Croazia - Amnesty International Italia

REPUBBLICA DI CROAZIA

Capo di stato: Kolinda Grabar-Kitarović
Capo di governo: Andrej Plenković

Le minoranze etniche e sessuali hanno continuato a essere discriminate. Rifugiati e migranti entrati irregolarmente nel paese sono stati respinti senza poter accedere a un’effettiva procedura per la determinazione del diritto d’asilo. La Croazia ha accettato meno di un decimo dei rifugiati e richiedenti asilo che si era impegnata a ricollocare e reinsediare secondo i programmi dell’Eu. L’accesso all’aborto è rimasto limitato.

CRIMINI DI DIRITTO INTERNAZIONALE

è rimasta sconosciuta la sorte di più di 1.500 delle oltre 6.000 persone scomparse durante il conflitto degli anni 1991-1995. La Commissione internazionale sulle persone scomparse ha riferito che la Croazia non ha compiuto passi significativi verso il soddisfacimento dei diritti a verità, giustizia e riparazione per le vittime, anche a causa dell’incapacità di accertare l’identità di oltre 900 salme presenti nei suoi obitori.

DISCRIMINAZIONE NELLA REPUBBLICA DI CROAZIA

La discriminazione contro le minoranze etniche e sessuali è rimasta diffusa.

Le organizzazioni della società civile hanno criticato le nuove proposte presentate a marzo dal governo, per una strategia nazionale e un piano d’azione per combattere la discriminazione. Le politiche adottate successivamente dal governo a dicembre non tenevano conto né affrontavano in modo adeguato le violazioni dei diritti umani subite da serbi, rom e minoranze sessuali.

A febbraio 2017, nel caso Škorjanec vs. Croazia, la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che le autorità non avevano garantito il diritto della ricorrente a essere libera dalla tortura e altri trattamenti disumani e degradanti, poiché non avevano indagato in modo adeguato né perseguito le motivazioni razziste degli assalitori che, nel 2013, avevano aggredito violentemente e picchiato la ricorrente e il suo compagno di etnia rom.

Rifugiati e richiedenti asilo

La Croazia ha continuato a rimandare in Serbia rifugiati e migranti entrati nel paese irregolarmente, senza garantire loro l’accesso a un’effettiva procedura per la determinazione del diritto d’asilo. Durante i respingimenti, talvolta anche dall’interno del territorio croato, la polizia è ricorsa regolarmente a coercizione, intimidazione, confisca o distruzione di oggetti personali di valore e uso sproporzionato della forza.

A luglio, la Corte di giustizia dell’Eu ha stabilito che nel 2015 la Croazia aveva agito in violazione del regolamento di Dublino (che stabiliva quale stato membro dell’Eu avesse l’obbligo di valutare le richieste d’asilo), permettendo il transito di rifugiati e migranti attraverso il paese, senza esaminare le richieste di protezione internazionale.

La Ngo Centro per gli studi di pace ha documentato che, tra gennaio e aprile, almeno 30 richieste d’asilo, comprese quelle di famiglie con minori, erano state rifiutate sulla base di “timori per la sicurezza”, nel corso di un controllo di routine, effettuato dall’agenzia di sicurezza e intelligence come parte del procedimento d’asilo. Le annotazioni su queste domande erano state contrassegnate come “riservate” e non potevano essere viste e perciò neppure confutate od oppugnate in appello da coloro che cercavano asilo o dai loro rappresentanti legali. I casi con le annotazioni riservate hanno portato al rigetto automatico da parte del ministero dell’Interno. In conseguenza, i richiedenti asilo respinti erano a rischio di espulsione dal paese e ad alto rischio di refoulement, una misura che costringe una persona a ritornare in un paese dove rischia gravi violazioni dei diritti umani.

I minori non accompagnati rappresentavano un quarto di tutti i richiedenti asilo del paese. A fine anno, meno di 200 richiedenti asilo avevano ottenuto protezione internazionale.

La Croazia si era impegnata ad accettare entro la fine dell’anno 1.600 rifugiati e richiedenti asilo, secondo il piano di reinsediamento e ricollocazione dell’Eu; a metà novembre, meno di 100 persone erano state ricollocate e nessuna era stata reinsediata.

A giugno, alcune modifiche alla legge sugli stranieri hanno proibito di fornire assistenza per l’accesso a beni e servizi essenziali, come alloggi, salute, servizi igienico-sanitari e cibo a cittadini stranieri presenti irregolarmente in Croazia, eccetto in casi di emergenze mediche e umanitarie o di situazioni di pericolo di vita.

VIOLENZA CONTRO DONNE E RAGAZZE NELLA REPUBBLICA DI CROAZIA

Il sistema di giustizia penale ha continuato a non tutelare molte vittime di violenza domestica, considerando abitualmente tali violenze come un reato minore.

A giugno, nel caso Ž.B. vs. Croazia, la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che le autorità avevano violato il diritto al rispetto per la vita privata e familiare di una vittima di molteplici episodi di violenza domestica. Le autorità non erano riuscite a perseguire penalmente il presunto responsabile né a stabilire i fatti, suggerendo che la vittima avrebbe dovuto agire per suo conto come procuratore sussidiario e perseguire un’azione giudiziaria privata.

La Croazia non aveva ancora ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica.

DIRITTO ALLA SALUTE NELLA REPUBBLICA DI CROAZIA

Ad aprile, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto di ciascuno a godere del più alto livello di salute fisica e mentale ha preso atto con preoccupazione della nuova revisione in sospeso della legge sulle misure sanitarie per esercitare il diritto a una libera decisione sul dare la vita, risalente al 1978, che potenzialmente avrebbe potuto limitare l’accesso all’aborto.

Singoli medici, e in alcuni casi istituzioni sanitarie, hanno continuato a rifiutarsi di effettuare aborti per motivi di coscienza, costringendo le donne a ricorrere ad aborti clandestini e non sicuri. A marzo, la Corte costituzionale si è pronunciata a sfavore di un ricorso, che chiedeva che fosse dichiarata l’incostituzionalità della legge del 1978 e che l’assemblea nazionale si astenesse dall’adottare qualsiasi legge che proibisse di fatto gli aborti.

Nelle farmacie, per poter ottenere i contraccettivi d’emergenza disponibili senza prescrizione medica, donne e ragazze hanno continuato a essere valutate secondo un questionario in cui dovevano rivelare informazioni personali sul proprio comportamento sessuale e la propria salute riproduttiva, in violazione del loro diritto alla riservatezza.

Bambini e donne rom hanno continuato a essere svantaggiati nell’accesso all’assistenza sanitaria, che è rimasto precluso a un quinto delle persone di questo gruppo.

Continua a leggere

Ultime notizie sul paese