Libia news | Tripoli sotto assedio: come capire cosa succede nel Paese

Tripoli sotto assedio: come capire cosa succede in Libia

3 settembre 2018

© Taha Jawashi

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La Libia è sempre più nel caos: per l’ottavo giorno consecutivo le milizie della capitale libica si danno battaglia per il controllo del territorio. Secondo il ministero della Salute del Governo di accordo nazionale, almeno 47 persone sono morte e 129 sono rimaste ferite. Libia news

La Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha chiesto a tutte le parti in conflitto nella zona sud di Tripoli di incontrarsi martedì 4 settembre, per raggiungere un accordo di cessate il fuoco.

CONTESTO

Il governo di accordo nazionale (Government of National Accord – Gna), sostenuto dalle Nazioni Unite, ha continuato a rafforzare la propria autorità nella capitale Tripoli, aumentando gradualmente la propria presenza sul territorio grazie ad alleanze strategiche e in seguito a scontri armati. Libia news

A maggio 2017, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli e la Brigata Abu Salim, entrambe affiliate al ministero dell’Interno del Gna, hanno sottratto alla coalizione delle milizie schierate a fianco del governo di salvezza nazionale (Government of National Salvation – Gns) alcuni dei suoi principali avamposti a Tripoli.

Questi comprendevano l’area del carcere di Hadba, dove erano detenuti ex alti funzionari del regime di Mu’ammar al-Gaddafi, e l’aeroporto internazionale di Tripoli, dove hanno assunto il controllo di alcune aree d’importanza strategica, tra cui la strada che conduce all’aeroporto.

L’autoproclamatosi Esercito nazionale libico (Libyan National Army – Lna), guidato da Khalifa Haftar, ha consolidato il suo potere e guadagnato terreno nella Libia orientale, dopo avere sconfitto a Bengasi il Consiglio della shura dei rivoluzionari di Bengasi e cacciato le Brigate di difesa di Bengasi dalla città, dal porto petrolifero di Ras Lanuf e dalla base militare di al-Jufra, situata nel deserto.

A maggio del 2017, la Terza forza di Misurata, affiancata dalle Bdb, ha attaccato la base aerea di Brak al-Shati, causando la morte di 141 persone, compresi soldati dell’Lna. Successivamente l’Lna ha riconquistato il controllo della base aerea, grazie anche all’intervento dei raid aerei dell’aviazione egiziana.

Tutte le parti in conflitto hanno lanciato attacchi indiscriminati su aree densamente popolate, causando la morte di civili e altre uccisioni illegali. I gruppi armati hanno rapito, arrestato arbitrariamente e detenuto a tempo indeterminato migliaia di persone.

La tortura e altri maltrattamenti erano dilaganti nelle carceri sotto il controllo dei gruppi armati, delle milizie e delle autorità statali.

A settembre e novembre 2017, gli Usa hanno effettuato vari attacchi con droni in territorio libico, anche a sud di Sirte, diretti contro il gruppo armato Stato islamico (Islamic State – Is). A maggio 2017, il gruppo armato Ansar al-Shari’a in Libia ha annunciato il suo scioglimento.

A settembre 2017, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato fino al 15 settembre 2018 il mandato della Missione di sostegno in Libia delle Nazioni Unite (UN Support Mis­sion in Libya – Unsmil).

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Migranti, rifugiati e richiedenti asilo: la Libia non è un paese sicuro

La Libia rimane un posto estremamente pericoloso per donne, uomini e bambini di origine straniera, ancora più adesso che l’escalation di violenze sta mettendo a rischio la vita di migliaia di persone.

In un paese in cui le istituzioni sono state indebolite da anni di conflitto e divisione politica, i rifugiati e i migranti sono abitualmente esposti a orrendi abusi da parte di funzionari libici, gruppi armati e bande criminali. Subiscono torture e altri maltrattamenti, detenzione arbitraria in condizioni spaventose, estorsioni, lavori forzati e uccisioni inflitte con totale impunità e hanno ben poche opportunità di richiedere e ottenere protezione.

In netto aumento rispetto alle circa 4.400 persone di marzo, si stima che oltre 10.000 persone in transito siano attualmente bloccate nei centri di detenzione gestiti dalla DCIM, una divisione del Ministero degli interni creata nel 2012 allo scopo di contrastare i flussi migratori in Libia.

Praticamente tutte le persone presenti nei centri di detenzione sono state portate lì a seguito dell’intercettazione in mare e dello sbarco in Libia. Secondo l’UNHCR, dal 3 agosto 2018 la guardia costiera libica ha intercettato 12.152 rifugiati e migranti in mare durante 88 operazioni.
I centri della DCIM si trovano quindi in una situazione di sovraffollamento che aggrava ulteriormente le condizioni già critiche in cui versano le persone detenute.

Molte persone sono tenute prigioniere da vari attori non statali, compresi datori di lavoro senza scrupoli che li sfruttano, trafficanti e contrabbandieri che ospitano rifugiati e migranti in attesa di ricevere un pagamento per il trasporto e criminali che rapiscono persone per ottenere un riscatto.

Nonostante siano pienamente a conoscenza delle gravi violazioni a cui sono sottoposti in Libia rifugiati e migranti, i governi europei hanno deciso di attuare politiche di controllo della migrazione che, rafforzando le capacità e la determinazione delle autorità libiche di mettere freno alle traversate via mare, stanno intrappolando migliaia di donne, uomini e bambini in un paese dove sono sistematicamente esposti ad abusi.

In assenza di un meccanismo adeguato per il monitoraggio del rispetto e della protezione dei diritti umani di rifugiati e migranti in Libia o di qualsiasi azione significativa al fine di migliorare la protezione dei loro diritti, tali politiche hanno contribuito in maniera diretta a peggiorare la situazione di coloro che sono ora intrappolati nel paese.

Sin dalla fine del 2016, l’Italia e altri stati membri dell’UE hanno attuato una serie di misure volte a chiudere le rotte migratorie attraverso la Libia e il Mediterraneo centrale. La loro collaborazione con attori libici si è manifestata attraverso un triplice approccio.

  • Innanzitutto, hanno fatto sì che la guardia costiera libica abbia potuto intercettare un numero crescente di persone in mare fornendo loro formazione, equipaggiamento (comprese le imbarcazioni), e assistenza tecnica e di altro tipo.
  • In secondo luogo, si sono impegnati a fornire supporto e assistenza tecnica alla DCIM, ossia alle autorità libiche responsabili della gestione dei centri di detenzione dove rifugiati e migranti vengono trattenuti e regolarmente esposti a gravi violazioni dei diritti umani.
  • In terzo luogo, hanno raggiunto accordi con le autorità libiche locali e i leader di tribù e gruppi armati allo scopo di incoraggiarli a mettere fine al traffico di persone e di migliorare i controlli delle frontiere nel sud del paese.

La terribile situazione dei rifugiati e migranti in Libia è un prodotto di fenomeni economici e politici di più ampio respiro nel continente africano e di più fondamentali errori nelle politiche migratorie europee. In assenza di adeguati canali sicuri e legali per entrare in Europa (sia per rifugiati che per lavoratori migranti), le traversate irregolari continueranno a essere considerate come l’unica opzione e, in ultima analisi, anche come una scelta razionale da parte di persone perseguitate e desiderose di migliorare il proprio destino.

Questo intreccio di fattori può essere affrontato solo aumentando il numero di canali sicuri e legali tramite cui entrare nei paesi europei (e ritornare da questi). Tale situazione non può invece essere affrontata in maniera sostenibile e moralmente accettabile arruolando attori corrotti e violenti nei paesi di transito allo scopo di bloccare le rotte a metà strada, senza prendere in considerazione come lo fanno o l’impatto su coloro che rimangono intrappolati.