I lavoratori e lavoratrici migranti sono rimasti vulnerabili ad abusi e sfruttamento sul lavoro, nonostante le recenti riforme. Le libertà d’espressione e di riunione pacifica hanno continuato a essere strettamente limitate. Le minoranze religiose, donne, minori e persone lgbti hanno continuato a incontrare discriminazioni nella legge e nella prassi. Il Qatar è rimasto uno dei principali esportatori di gas naturale liquefatto.
A marzo, il Consiglio pe i diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato i risultati dell’Upr del Qatar. Delle 317 raccomandazioni ricevute, il Qatar ne ha accettate 245 e ha preso nota delle rimanenti 72. Queste ultime comprendevano raccomandazioni riguardanti i diritti del lavoro e la protezione di migranti.
A settembre, Israele ha condotto un raid aereo sulla capitale del Qatar, Doha, prendendo di mira il team di negoziatori di Hamas, uccidendo sei uomini inclusi membri di Hamas e un funzionario del Qatar.
Nonostante le recenti riforme legislative, lavoratori e lavoratrici migranti hanno continuato a subire una gamma di abusi, tra cui forme di sfruttamento legate al sistema di lavoro tramite sponsor, noto come kafala, un inadeguato accesso alla giustizia e a un rimedio, e poteri eccessivi in mano ai loro datori di lavoro di controllarne l’ingresso, la residenza e le possibilità di cambiare impiego.
Il salario mensile minimo di 1.000 rial qatariani (275 dollari Usa), introdotto nel 2021, non era stato ancora allineato all’aumento del costo della vita, rimanendo insufficiente a coprire i costi dei beni essenziali per lavoratori e lavoratrici migranti.
I lavoratori domestici, per la maggior parte donne, hanno continuato ad affrontare dure condizioni di lavoro e violazioni, comprese aggressioni verbali, fisiche e sessuali, con scarse tutele essendo ancora esclusi dallo statuto dei lavoratori.
Le autorità non hanno svolto indagini significative sulle morti di lavoratori e lavoratrici migranti, negando alle famiglie l’accertamento delle responsabilità per i decessi e forme di compensazione. Il Qatar e la Fifa non hanno saputo garantire giustizia o forme di compensazione a migliaia di lavoratori per gli abusi legati alla Coppa del mondo di calcio 2022, tra cui decessi, infortuni e salari non pagati.
Le autorità hanno mantenuto rigide restrizioni sulla libertà d’espressione e riunione pacifica.
A marzo, le autorità qatarine hanno arrestato 20 persone delle Filippine, tra cui tre minori, per avere partecipato a una protesta a sostegno dell’ex presidente filippino Rodrigo Duterte, il quale era sotto processo davanti all’Icc per crimini contro l’umanità. Le autorità li accusavano di avere tenuto una manifestazione politica non autorizzata, ma hanno rilasciato le persone minorenni poco dopo e quelle adulte una settimana più tardi. Tutte le accuse sono state ritirate.
Ad agosto il governo ha emendato la legge sui reati informatici, che criminalizzava la pubblicazione online o la circolazione di immagini e video di individui ripresi in spazi pubblici senza il loro consenso. Sebbene le autorità avessero presentato l’emendamento come iniziativa per tutelare la privacy, le sue disposizioni rimanevano vaghe e rappresentavano una seria minaccia alla libertà d’espressione e al giornalismo indipendente.
A marzo, Abdullah Ibhais, ex direttore della comunicazione per la Coppa del mondo Fifa 2022, è stato scarcerato dopo avere scontato tutta la sua condanna a tre anni di carcere. Era stato arrestato nel 2019 per accuse di corruzione inventate, dopo avere sollevato preoccupazione per le condizioni affrontate dai lavoratori migranti nei cantieri di costruzione della Coppa del mondo.
Ad aprile, il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria ha stabilito che la detenzione di Tayeb Benabderrahmane, un cittadino franco-algerino ex consigliere del Comitato nazionale per i diritti umani del Qatar, era da ritenersi arbitraria. Era stato arrestato a gennaio 2020 e trattenuto per 307 giorni senza accesso a una consulenza legale, in violazione delle garanzie sull’equo processo. Le autorità lo accusavano di “attività d’intelligence con una potenza straniera e spionaggio”.
Persone della comunità baha’i del Qatar hanno continuato ad andare incontro a sistematiche discriminazioni e restrizioni alle loro libertà religiose.
Ad aprile, il settantunenne Remy Rowhani, presidente dell’Assemblea spirituale nazionale delle persone baha’i, è stato riarrestato in relazione a post pubblicati su account dei social media della comunità baha’i. Ad agosto è stato condannato a cinque anni di carcere per “avere promosso una dottrina o ideologia che getta dubbi sui fondamenti e gli insegnamenti dell’Islam”. Il 30 settembre, la corte d’appello ha assolto Remy Rowhani, che è stato scarcerato.
Le donne hanno continuato a essere discriminate nella legge e nella prassi, in particolare attraverso il sistema di tutoraggio maschile che limitava i loro diritti di sposarsi, lavorare (se avevano meno di 25 anni) e di accedere ai servizi di salute sessuale riproduttiva. Le donne qatarine continuavano a non poter trasmettere la loro nazionalità ai figli o a coniugi stranieri.
Il codice penale continuava a non prevedere disposizioni specifiche che criminalizzassero la violenza di genere, anche all’interno della famiglia, lasciando le donne inadeguatamente protette.
A giugno il Comitato sui diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite ha criticato le leggi discriminatorie del Qatar sulla nazionalità e la registrazione anagrafica e il suo sistema di giustizia minorile punitivo, sollecitando riforme in grado di garantire pari diritti di cittadinanza, una registrazione anagrafica universale e salvaguardie maggiori per minori che violano la legge.
L’ordinamento legislativo continuava a criminalizzare le relazioni omosessuali, rendendole un reato punibile con il carcere, e a non fornire tutele legali contro la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere.
Il Qatar è rimasto uno dei principali esportatori mondiali di gas naturale liquefatto, contribuendo in modo significativo alle emissioni di gas serra. Il Qatar ha avviato iniziative per affrontare il proprio impatto climatico, costruendo tra l’altro nuovi impianti per l’energia solare e pubblicando un piano nazionale per tagliare le emissioni di gas serra del 25 per cento entro il 2030. Tuttavia, non si è impegnato a raggiungere l’obiettivo di neutralità climatica.