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REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN

Il conflitto armato di 12 giorni tra Iran e Israele ha causato la morte di civili e implicato violazioni del diritto internazionale umanitario. Le autorità iraniane hanno utilizzato il conflitto come pretesto per intensificare la repressione interna. Migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente, interrogate, vessate e/o ingiustamente perseguite per avere esercitato i loro diritti umani. Le autorità hanno fatto uso illegale della forza e di armi da fuoco per disperdere le proteste, causando morti. Donne e ragazze, persone lgbti e minoranze etniche e religiose hanno subìto discriminazioni sistemiche e violenza. È stato imposto l’obbligo di indossare il velo. Oltre 1,8 milioni di persone afgane sono state espulse illegalmente o costrette a ritornare in Afghanistan. Sparizioni forzate e tortura e maltrattamento sono rimasti fenomeni diffusi e sistematici. Sono state eseguite punizioni crudeli e disumane, come la fustigazione e l’amputazione. I tribunali sono rimasti sistematicamente iniqui. La pena di morte è stata applicata in modo arbitrario, con percentuali sproporzionate tra le minoranze, e con il più alto numero di esecuzioni mai registrato dal 1989. È prevalso un clima d’impunità sistemica per i crimini contro l’umanità del presente e del passato e altri crimini di diritto internazionale. Le autorità non hanno saputo affrontare il degrado ambientale che ha contribuito a causare migliaia di morti.

 

CONTESTO

Ad aprile, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha rinnovato il mandato del Relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica islamica dell’Iran e della Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti in Iran e ampliato il mandato di quest’ultima. Le autorità hanno rifiutato l’ingresso nel paese sia a loro sia ad altri esperti indipendenti delle Nazioni Unite e osservatori internazionali sui diritti umani.

A settembre, sono state ripristinate contro l’Iran le sanzioni delle Nazioni Unite in materia di nucleare.

Le autorità hanno continuato a fornire supporto politico, ideologico, finanziario, logistico e militare ai gruppi armati in tutto il Medio Oriente.

L’Iran ha fornito droni e missili balistici alla Russia, che sono stati utilizzati per colpire infrastrutture civili in Ucraina.

 

VIOLAZIONI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO

Il 13 giugno, Israele ha lanciato raid aerei sul territorio iraniano, danneggiando infrastrutture civili e uccidendo più di 1.100 persone, tra cui 45 minori.1

Le forze israeliane hanno effettuato deliberatamente raid aerei sul complesso penitenziario di Evin, nella capitale Teheran, causando danni e distruzione. Gli attacchi hanno ucciso almeno 80 civili, tra cui persone detenute e altre come familiari, operatori sociali e personale del carcere.2 L’attacco ha costituito una grave violazione del diritto internazionale umanitario che esigeva un’indagine penale come crimine di guerra.

Le forze iraniane hanno lanciato per rappresaglia contro Israele missili e droni, utilizzando illegalmente munizioni a grappolo in aree residenziali e uccidendo almeno 29 persone, tra cui minori.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE, ASSOCIAZIONE E RIUNIONE

Le autorità hanno criminalizzato l’espressione di critiche verso il sistema politico della repubblica islamica.

Le agenzie di sicurezza e d’intelligence e le autorità giudiziarie hanno perpetrato diffuse e sistematiche violazioni contro coloro che esercitavano i loro diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica.

Tra le persone prese di mira c’erano manifestanti, dissidenti, donne e ragazze che sfidavano le leggi sull’obbligo del velo, giornalisti, avvocati, difensori dei diritti umani, attivisti dei diritti sindacali, attivisti ambientali, utenti dei social media, artisti, musicisti, scrittori, accademici, studenti universitari, persone lgbti, appartenenti a minoranze etniche e religiose oppresse, familiari di coloro che erano stati uccisi durante le proteste, oltre a infermieri, insegnanti e camionisti. Le violazioni comprendevano: detenzione arbitraria, sparizione forzata, tortura e maltrattamento, minacce di morte, procedimenti giudiziari ingiusti che hanno determinato condanne al carcere, alla fustigazione, multe e/o pena di morte, sorveglianza, vessazione, interrogatori, divieti di viaggio, congelamento dei beni, confisca di proprietà e sospensione o espulsione dal contesto educativo o dal lavoro.

Le autorità hanno adottato misure punitive contro le famiglie di persone come giornalisti, dissidenti, manifestanti e difensori dei diritti umani residenti al di fuori dell’Iran, sottoponendo le loro famiglie in Iran a interrogatori, divieti di viaggio, detenzione arbitraria, tortura e maltrattamento.

Piattaforme digitali come Clubhouse, Facebook, Snapchat, Signal, Telegram, TikTok, X, e YouTube sono rimaste bloccate.

Le autorità hanno continuato a vietare tutti i partiti politici, le organizzazioni della società civile, i sindacati, e i giornali indipendenti.

Tra marzo e agosto, le forze di sicurezza schierate in città come Esfahan, Mashhad e Sabzevar hanno fatto ricorso all’uso illegale della forza per reprimere proteste pacifiche contro i tagli nell’erogazione di acqua ed elettricità e l’inflazione, utilizzando gas lacrimogeni, spray al peperoncino, percosse e arresti arbitrari.

La repressione si è intensificata durante e dopo il conflitto con Israele. Le autorità hanno deliberatamente bloccato l’accesso a Internet e alle reti mobili durante il conflitto, ostacolando l’accesso a informazioni salvavita. Le forze di sicurezza hanno allestito posti di blocco, effettuando perquisizioni invasive su telefoni cellulari e arrestando persone per presunto “collaborazionismo” con Israele, sulla base di post pubblicati sui social media e/o su contatti con giornalisti all’estero.

A ottobre è entrata in vigore una nuova legge sull’intensificazione della punizione per spionaggio e collaborazionismo con il regime sionista e gli stati ostili contrari alla sicurezza e agli interessi nazionali (legge sullo spionaggio), che prevedeva la pena di morte per attività pacifiche, come ad esempio inviare informazioni a giornalisti all’estero, con l’accusa di “corruzione sulla terra” (efsad fel-arz). La legge inoltre criminalizzava l’utilizzo o la gestione di sistemi di connessione Internet satellitare non autorizzati, incluso Starlink, permettendo l’imposizione della pena di morte nel caso in cui le autorità considerino l’individuo sospettato un “agente nemico”, che agisce con l’intento di “opporsi allo stato” o “per spionaggio”.

Durante le proteste che sono iniziate il 28 dicembre a Teheran e che si sono velocemente diffuse in tutto il paese, le forze di sicurezza hanno fatto un uso illegale di fucili, pistole caricate con proiettili di metallo, gas lacrimogeni e percosse per disperdere le persone che partecipavano alle proteste in modo per lo più pacifico, per chiedere la caduta del sistema della Repubblica islamica, causando uccisioni e ferimenti.

 

SPARIZIONI FORZATE, TORTURA E MALTRATTAMENTO

Tortura e maltrattamento, sparizioni forzate e detenzione in incommunicado sono stati impiegati in modo diffuso e sistematico.

In seguito ai raid aerei israeliani sul carcere di Evin, decine di persone detenute per motivi politici sono state sottoposte a sparizione forzata per settimane o mesi.3 Le autorità ne hanno trasferite centinaia in altri penitenziari dove le condizioni erano crudeli e disumane e caratterizzate tra l’altro da sovraffollamento, mancanza d’igiene, scarsa ventilazione, infestazioni di topi o insetti e un accesso insufficiente ad acqua potabile, cibo commestibile, letti adeguati, servizi igienici, lavabi e docce. Le autorità hanno continuato a negare alle persone detenute cure mediche adeguate. Diverse persone sono morte in custodia in circostanze sospette in un contesto di segnalazioni attendibili di tortura e maltrattamento, incluso il diniego di cure mediche.

Il codice penale iraniano ha continuato a prevedere punizioni corporali che costituivano tortura, tra cui fustigazione, accecamento, amputazione, crocifissione e lapidazione. Sono state eseguite condanne alla fustigazione e all’amputazione.4

 

DETENZIONE ARBITRARIA E PROCESSI INIQUI

I processi sono stati sistematicamente iniqui e hanno portato a detenzioni ed esecuzioni arbitrarie. Le autorità hanno regolarmente negato il diritto delle persone arrestate ad accedere a un avvocato durante le indagini e hanno emesso verdetti di colpevolezza basati su “confessioni” ottenute sotto tortura, che sono state frequentemente trasmesse alla televisione di stato.

La magistratura, data la sua mancanza d’indipendenza, si è resa complice di tortura e altri crimini di diritto internazionale.

Ad agosto, le autorità hanno annunciato di avere arrestato 21.000 persone in relazione al conflitto con Israele.

La legge sullo spionaggio ha ulteriormente eroso i diritti di equità processuale, istituendo rami speciali del tribunale rivoluzionario, accelerando i procedimenti penali, limitando i ricorsi a 10 giorni e consentendo ai tribunali di completare le indagini, erodendo in tal modo la separazione delle funzioni dei pubblici ministeri e dei giudici.

Le autorità hanno continuato a detenere arbitrariamente persone di nazionalità straniera o con la doppia cittadinanza, come leva di scambio, e hanno commesso il crimine di presa di ostaggi nell’impunità.

Ad aprile, le autorità hanno posto fine agli arresti domiciliari arbitrari del dissidente Mahdi Karroubi; quelli di Mir Hossein Mousavi e della moglie Zahra Rahnavard sono entrati nel 15° anno.

 

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

Le autorità hanno continuato a discriminare donne e ragazze, negando loro parità di diritti in relazione a questioni come matrimonio, divorzio, nazionalità e custodia dei figli, impiego, eredità e cariche politiche.

L’età legale del matrimonio per le ragazze è rimasta 13 anni e i padri potevano ottenere il permesso dai tribunali affinché le figlie si sposassero ancora prima.

L’età minima per la responsabilità penale per le ragazze è rimasta fissata a nove anni lunari (circa otto anni e nove mesi) e 15 per i ragazzi (circa 14 anni e sette mesi).

Le autorità hanno sottoposto difensore dei diritti delle donne, giornaliste, cantanti e altre donne che si battevano per la parità di genere e sfidavano l’obbligo d’indossare il velo a detenzione arbitraria, processi iniqui, fustigazione e interdizione dai social media.5

A maggio, il governo ha ritirato un disegno di legge che era stato originariamente presentato oltre un decennio prima per affrontare la violenza contro le donne, ma che nel frattempo era stato ripetutamente svuotato di contenuto e ridefinito.

La mancanza di tutele legali, rifugi o accertamento delle responsabilità hanno favorito i femminicidi, con il numero di donne e ragazze uccise da parenti maschi arrivato a oltre 100, secondo i dati raccolti attraverso quotidiani nazionali e organizzazioni per i diritti umani con base fuori dell’Iran. Poiché le autorità non pubblicavano statistiche ufficiali sui femminicidi, il loro numero reale è stato probabilmente più alto.

La diffusa resistenza di donne e ragazze al velo obbligatorio, insieme a una sempre più sostenuta indignazione a livello interno e globale per la violenza che veniva usata nei loro confronti, ha costretto le autorità a desistere dai violenti arresti di massa e dalle aggressioni messi in atto negli anni precedenti, e a mantenere sospesa l’implementazione della legge sulla protezione della famiglia attraverso la promozione della cultura della castità e dell’hijab. Tuttavia, le autorità hanno continuato a utilizzare le leggi e i regolamenti esistenti per fare rispettare l’obbligo di indossare il velo nei luoghi di lavoro, nelle università e in altre istituzioni del settore pubblico, lasciando le donne e le ragazze che opponevano resistenza esposte a vessazioni, aggressioni, arresti arbitrari, multe ed espulsioni dall’impiego e dall’istruzione. A commettere tali atti erano sia agenti dello stato, sia vigilantes che agivano con l’avallo dello stato.

La sorveglianza elettronica, come la tecnica di riconoscimento facciale, ha avuto un ruolo centrale nel fare rispettare l’obbligo del velo. Le donne hanno continuato a ricevere messaggi sms minacciosi, basati sui dati raccolti dai rilevatori d’identità di abbonato mobile internazionale (Imsi-Catchers), lettori di carte contactless, telecamere di sorveglianza e segnalazioni inviate da agenti statali e vigilantes tramite app designate a tale scopo.

È anche proseguita la prassi di punire le donne che sfidavano le leggi sul velo con la confisca delle automobili di loro proprietà.

A ottobre, il capo del dipartimento di Teheran per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio ha annunciato la creazione di un “centro di gestione per hijab e castità” e l’intenzione di schierare un reparto speciale di 80.000 membri per migliorare l’apparato di sorveglianza e l’applicazione della legge.

A novembre e dicembre, il leader supremo, il capo della magistratura e altri funzionari di alto profilo hanno descritto la diffusa resistenza di donne e ragazze verso l’obbligo del velo come una “devianza sociale” legata a nemici stranieri. Il capo della magistratura ha ordinato agli organi della magistratura inquirente, della sicurezza e dell’intelligence di trattare il rifiuto d’indossare il velo come un “crimine flagrante”.

Decine di attività commerciali, inclusi ristoranti, sono state costrette alla chiusura per avere servito donne senza velo, con le persone proprietarie che rischiavano l’arresto e di essere perseguite penalmente.

 

DISCRIMINAZIONE

Minoranze etniche

Le minoranze etniche, tra cui persone arabe ahwazi, turche azere, baluci, curde e turkmene, hanno subìto una discriminazione diffusa e violazioni dei diritti umani, comprese discriminazioni nell’accesso all’istruzione, al lavoro, a un alloggio adeguato e agli incarichi politici. Ancora una volta gli scarsi investimenti nelle regioni popolate da minoranze, come evidente nella mancanza di infrastrutture per fornire acqua pulita, hanno esasperato situazioni di povertà e marginalizzazione.

Minori delle minoranze etniche non hanno avuto accesso all’istruzione nella loro lingua madre, in quanto il persiano è rimasto l’unica lingua d’insegnamento. Questo fatto ha contribuito a determinare alte percentuali di abbandono scolastico e segnalazioni di umiliazioni, vessazioni e ambienti scolastici insicuri per studenti non di lingua persiana. A febbraio, il parlamento ha respinto un disegno di legge per introdurre l’insegnamento della letteratura nelle varie lingue delle minoranze etniche.

Le autorità hanno diffamato persone impegnate nell’attivismo per i diritti delle minoranze, presentando la difesa pacifica dei diritti delle minoranze come una minaccia all’integrità territoriale.

Coloro che sfidavano le violazioni o chiedevano la decentralizzazione o l’autogoverno regionale sono incorsi in detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, tortura e maltrattamento, pene carcerarie ingiuste o nella pena di morte.

Le autorità hanno continuato a rifiutarsi di rilasciare certificati di nascita e altri documenti d’identità a decine di migliaia di uomini, donne e minori baluci, lasciandoli di fatto apolidi e senza accesso ai servizi pubblici, tra cui istruzione, assistenza sanitaria, servizi bancari e registrazione anagrafica del matrimonio, oltre a essere esposti al rischio di espulsione forzata nei paesi vicini come “cittadini di altra nazionalità”.

Le minoranze etniche sono state sproporzionatamente colpite da violazioni del diritto alla vita, tra cui sparatorie illegali e pena di morte.

Minoranze religiose

Le minoranze religiose, tra cui quelle baha’i, cristiana, dei dervisci di Gonabadi, ebrea, musulmana sunnita e degli adepti del culto di Yaresan hanno subìto violazioni dei diritti umani diffuse e sistemiche, tra cui discriminazione nell’accesso all’istruzione, al lavoro, all’adozione, agli incarichi politici e ai luoghi di culto.

Persone appartenenti a queste minoranze religiose sono state arbitrariamente detenute, perseguite ingiustamente, torturate o maltrattate per avere professato o praticato la loro fede.

Le persone nate da genitori classificati come musulmani, che adottavano altre religioni o si professavano atee, sono rimaste a rischio di detenzione arbitraria, tortura o maltrattamento e pena di morte per “apostasia”.

Le autorità hanno sfruttato il clima blindato in seguito al conflitto con Israele per intensificare la repressione delle comunità baha’i, cristiane ed ebree.6

La comunità baha’i ha affrontato una persecuzione sistemica in un contesto di propaganda di stato intensificata, che ne ritraeva falsamente i membri come spie di Israele. Le violazioni contro di loro comprendevano detenzione arbitraria, irruzioni nelle abitazioni, espulsione dal posto di lavoro, esclusione dall’istruzione superiore, chiusura forzata di attività commerciali, confisca o distruzione di proprietà, divieti di viaggio, minacce di morte, procedimenti giudiziari ingiusti, carcerazione, esilio, profanazione dei loro cimiteri e diniego dei diritti di sepoltura.

Le autorità hanno sottoposto decine di persone ebree a convocazioni arbitrarie, interrogatori e accuse di spionaggio infondate.

Le autorità hanno diffamato i cristiani definendoli “mercenari del Mossad”, hanno mandato in onda “confessioni” forzate di coloro che erano in detenzione, fatto irruzione nelle chiese all’interno delle case e detenuto arbitrariamente persone convertite al cristianesimo.

Persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Le relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso rimanevano un reato punibile con sanzioni che andavano dalla fustigazione alla pena di morte. Diversi uomini sono stati fustigati dopo essere stati giudicati colpevoli di relazioni omosessuali consensuali.

La criminalizzazione ha alimentato violenza e discriminazione contro le persone lgbti, ostacolando il loro accesso all’istruzione, all’impiego, all’alloggio e all’assistenza sanitaria, e lasciandole vittime di attacchi omofobici e transfobici senza possibilità di ricorrere alle vie legali o di ricevere protezione.

Le espressioni di genere non conforme considerate divergenti dalle nozioni di mascolinità e femminilità imposte dallo stato, anche in termini di scelta dell’abbigliamento e del proprio aspetto, erano punibili con il carcere, l’imposizione di multe e la fustigazione.

Le cosiddette “terapie di conversione”, avallate dallo stato, equivalenti a tortura o maltrattamento, continuavano a essere diffuse e praticate, anche su minorenni. Per le persone che intendevano cambiare il sesso assegnato loro alla nascita era obbligatorio sottoporsi a terapia ormonale e a pratiche chirurgiche, che includevano la sterilizzazione.

Insegnanti, presidi e dipartimenti di sicurezza scolastica hanno sottoposto studenti lgbti a vessazioni, forme di esclusione, trasferimenti forzati in altre scuole, raccomandandone anche l’invio a trattamenti psichiatrici o medici non consensuali.

Le autorità e i media statali hanno continuato a utilizzare una retorica che istigava all’odio contro le persone lgbti.

 

DIRITTI DELLE PERSONE RIFUGIATE E MIGRANTI

Persone con cittadinanza afgana hanno affrontato violenze diffuse e discriminazione, anche in ambito di istruzione, alloggio, lavoro, assistenza sanitaria, servizi bancari e libertà di movimento.

Più di 1,8 milioni di persone afgane, tra cui minori non accompagnati e separati dalle famiglie, donne e ragazze, rifugiati e richiedenti asilo, sono state espulse illegalmente o costrette a ritornare in Afghanistan.7 Le espulsioni di massa hanno implicato irruzioni violente, fermi e perquisizioni e arresti arbitrari.

Le autorità hanno usato in maniera crescente una retorica razzista e disumanizzante contro le persone afgane, facendo di loro dei capri espiatori per i mali socioeconomici e accusandole di essere delle spie di Israele, con l’effetto di alimentare i crimini d’odio contro di loro.

 

UCCISIONI ILLEGALI

La legge sull’uso delle armi da fuoco da parte delle forze armate negli incidenti necessari ha continuato a consolidare l’impunità per le uccisioni illegali, autorizzando un ampio uso delle armi da fuoco, anche per disperdere proteste e intercettare persone che sfuggivano all’arresto o che attraversavano i confini illegalmente. Una proposta di modifica della legge rimaneva all’esame del parlamento. Se approvata, avrebbe autorizzato la dotazione di armi da fuoco ad altri reparti oltre alla polizia, al corpo delle guardie della rivoluzione islamica e all’esercito, e avrebbe ampliato le circostanze che ammettevano il loro utilizzo.

Le forze di sicurezza hanno continuato a sparare nell’impunità a persone che si trovavano in auto, anche ai nuovi posti di blocco introdotti a giugno, causando la morte di individui adulti e minori.

Le guardie di frontiera hanno continuato a uccidere decine di portatori di carburante baluci (soukhtbar) disarmati, nella provincia del Sistan e Balucistan, e corrieri transfrontalieri curdi (kulbar), tra le regioni del Kurdistan iraniano e iracheno.

A luglio, agenti del corpo delle guardie della rivoluzione islamica hanno utilizzato forza letale, compresi fucili d’assalto Ak e fucili a pompa caricati con pallini metallici, contro un gruppo di donne baluci durante un’incursione nel villaggio di Gounich, nella provincia del Sistan e Baluchistan, uccidendone illegalmente due e ferendone altre 10.

 

PENA DI MORTE

Le autorità hanno effettuato il numero più alto di esecuzioni mai registrato dal 1989.8 Ci sono state esecuzioni pubbliche.

L’escalation è stata determinata dall’uso crescente della pena capitale come uno strumento di repressione politica e da politiche antidroga letali. Una proposta di modifica della legge antidroga, che avrebbe mantenuto la pena di morte per determinati reati di traffico e distribuzione, rimaneva all’esame del parlamento.

Le esecuzioni di massa hanno innescato inediti sit-in pacifici e scioperi della fame nelle carceri, con le forze di sicurezza che minacciavano ritorsioni contro persone detenute.

La pena di morte continuava a essere prevista anche per atti tutelati dai diritti alla privacy e alla libertà d’espressione, religione o culto, come ad esempio bere alcolici e avere relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso. Il reato di “adulterio” (relazione sessuale al di fuori del matrimonio) è rimasto punibile con la morte per lapidazione.

Le autorità hanno dato luogo ad almeno un’esecuzione di una persona che al momento del reato aveva meno di 18 anni; nel braccio della morte ne rimanevano altre decine.

 

DIRITTO A VERITÀ, GIUSTIZIA E RIPARAZIONE

È prevalso ancora un clima d’impunità strutturale per le uccisioni illegali, torture, sparizioni forzate e gli altri crimini di diritto internazionale commessi nel 2025 e nei decenni precedenti.

Le procure hanno regolarmente archiviato le denunce delle vittime e chiuso le relative indagini. Nei rari casi che sono arrivati a processo, i tribunali militari, su cui ricade la giurisdizione per le violazioni compiute dalle forze di sicurezza, hanno scagionato i responsabili, limitato i risarcimenti al cosiddetto “prezzo del sangue” (diyeh) pagato dallo stato, e dichiarato non perseguibili comandanti e superiori.

A giugno, le autorità hanno coperto le persone responsabili dell’uccisione illegale di un bambino di nove anni, Kian Pirfalak, durante le proteste Donna Vita Libertà del 2022, e hanno dato luogo all’esecuzione arbitraria di un manifestante, Mojahed (Abbas) Kourkouri, giudicato colpevole della morte di Kian Pirfalak al termine di un processo gravemente iniquo.9

Il processo per l’abbattimento con le armi del volo 752 della Ukraine International Airlines nel 2020 si è arenato dopo i ripetuti rinvii di un tribunale militare iraniano. Alle famiglie delle vittime e ai loro avvocati è stato negato l’accesso al fascicolo giudiziario. I 10 imputati sono rimasti in libertà su cauzione.

Le autorità hanno impedito alle famiglie delle vittime di accedere al sito della fossa comune di Kharavan, che si ritiene contenga i resti di alcune delle vittime dei massacri in carcere nel 1988. Hanno anche distrutto il lotto 41 del cimitero Behesht Zahra di Teheran, contenente le tombe individuali di persone che erano state messe a morte negli anni Ottanta, per costruire un parcheggio.

 

DIRITTO A UN AMBIENTE SALUBRE

L’Iran ha mantenuto alti i livelli di produzione dei combustibili fossili e derivati.

Le autorità si sono dimostrate incapaci di affrontare il degrado ambientale dell’Iran, che ha accentuato le disuguaglianze esistenti e colpito in modo sproporzionato le comunità marginalizzate. La crisi è stata segnata dall’inaridimento di laghi, fiumi e terre umide; subsidenza delle falde acquifere; contaminazione dell’acqua causata dallo scarico di acque reflue nelle falde idriche urbane; deforestazione; subsidenza del terreno; diminuzione delle riserve d’acqua e della salute del suolo; e inquinamento dell’aria causato, in parte, dall’utilizzo industriale di combustibili al di sotto degli standard, che ha contribuito a causare migliaia di morti.

La popolazione ha affrontato gravi e prolungate interruzioni della fornitura di acqua ed elettricità, che hanno portato alla chiusura di attività commerciali e scuole. Le autorità hanno ignorato quelle che erano carenze strutturali, dando invece la colpa alla siccità e al consumo eccessivo.

Le persone impegnate nell’attivismo per i diritti ambientali sono incorse in detenzioni arbitrarie.

A luglio, tre attivisti ambientali sono morti nella provincia del Kurdistan mentre cercavano di domare un incendio boschivo, un fatto che ha suscitato forti critiche verso le autorità per avere lasciato la lotta agli incendi prevalentemente a personale volontario, oltretutto senza fornire dispositivi di protezione e misure di sicurezza.

 

 

Note:
1 Urgent need to protect civilians amid unprecedented escalation in hostilities between Israel and Iran, 18 giugno.
2 Iran: Deliberate Israeli attack on Tehran’s Evin prison must be investigated as a war crime, 22 luglio.
3 Iran: Tehran prisoners at risk after Israeli strikes, 7 luglio.
4 Iran: Officials responsible for finger-amputations must face accountability for torture, 31 luglio.
5 Iran: Authorities target women’s rights activists with arbitrary arrest, flogging and death penalty, 17 marzo.
6 Iran: Authorities unleash wave of oppression after hostilities with Israel, 3 settembre.
7 Millions more Afghans in Iran facing expulsion, 30 luglio.
8 Iran: Further information: Thousands at risk of execution in Iran, 10 settembre.
9 Iran: Arbitrary execution of Woman Life Freedom protester after sham trial and torture, 11 giugno.

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