L’incredibile storia di Anthony Graves - Amnesty International Italia

L’incredibile storia di Anthony Graves

22 ottobre 2018

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Anthony Graves ha passato ben diciotto anni nel cosiddetto braccio della morte in Texas.

Per ben due volte ha rischiato di essere messo a morte per un crimine che non ha mai commesso.

Graves ha una storia incredibile alle spalle: il 18 agosto del 1992 fu accusato di essere il complice di Robert Carter, un agente di polizia penitenziaria che compì una terribile strage, nella quale rimasero uccise sei persone.

Robert Carte lo aveva accusato solo perché il Pubblico Ministero gli aveva detto che, se avesse confessato di aver avuto un complice, avrebbe avuto uno sconto di pena.

A causa di questa ingiustizia Graves ha passato in cella diciotto anni, dei quali dodici nel braccio della morte del Texas.

La sua sventura più grande è stata soprattutto quella di essere un afroamericano del Texas.

Come in tanti altri casi che riguardano imputati appartenenti a minoranze etniche, la sentenza era già stata scritta prima ancora di iniziare il processo. La condanna, emessa nel 1994, lo spedì nella famigerata Polunsky Unit di Livingston.

Negli anni di prigionia Graves è riuscito a farsi forza pensando che una volta libero si sarebbe battuto per i diritti dei detenuti e delle persone vittima di errori giudiziari. Errori che a lui stavano costando la vita.

A salvarlo da quel terribile destino fu la professoressa Nicole Casarez, dell’Università St. Thomas e i suoi studenti di giornalismo.

Dopo aver conosciuto Anthony, Nicole e i suoi studenti decisero di approfondire il caso e iniziarono a indagare con tanta passione e perizia da riuscire, nel 2006, a fare annullare il processo dalla Corte federale d’appello del Quinto circuito, grazie alle evidenze di spergiuri e alle irregolarità che emersero.

In prigione, Graves ha visto gente suicidarsi dal dolore, persone percosse e seviziate.

Nonostante l’annullamento del processo, il sistema penale texano fu capace di tenere in gabbia Anthony per altri quattro anni, finché la nuova esponente della pubblica accusa, Kelly Sielger, non decise di mettere la parola fine alla penosa vicenda giudiziaria.

Oggi, da uomo libero, Graves è diventato un assiduo attivista impegnato per la riforma del sistema giudiziario statunitense. Partecipa a incontri e conferenze in scuole e università, per raccontare la sua esperienza.

La cosa più brutta era svegliarsi e dover rivivere l’ennesima identica giornata fatta di soprusi e violenze fisiche ma soprattutto psicologiche” ha dichiarato in diverse interviste.

Il suo caso ha smosso molte coscienze: attualmente si dedica ai condannati a morte, cercando prove che possano scagionarli proprio come è successo a lui.

Graves è ottimista in fatto di pena di morte: “cento anni fa in America c’erano gli schiavi: il cambiamento verso la civiltà è lento ma arriva sempre“.

Per lui la pena di morte semplicemente non deve più esistere, in quanto “ogni essere umano, a prescindere da ciò che ha fatto, deve poter avere una seconda opportunita’, fosse anche la persona più meschina e cattiva. Inoltre le giurie decidono molto spesso sull’onda delle emozioni e non sui fatti concreti”.

La pena di morte negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti d’America il numero delle esecuzioni (23, 3 in più del 2016) e delle condanne a morte (14, 9 in più del 2016) è lievemente aumentato rispetto al 2016 ma è rimasto in linea con le tendenze, storicamente basse, degli ultimi anni.

Per il secondo anno consecutivo gli Usa non compaiono tra i primi cinque stati per numero di esecuzioni (al settimo posto nel 2016 e all’ottavo nel 2017).

Otto stati americani hanno messo a morte nel 2017, rispetto ai cinque dell’anno precedente.

Sono riprese le esecuzioni in Arkansas, Ohio e Virginia. Quattro stati (Idaho, Mississippi, Missouri e Nebraska), così come le corti federali, sono tornati a emettere condanne a morte facendo salire a 15 (rispetto alle 13 del 2016) le giurisdizioni che hanno imposto la pena capitale.

A differenza del 2016, Carolina del Nord, Kansas e Oregon non hanno emesso condanne a morte.

Scarica il report 2018

La pena di morte nel mondo

Amnesty International si oppone incondizionatamente alla pena di morte, ritenendola una punizione crudele, disumana e degradante ormai superata, abolita nella legge o nella pratica (de facto), da più della metà dei paesi nel mondo. La pena di morte viola il diritto alla vita, è irrevocabile e può essere inflitta a innocenti. Non ha effetto deterrente e il suo uso sproporzionato contro poveri ed emarginati è sinonimo di discriminazione e repressione.

Oggi, più di due terzi dei paesi al mondo ha abolito la pena capitale per legge o nella pratica. Nel 2017, sono state messe a morte almeno 993 in 23 paesi. La maggioranza delle sentenze capitali sono state eseguite nell’ordine in CinaIran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan.

La Cina rimane il maggior esecutore al mondo, ma la reale entità dell’uso della pena di morte in questo paese è sconosciuta perché i dati sono classificati come segreto di stato; per questo motivo, il dato complessivo di almeno 993 esecuzioni, non tiene in considerazione le migliaia di sentenze capitali che si ritiene siano eseguite in Cina ogni anno.