Madagascar: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

Repubblica del Madagascar

Capo di stato: Hery Rajaonarimampianina

Capo di governo: Olivier Mahafaly Solonandrasana

Nel paese la povertà era diffusa e l’accesso a cibo, acqua, assistenza medica e istruzione era limitato. Il sistema penitenziario del paese era ancora caratterizzato da condizioni pessime e da un eccessivo ricorso alla custodia cautelare. Le autorità hanno continuato a utilizzare il sistema giudiziario penale per vessare e intimidire difensori dei diritti umani e giornalisti e limitarne la libertà d’espressione, colpendo in particolare coloro che erano impegnati in tematiche ambientali e nella corruzione.

Contesto

È proseguita per tutto l’anno nelle aree rurali e urbane del paese un’epidemia di peste polmonare, il cui primo focolaio è stato segnalato ad agosto. Tra il 1° agosto e il 22 novembre sono stati registrati 2.348 casi di contagio, che hanno causato 202 decessi.

Vaglio internazionale

A luglio, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per le violazioni dei diritti umani compiute nel paese, oltre che per l’uso eccessivo della forza da parte della polizia contro i presunti ladri di bestiame (dahalos); e per gli attacchi di rappresaglia da parte delle forze di sicurezza, dopo che due agenti erano stati uccisi dagli abitanti di un villaggio, nell’area della città settentrionale di Antsakabary.

Il Comitato ha sollecitato il Madagascar a mettere immediatamente a disposizione della commissione nazionale sui diritti umani uno stanziamento di fondi indipendente e sufficiente a coprire tutte le spese necessarie alla realizzazione del suo mandato. Ha inoltre raccomandato al governo di accelerare la creazione di un consiglio superiore per la difesa della democrazia e dello stato di diritto, la cui missione avrebbe dovuto comprendere la promozione e la protezione dei diritti umani, e di rendere tale istituto autonomo sotto il profilo finanziario.

Sistema giudiziario nella Repubblica del Madagascar

Il sistema di giustizia penale è rimasto profondamente viziato e incapace di garantire l’equità dei processi. È proseguito il ricorso eccessivo alla custodia cautelare, benché il suo impiego sia consentito dalla costituzione e dal codice penale soltanto come misura eccezionale per ragioni specifiche; il 60 per cento della popolazione carceraria era costituito da detenuti in attesa di giudizio.

Nonostante la costituzione garantisca il diritto dell’imputato di ricevere l’assistenza di un legale durante tutte le fasi del processo, diritto che non dovrebbe essere ostacolato da un’eventuale mancanza di risorse, gli avvocati hanno denunciato di non avere ricevuto un compenso per avere fornito assistenza legale d’ufficio o per avere presenziato alle udienze processuali e che di fatto era stato loro impedito di adempiere ai loro doveri. In pratica, non veniva messa a disposizione l’assistenza legale gratuita prima del processo.

Detenzione nella Repubblica del Madagascar

Il governo ha permesso alle Ngo internazionali, oltre che alla commissione nazionale sui diritti umani, di visitare gli istituti di pena.

Le carceri erano caratterizzate da grave sovraffollamento e le condizioni di vita dei detenuti erano disumane. Cibo e assistenza medica erano al di sotto degli standard. Gabinetti e docce non funzionavano adeguatamente e alcune carceri avevano latrine a cielo aperto, una situazione che esponeva i reclusi a un alto rischio di malattie. La maggior parte dei penitenziari del paese non veniva adeguatamente ristrutturata da almeno 60 anni. Le infrastrutture erano fatiscenti, in alcuni casi al punto da mettere a rischio l’incolumità dei reclusi. A luglio, quattro detenuti sono rimasti uccisi sotto le macerie causate dal crollo di un muro nel carcere di Antsohihy, nel nord del paese.

Le famiglie dei reclusi hanno denunciato di essere state costrette a pagare tangenti per poter visitare i loro parenti e che i detenuti facevano affidamento sui familiari per i rifornimenti di cibo.

Nel penitenziario di Antanimora, nella capitale Antananarivo, la più grande struttura di detenzione a livello nazionale, c’erano all’incirca 2.850 detenuti, pari al triplo della capacità massima per la quale era stato costruito. Il sovraffollamento era principalmente dovuto all’enorme numero di detenuti in attesa di giudizio, alle carenze del sistema giudiziario e alla lentezza dei processi. Alcuni detenuti attendevano di essere processati anche da cinque anni.

In violazione degli standard internazionali, i prigionieri passati in giudicato e i detenuti in attesa di giudizio erano tenuti insieme. A luglio, il carcere di massima sicurezza di Tsiafahy, vicino ad Antananarivo, ospitava 396 detenuti in attesa di giudizio insieme a prigionieri già condannati, in condizioni disumane, malgrado secondo la legge 2006-015 la struttura avrebbe dovuto ospitare soltanto ergastolani o in ogni caso solo reclusi considerati pericolosi. In tutti gli istituti di pena non era rispettata l’esigenza di tenere i minori separati dagli adulti.

Libertà d’espressione nella Repubblica del Madagascar

Le proteste pacifiche sono state represse. Organizzazioni della società civile hanno sostenuto che le autorità avevano vietato lo svolgimento di proteste a causa del potenziale “rischio elevato di disordini pubblici”. A giugno, i movimenti della società civile Svegliati Madagascar e Sefafi, impegnati per migliorare il processo democratico nel paese, hanno criticato la messa al bando per un mese di qualsiasi protesta pubblica che il governo sosteneva essere necessaria per tutelare la pubblica sicurezza durante le celebrazioni della festa nazionale del 26 giugno.

A luglio, la polizia ha interrotto una protesta organizzata dal Movimento per la libertà d’espressione, per ricordare il primo anniversario dell’approvazione della nuova legge sul codice dei mezzi di comunicazione, che aveva stabilito pesanti ammende per reati come oltraggio, diffamazione o insulti contro i funzionari del governo.

Difensori dei diritti umani nella Repubblica del Madagascar

I difensori dei diritti umani che si opponevano ai progetti di sfruttamento delle risorse naturali del paese o che avevano avanzato accuse di corruzione contro esponenti del governo erano particolarmente a rischio di vessazioni, arresti motivati da accuse pretestuose o altri abusi perpetrati attraverso il sistema di giustizia penale. A giugno, dopo 10 mesi di custodia cautelare per l’accusa di avere organizzato una protesta sfociata in violenza, Clovis Razafimalala, un attivista impegnato in tematiche ambientali, è stato rilasciato dal carcere di Tamatave. A luglio, il tribunale di Tamatave lo ha condannato a cinque anni con sospensione della pena*.

Il 27 settembre, l’ambientalista Raleva è stato detenuto presso il commissariato di Mananjary, nel sud-est del paese, dopo che aveva messo in discussione la legalità di una società mineraria presente nell’omonima regione**. È stato successivamente trasferito nel carcere di Mananjary. Il 26 ottobre, il tribunale di Mananjary lo ha ritenuto colpevole di aver usato il falso titolo di “capo distretto” e lo ha condannato a due anni di carcere con sospensione della pena.

Diritti sessuali e riproduttivi nella Repubblica del Madagascar

L’aborto è rimasto un reato in tutte le circostanze ai sensi dell’art. 317 del codice penale. Chiunque praticasse o tentasse di praticare un aborto era punibile con una pesante ammenda e rischiava fino a 10 anni di carcere. Il personale medico che avesse fornito informazioni su come ottenere un aborto rischiava, oltre al pagamento di un’ammenda e al carcere, di essere sospeso dalla professione da un periodo minimo di cinque anni fino a tutta la vita.

Le donne che avessero cercato di ottenere o che avessero avuto un aborto erano allo stesso modo passibili di pesanti ammende e rischiavano fino a due anni di carcere. Durante l’anno, diverse donne sono finite in carcere per reati legati a procurati aborti.

A luglio, il governo ha annunciato la stesura di un disegno di legge che avrebbe reso l’aborto un reato minore.

Sempre a luglio, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha analizzato il quarto rapporto periodico sul Madagascar. Il Comitato ha sollecitato il Madagascar a depenalizzare l’aborto e a impegnarsi maggiormente per rendere più accessibili alle donne i servizi di salute sessuale e riproduttiva.

*Madagascar: A Damocles sword on environmental activist’s head (AFR 35/6841/2017).

**Madagascar: Environmental rights defender falsely accused − Raleva (AFR 35/7248/2017).

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