a uno scioccante assalto al diritto a un processo regolare, ma anche in presenza di un assoluto disprezzo per il diritto alla vita per Ahmadreza Djalali. È spaventoso constatare che le autorità iraniane hanno deliberatamente negato allo scienziato il diritto a un esame significativo della sua detenzione e della sia condanna, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, Vice direttrice per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

Le autorità iraniane devono annullare immediatamente la condanna a morte di Ahmadreza Djalali e garantirgli il diritto di presentare un appello adeguato contro la sua condanna di fronte la massima corte. Negare questo rappresenterà un’ingiustizia irreparabile.

Dall’inizio di novembre, gli avvocati di Ahmadreza Djalali hanno a più riprese contattato la Corte suprema per capire a quale sezione fosse stata assegnata la richiesta di appello, per poter presentare le richieste della difesa.

La procedura in vigore in Iran prevede che gli avvocati siano informati sulla sezione di competenza per l’appello, per poter presentare la documentazione pertinente e le arringhe. Gli avvocati di Ahmadreza Djalali hanno affermato che il personale del tribunale ha costantemente detto loro che il caso non era ancora stato assegnato per l’esame e che avrebbero dovuto aspettare. Di conseguenza, la notizia improvvisa della decisione della Corte suprema ha rappresentato uno shock.

Ahmadreza Djalali è stato arrestato nell’aprile 2016 durante un viaggio di lavoro in Iran. È stato trattenuto nella prigione di Evin da funzionari del ministero dell’Intelligence per sette mesi, tre dei quali passati in isolamento. Ha raccontato che non ha potuto incontrare un avvocato ed è stato sottoposto a tortura e maltrattamenti affinché confessasse di essere una spia.

Non risulta essere stata aperta alcuna indagine per le sue denunce di torture e maltrattamenti.

Nell’ottobre 2017 è stato accusato di “aver diffuso corruzione sulla terra“; o di aver agito come spia, e condannato a morte dopo un processo incredibilmente ingiusto. I suoi avvocati hanno dichiarato che la corte del processo si era basata soprattutto su prove estorte forzatamente e non ha portato alcuna prova a sostegno dell’accusa di non essere un accademico nell’esercizio pacifico della sua professione.

In una lettera scritta dalla prigione di Evin di Tehran nell’agosto 2017, Ahmadreza Djalali ha scritto di essere detenuto solamente come rappresaglia per essersi rifiutato di utilizzare i suoi contatti accademici e lavorativi con istituzioni europee accademiche o di altra natura per compiere azioni di spionaggio per conto dell’Iran.

Organismi internazionali per i diritti umani hanno unanimemente affermato che ammettere una condanna a morte dopo procedimenti che violano garanzie per un giusto processo è una violazione del diritto alla vita. Inoltre, secondo il diritto internazionale, l’unica categoria ammessa per la pena di morte è quella dei “reati più gravi“; che, secondo l’interpretazione degli organismi internazionali, sono quelli che coinvolgono un omicidio volontario.

Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi senza eccezioni riguardo la natura del crimine, le caratteristiche dell’imputato e il metodo usato dallo stato per mettere a morte il prigioniero. La pena di morte è una violazione del diritto alla vita e una punizione estrema, crudele, inumana e degradante.

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