Partenariato Europa - Egitto: buoni vicini, buoni amici? - Amnesty International Italia

Partenariato Europa – Egitto: buoni vicini, buoni amici?

21 dicembre 2018

Tempo di lettura stimato: 7'

Questo articolo è stato scritto per Euronews da Mohamed Lotfy, direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà

Mentre l’Egitto sta attraversando il peggiore periodo di repressione degli ultimi decenni, i leader europei stanno forgiando un partenariato più forte col suo vicino sull’altra sponda del Mediterraneo.

Il dialogo tra l’Europa e il presidente egiziano al-Sisi circa un “partenariato mutualmente favorevole” si è focalizzato sugli “interessi comuni” con pressoché alcuna menzione delle gravi violazioni dei diritti umani che si verificano nel paese.

Parlo dell’attuale repressione basandomi sull’esperienza personale. Mia moglie, Amal Fathy, è stata arrestata nelle prime ore dell’11 maggio di quest’anno. Le forze di polizia hanno fatto irruzione nella nostra abitazione e hanno costretto lei, me e nostro figlio di tre anni a seguirli a una stazione di polizia. La mattina dopo un procuratore ha interrogato per diverse ore Amal, a proposito di un video che aveva pubblicato su Facebook due giorni prima. Nel video, lei raccontava la sua esperienza di vittima di molestie sessuali e criticava l’Egitto per non proteggere le donne.

In Egitto, se parli in quanto sopravvissuta, può capitare che a essere punita sia tu, e non il tuo aggressore.

Da quel giorno la mia famiglia è stata spezzata in due. Amal è stata posta agli arresti per “diffusione di notizie false che potrebbero danneggiare la sicurezza pubblica” e, in seguito, in un’inchiesta separata, per “appartenenza a un gruppo terroristico”.

Amal è tuttora in carcere anche se proprio ieri [il 18 dicembre, Ndt] abbiamo iniziato a sperare che quest’incubo possa cessare: un tribunale ha ordinato il suo rilascio con la condizionale. Spero con tutto il cuore che le autorità diano seguito all’ordine e che lei possa essere presto a casa, con noi, la sua famiglia.

L’arresto di mia moglie fa esattamente parte dell’escalation della repressione in Egitto. Dallo scorso anno centinaia di attivisti politici, giornalisti e difensori dei diritti umani sono stati arrestati arbitrariamente solo per aver espresso le loro opinioni. Anche la critica più innocua viene presa come una minaccia alla sicurezza nazionale e un reato ai sensi della legge anti-terrorismo.

Coloro che esprimono critiche restano agli arresti per mesi o persino per anni senza processo. Molti sono vittime di sparizione forzata e tortura, per costringerli a rilasciare confessioni che saranno usate contro di loro in tribunale. Non vengono risparmiati neanche ragazzini di 12 anni.

Se e quando vengono portati di fronte a un giudice, vanno incontro a processi di massa gravemente irregolari, con capi d’accusa viziati e la condanna a morte di 75 imputati del maxi-processo per le proteste di Rabaa [del 14 agosto 2013, stroncate dalle forze di sicurezza che fecero centinaia di morti, Ndt] ne è un esempio.

Di fronte a tutto ciò, i leader europei hanno espresso la loro intenzione di lavorare per gli interessi comuni dei cittadini europei ed egiziani. Ma non è affatto chiaro come questa definizione di interessi comuni riguarderà i cittadini egiziani.

Che interessi comuni hanno in mente il cancelliere austriaco Sebastian Kurz e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk quando elogiano l’Egitto come partner esemplare nella regione per aver contribuito a impedire le partenze dei migranti per le coste europee?

Un partner esemplare è uno che rispetta i diritti umani e le libertà fondamentali, che sono elementi essenziali dell’Accordo di associazione tra l’Egitto, l’Unione europea e i suoi stati membri.

Allo stesso modo, quali interessi comuni vengono perseguiti quando gli stati europei consentono che i commerci o altre questioni vadano a discapito dei diritti dei cittadini egiziani?

Persino quando a essere colpiti sono i diritti dei cittadini europei, questi interessi comuni non vengono meno.

Quasi tre anni dopo il ritrovamento del corpo del ricercatore italiano Giulio Regeni, con orrendi segni di tortura, nessun sospetto è stato portato di fronte alla giustizia e la verità deve ancora emergere. Di recente, a causa della mancanza di sviluppi nelle indagini, la procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati alcuni funzionari dei servizi di sicurezza come possibili sospetti nella morte di Giulio Regeni.

Forse sono proprio quegli interessi a guidare quella che pare una cieca buona fede di alcuni stati europei nei tentativi, davvero farseschi, dell’Egitto di “affrontare le questioni relative ai diritti umani”.

Quell’Egitto che, mentre promette di cooperare coi meccanismi delle Nazioni Unite, arresta arbitrariamente, minaccia e sgombera con la forza quei cittadini che hanno incontrato la Relatrice speciale Onu sul diritto all’alloggio durante la sua visita nel paese, lo scorso ottobre.

Quell’Egitto che afferma di aver istituito organismi governativi per ricevere denunce sulle violazioni dei diritti umani quando poi il loro compito è quello di scagionare il governo da ogni addebito e screditare le organizzazioni per i diritti umani.

Mentre i leader europei si preparano a esaminare le loro relazioni con l’Egitto nel corso del prossimo Consiglio di associazione Unione europea-Egitto, sarebbe importante capire con chi e su quali interessi comuni stanno cercando di costruire il loro partenariato.

I leader europei farebbero bene a ricordare alcune delle lezioni fondamentali della Primavera araba, che ci ha insegnato che le politiche che ignorano i diritti umani non sono sostenibili e che chi osa parlare di diritti umani alla fine ricorderà non le parole degli oppressori ma il silenzio degli amici.