Turchia - Amnesty International Italia

REPUBBLICA DI TURCHIA

Capo di stato: Recep Tayyip Erdoğan
Capo di governo: Binali Yıldırım

Il continuo stato d’emergenza ha fatto da cornice alle violazioni dei diritti umani. Il dissenso è stato represso in modo spietato colpendo, tra gli altri, giornalisti, attivisti politici e difensori dei diritti umani. Sono perdurate le segnalazioni di episodi di tortura ma in numero inferiore rispetto a quelle delle settimane successive al tentato colpo di stato del luglio 2016.

L’impunità dilagante ha impedito qualunque indagine efficace sulle violazioni dei diritti umani commesse da funzionari statali. Sono continuati gli abusi ad opera di gruppi armati, tra cui due attentati a gennaio 2017.

Tuttavia, non ci sono stati ulteriori attentati contro la popolazione che, al contrario, si erano regolarmente verificati negli anni precedenti. Non si è trovata una soluzione alla situazione delle persone sfollate nel sud-est del paese.

La Turchia ha continuato a ospitare una delle più grandi concentrazioni di rifugiati del mondo, con oltre tre milioni di rifugiati provenienti solo dalla Siria; sono perdurati i rischi di rimpatri forzati.

CONTESTO

Lo stato d’emergenza, imposto dopo il tentato colpo di stato del luglio 2016, è rimasto in vigore per tutto l’anno. Questo ha aperto la strada a limitazioni illegittime dei diritti umani e ha permesso al governo di approvare leggi senza il vaglio effettivo del parlamento e dei tribunali.

Dopo essere stati rinviati in custodia cautelare nel 2016, nove parlamentari del gruppo di sinistra radicato tra i curdi, Partito democratico popolare (Halkların Demokratik Partisi – Hdp), tra cui due leader del partito, sono rimasti in carcere per tutto l’anno. Sono rimasti detenuti anche i 60 sindaci eletti del Partito delle regioni democratiche (Demokratik Bölgeler Partisi – Dbp), consociato dell’Hdp, che rappresentavano l’elettorato dell’est e del sud-est della Turchia a predominanza curda. I funzionari non eletti che li hanno sostituiti sono rimasti in carica per tutto il 2017.

A ottobre, sei sindaci eletti, compresi quelli della capitale Ankara e di Istanbul, sono stati costretti a dimettersi, dopo che il presidente lo aveva richiesto. Di conseguenza, un terzo della popolazione turca non era rappresentata dalle persone che aveva votato alle elezioni amministrative del 2016.

Oltre 50.000 persone sono state trattenute in custodia preventiva con l’accusa di appartenere all’“organizzazione terroristica Fethullah Gülen” (Fethullahçı Terör Örgütü – Fetö), che le autorità ritenevano responsabile del tentato colpo di stato del 2016. Altrettante persone sono state rilasciate su cauzione e sottoposte al regime dell’obbligo di firma. Soltanto un’esigua minoranza è stata accusata di aver preso parte effettivamente agli eventi del tentato colpo di stato.

La magistratura, anch’essa decimata dai licenziamenti o dall’arresto di un terzo dei giudici e dei pubblici ministeri della Turchia, è rimasta soggetta a una forte pressione politica. Il ricorso alla detenzione cautelare arbitraria, lunga e punitiva e le violazioni delle procedure di equità processuale sono continuati regolarmente.

Sono proseguiti gli scontri armati tra il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Partiya Karkeren Kurdistan – Pkk) e le forze di sicurezza statali. Le forze armate turche hanno anche condotto operazioni militari contro gruppi armati all’interno del territorio di Siria e Iraq; a settembre, il parlamento ha esteso per un altro anno l’autorizzazione a compiere tali operazioni.
Ad aprile, con un referendum sono state approvate modifiche costituzionali che accordavano vasti poteri all’ufficio del presidente. Coloro che erano contrari al referendum hanno denunciato di aver avuto spazi ridottissimi negli organi d’informazione controllati dallo stato e che era stato loro impedito di manifestare la loro opposizione in pubblico. Le autorità hanno respinto le accuse d’irregolarità nel conteggio dei voti.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE NELLA REPUBBLICA DI TURCHIA

Rappresentanti della società civile, e più in generale tutta l’opinione pubblica, hanno messo ampiamente in pratica forme di autocensura, cancellando commenti sui social network e astenendosi dal fare dichiarazioni in pubblico, per il timore di licenziamenti, chiusura delle loro organizzazioni o procedimenti penali.

Sono state intentate migliaia di azioni penali, anche ai sensi di leggi che vietano la diffamazione e per accuse inventate legate al terrorismo, contro persone che avevano soltanto esercitato in modo pacifico il diritto alla libertà d’espressione. Sono stati abitualmente imposti periodi di custodia cautelare arbitrari e dalla durata punitiva.

Dettagli confidenziali delle indagini sono stati spesso rivelati agli organi di stampa legati al governo e sbattuti in prima pagina sui quotidiani, mentre portavoce governativi hanno rilasciato dichiarazioni pregiudiziali relative a casi sotto indagine.

Le azioni giudiziarie contro giornalisti e attivisti politici sono continuate e sono vertiginosamente aumentate quelle contro i difensori dei diritti umani.

Le critiche al governo sono ampiamente scomparse da radio, televisione e carta stampata e il dissenso è stato per lo più limitato ai mezzi d’informazione online. Il governo ha continuato a usare ordini amministrativi di blocco, senza di fatto possibilità di appello, di solito per censurare contenuti online. Ad aprile, le autorità hanno bloccato l’accesso all’enciclopedia online Wikipedia, a causa di una pagina che riportava la notizia di possibili collegamenti tra il governo turco e diversi gruppi armati in Siria.

Wikipedia si è rifiutata di modificare la pagina e a fine anno il sito era ancora bloccato.

Giornalisti

Tra gli oltre 100 giornalisti e operatori dell’informazione che a fine anno si trovavano in custodia cautelare, tre lavoravano per il quotidiano laico d’opposizione Cumhuriyet; nel corso dell’anno, otto loro colleghi che erano in custodia cautelare sono stati rilasciati in attesa del risultato del loro processo.

Giornalisti di organi d’informazione chiusi dai decreti per lo stato d’emergenza hanno continuato ad affrontare azioni giudiziarie, condanne e reclusione. L’ex direttore di Taraf, Ahmet Altan, e suo fratello Mehmet Altan, sono rimasti in custodia preventiva dopo essere stati arrestati a luglio 2016, accusati di appartenere al movimento di Gülen, analogamente a quanto accaduto a 34 operatori dell’informazione che lavoravano per i quotidiani del gruppo Zaman.

Zehra Doğan, una giornalista dell’agenzia di stampa delle donne curde Jinha, è stata incarcerata a giugno in seguito a una condanna a due anni, nove mesi e 22 giorni di reclusione, per propaganda del terrorismo. İnan Kızılkaya, direttore del quotidiano curdo Özgür Gündem, è stato rilasciato a ottobre dopo 440 giorni in custodia cautelare, in attesa del risultato del processo in cui era accusato di appartenenza al Pkk.

Deniz Yücel, corrispondente del quotidiano tedesco Die Welt, è stato arrestato a febbraio e a fine anno era ancora in detenzione senza accusa, avendo trascorso la maggior parte del tempo in isolamento. La giornalista del Wall Street Journal, Ayla Albayrak, è stata ritenuta colpevole di propaganda terroristica e, a ottobre, è stata condannata a due anni e un mese di reclusione, per un articolo apparso nel 2015 sugli scontri armati tra forze statali e l’ala giovanile del Pkk.

Difensori dei diritti umani

A luglio, la polizia ha fatto irruzione durante un seminario sull’isola di Büyükada, vicino a Istanbul, arrestando tutti i 10 difensori dei diritti umani presenti, tra cui due cittadini stranieri. Otto di loro, tra cui la direttrice di Amnesty International Turchia, İdil Eser, sono rimasti in custodia cautelare fino al processo, iniziato a ottobre, per accuse inventate di “appartenenza a un’organizzazione terroristica”, dovute al loro lavoro come difensori dei diritti umani.

Il tribunale ha anche deciso di collegare l’azione giudiziaria contro Taner Kılıç, presidente di Amnesty International Turchia. Arrestato a giugno, Taner Kılıç è stato accusato di “appartenenza alla Fetö”, sulla base del fatto che aveva scaricato sul suo telefono cellulare l’applicazione di messaggistica ByLock, che le autorità affermano essere stata usata dalla Fetö per le sue comunicazioni.

Malgrado due rapporti forensi indipendenti, che dimostravano che l’imputato non aveva scaricato l’applicazione, e nonostante la mancata presentazione di prove credibili da parte della pubblica accusa, a fine anno Taner Kılıç era ancora in detenzione cautelare.

Ad agosto, il difensore dei diritti umani di lunga data Murat Çelikkan è stato incarcerato a seguito di una condanna per propaganda terroristica, in relazione a una sua iniziativa, risalente al 2016, di solidarietà con il giornale Özgür Gündem, attualmente chiuso.

A ottobre è stato rilasciato in libertà condizionata, dopo aver scontato due dei 18 mesi della sua condanna. Altri 16 attivisti hanno ottenuto condanne con sospensione della pena, per aver partecipato allo stesso evento, mentre nei confronti di altri 18 i procedimenti giudiziari erano ancora in corso.

A ottobre, l’attivista di primo piano della società civile Osman Kavala è stato arrestato e accusato di “tentato rovesciamento dell’ordine costituito”, in relazione al fallito colpo di stato del 2016. A fine anno, era ancora in custodia cautelare senza essere stato incriminato.

A novembre, Raci Bilici, vicepresidente dell’Associazione per i diritti umani (İnsan Hakları Derneği – İhd) e presidente della sua sezione di Dıyarbakır, è stato processato con l’accusa di appartenenza a un’organizzazione terroristica. Oltre 20 funzionari dell’İhd erano sotto processo per presunti reati legati al terrorismo.

Cinque rappresentanti dell’Associazione degli avvocati progressisti (Çağdaş Hukukçular Derneği – Chd), che seguiva casi relativi ai diritti umani ed era stata chiusa nel 2016 con un decreto d’emergenza, sono stati rinviati in custodia cautelare in seguito a operazioni di polizia in tutto il paese.

Sono stati accusati di reati legati al Pkk o al gruppo armato Partito-Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo (Devrimci Halk Kurtuluş Partisi-Cephesi – Dhkp-c). A novembre è stato arrestato Selçuk Kozağaçlı, presidente nazionale della Chd, che a fine anno era ancora in custodia cautelare.

Attivisti

Gli attivisti sono stati presi di mira per le loro critiche nei confronti delle autorità. A maggio, Nuriye Gülmen e Semih Özakça sono stati arrestati e rinviati in custodia in base a ordinanze di tribunale che facevano riferimento alle loro proteste pacifiche; erano in sciopero della fame da marzo per protestare contro il loro licenziamento arbitrario, avvenuto in seguito a un decreto dello stato d’emergenza.

Semih Özakça è stato rilasciato a ottobre ma Nuriye Gülmen era ancora in carcere quando, a dicembre, è stata condannata per appartenenza al Dhkp-c, in attesa dei risultati di un ricorso in appello. Semih Özakça è stato assolto dallo stesso capo d’imputazione. La polizia ha regolarmente arrestato i manifestanti che chiedevano il loro rilascio.

Oltre 70 membri degli Accademici per la pace sono stati incriminati per propaganda del Pkk, dopo la loro petizione del gennaio 2016 con cui chiedevano di porre fine alle operazioni militari nel sud-est della Turchia. Il primo processo è iniziato a dicembre.

A gennaio 2017, l’attivista Barbaros Şansal è stato rinviato in custodia, per aver pubblicato commenti critici verso il governo sui social network. A giugno è stato riconosciuto colpevole di “denigrazione della nazione turca”, ai sensi dell’art. 301 del codice penale, e condannato a sei mesi e 20 giorni con sospensione della pena.

LIBERTÀ DI RIUNIONE NELLA REPUBBLICA DI TURCHIA

Le manifestazioni pubbliche sono diminuite dopo che i governatori provinciali hanno imposto divieti arbitrari e generalizzati, rifacendosi ai poteri loro concessi dallo stato d’emergenza; la polizia ha fatto uso eccessivo della forza contro i pochi che manifestavano nonostante i rischi.

La Marcia per la giustizia, organizzata dal principale partito d’opposizione, il Partito popolare repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi – Chp), che si è svolta pacificamente, è stata un’importante eccezione a questa tendenza. A Istanbul, le tradizionali manifestazioni del 1° maggio si sono svolte lontane dal centro cittadino, in seguito a un accordo dei principali sindacati.

L’annuale marcia del Pride di Istanbul è stata vietata per il terzo anno consecutivo per pretestuosi motivi di sicurezza. La polizia ha fatto uso non necessario ed eccessivo della forza, sparando proiettili di gomma e procedendo ad arresti arbitrari, contro piccoli gruppi di persone che tentavano di celebrare il Pride.

A novembre, ad Ankara, le autorità hanno imposto un divieto a tempo indeterminato sugli eventi promossi dalle organizzazioni di solidarietà Lgbti, poco prima di un festival cinematografico su tematiche Lgbti che doveva aver luogo in città. Anche in questo caso, le autorità hanno addotto motivi pretestuosi di sicurezza.

A giugno e luglio, più di 200.000 persone hanno partecipato a una Marcia per la giustizia di 400 chilometri, da Ankara a Istanbul. La marcia è stata annunciata dopo la condanna a 25 anni di reclusione del parlamentare del Chp, Enis Berberoğlu.

L’uomo era stato accusato di spionaggio per aver consegnato ai giornalisti una videoregistrazione che, a quanto pare, mostrava il trasferimento di armi in Siria su autocarri dell’organizzazione nazionale d’intelligence. A ottobre, la sua condanna è stata ribaltata in appello ed è stato ordinato un nuovo processo.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI NELLA REPUBBLICA DI TURCHIA

Hanno continuato a essere segnalati episodi di tortura e altri maltrattamenti, soprattutto in custodia di polizia, sebbene a un livello molto inferiore a quello delle settimane successive al tentato colpo di stato di luglio 2016.

Le autorità turche hanno continuato a negare al Comitato europeo per la prevenzione della tortura il permesso di diffondere il suo rapporto sulle denunce di tortura dopo il tentato colpo di stato. Non è stato attivato un meccanismo preventivo nazionale efficace con il mandato di monitorare i luoghi di detenzione. Non c’erano statistiche disponibili sulle indagini per le accuse di tortura né prove che le denunce di tortura siano state effettivamente oggetto d’indagine.

Ad agosto, Ngo hanno riferito che soldati e agenti di polizia hanno picchiato almeno 30 persone nel villaggio di Altınsu/Şapatan nella provincia di Şırnak, nella Turchia sudorientale, dopo uno scontro con il Pkk in cui erano morti due membri delle forze di sicurezza.

Testimoni hanno riferito che gli abitanti del villaggio sono stati portati fuori delle loro case, detenuti arbitrariamente e picchiati nella piazza del villaggio e che 10 di loro sono stati portati in custodia di polizia.

Sui social network sono state condivise le fotografie delle ferite riportate dagli abitanti del villaggio in seguito al pestaggio. Una dichiarazione dell’ufficio del governatore ha negato le accuse di tortura e ha affermato che gli articoli della stampa che supportavano le denunce erano “propaganda terroristica”.

IMPUNITÀ NELLA REPUBBLICA DI TURCHIA

A fronte dell’estrema pressione politica, pubblici ministeri e giudici sono stati ancora meno inclini che in passato a indagare sulle presunte violazioni dei diritti umani commesse da funzionari pubblici o a portarne i responsabili in giudizio. Le intimidazioni verso gli avvocati, tra cui arresti e azioni giudiziarie nei loro confronti, hanno ulteriormente dissuaso gli avvocati dall’intentare cause penali.

Non ci sono stati progressi nelle indagini sulle diffuse violazioni dei diritti umani durante i coprifuoco di 24 ore su 24 imposti nel 2015 e 2016, nella Turchia sudorientale. A più di cinque anni dalla ratifica da parte della Turchia della Convenzione di Istanbul per combattere la violenza contro le donne, la sua applicazione è rimasta viziata e le segnalazioni di violenza contro le donne hanno continuato ad aumentare.

Ad aprile è iniziato a Istanbul il processo contro un agente di polizia accusato dell’omicidio di Berkin Elvan, morto per le ferite riportate dopo essere stato colpito da un candelotto di gas lacrimogeno durante una manifestazione di protesta a Gezi Park, nel giugno 2013.

L’indagine era stata gravemente ritardata dall’impossibilità di ottenere le videoregistrazioni delle telecamere a circuito chiuso della zona.

A più di due anni dalla sparatoria che è costata la vita a Tahir Elçi, avvocato per i diritti umani e presidente dell’ordine degli avvocati di Diyarbakır, ucciso il 28 novembre 2015, nessun responsabile è stato identificato. L’indagine ha continuato a essere ostacolata da ritardi o dalla mancata consegna delle videoregistrazioni delle telecamere a circuito chiuso.

A luglio, il governo ha presentato informazioni relative a 34 cause intentate dinanzi alla Corte europea dei diritti umani. I casi riguardavano presunte violazioni del diritto alla vita, del divieto di tortura e del diritto alla libertà e alla sicurezza, avvenute nel sud-est della Turchia, durante i coprifuoco del 2015 e 2016.

L’organizzazione Fermeremo il femminicidio ha riferito che il numero di omicidi di donne è aumentato, a fronte di una diminuzione dell’interesse della stampa su tali casi, e ha calcolato che da gennaio al 25 novembre erano state uccise 392 donne.

VIOLAZIONI DA PARTE DI GRUPPI ARMATI NELLA REPUBBLICA DI TURCHIA

Le violazioni da parte di gruppi armati sono continuate, sebbene il numero di attacchi indiscriminati e di attacchi mirati alla popolazione in generale sia stato inferiore a quello degli ultimi anni.

A gennaio, 39 persone sono state uccise e più di 70 ferite, dopo che un uomo armato ha aperto il fuoco in un famoso locale notturno di Istanbul. Il gruppo armato Stato islamico ha rivendicato l’attentato.

Sempre a gennaio, due persone sono state uccise e 10 ferite da attentatori che hanno colpito il tribunale di Smirne. I Falchi della libertà del Kurdistan (Teyrêbazên Azadiya Kurdistan – Tak), una diramazione del Pkk, hanno rivendicato l’attentato.

A giugno, il Pkk ha rivendicato l’uccisione dell’insegnante Necmettin Yılmaz, dopo averlo rapito nella provincia di Tunceli/Dersim, nel sud-est della Turchia.

LICENZIAMENTI SOMMARI

Secondo i decreti d’emergenza, i dipendenti pubblici hanno continuato a subire licenziamenti sommari per presunti legami non meglio specificati a gruppi terroristici. Nel corso dell’anno, circa 20.000 dipendenti sono stati licenziati, portando a 107.000 la cifra totale da luglio 2016.

A molti lavoratori è stato a tutti gli effetti impedito di continuare a esercitare la loro professione e hanno avuto difficoltà a trovare altri lavori dopo essere stati etichettati come “terroristi”, in conseguenza del licenziamento. A gennaio 2017, le autorità hanno annunciato l’istituzione di una commissione d’appello composta da sette persone, incaricata di valutare i licenziamenti.

La commissione è entrata in funzione solo a luglio e, a fine anno, aveva deliberato su meno di 100 dei 100.000 appelli presentati. La commissione è stata ampiamente criticata per la mancanza della necessaria indipendenza e della competenza nell’esercizio dei suoi compiti.

A giugno, nel respingere come inammissibile l’istanza Köksal vs. Turchia, la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che non esisteva ragione per ritenere che la commissione non sarebbe stata un rimedio effettivo. La decisione ha lasciato aperta la porta per una futura rivalutazione dell’efficacia della commissione da parte della Corte stessa.

SFOLLATI INTERNI

Molte delle circa 500.000 persone sfollate dalle loro case nelle aree sotto coprifuoco nel sud-est della Turchia, nel 2015 e 2016, sono rimaste prive di accesso a un alloggio e a mezzi di sostentamento adeguati.

Molte non hanno potuto tornare alle loro case, che erano state distrutte nel corso o dopo le operazioni militari, durante le quali le forze della sicurezza di stato si erano scontrate con individui armati affiliati al Pkk. Le autorità non hanno sviluppato un piano generale per gestire il ritorno dei residenti alle loro case.

Nel quartiere Sur di Diyarbakır, i residenti che erano già stati sfollati durante il coprifuoco, hanno perso le loro abitazioni una seconda volta, quando sono stati sgomberati con la forza nell’ambito di un progetto di riqualificazione urbanistica che interessava l’intero quartiere. A maggio, nel tentativo di costringerli ad andarsene, sono state tagliate le forniture di acqua e di elettricità a centinaia di residenti.

RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO NELLA REPUBBLICA DI TURCHIA

La Turchia ha continuato a ospitare una delle più grandi concentrazioni di rifugiati al mondo, con oltre 3,3 milioni di rifugiati registrati solo dalla Siria. Nonostante nuove iniziative per migliorare la situazione dei rifugiati, molti non hanno avuto accesso sufficiente a mezzi di sostentamento, alloggio, assistenza sanitaria e istruzione per i loro figli.

Ad eccezione dei siriani, i rifugiati non hanno avuto accesso a procedure eque ed efficaci per la determinazione del loro stato. Sono stati segnalati continuamente rimpatri forzati di rifugiati e richiedenti asilo, anche verso la Siria.

Le Ong umanitarie internazionali che lavoravano con i rifugiati hanno trovato sempre maggiori ostacoli al loro lavoro, a causa delle restrizioni, e talvolta del ritiro, del permesso per operare nel paese.

Negli ultimi giorni di maggio e nei primi giorni di giugno sono state segnalate espulsioni forzate di massa di rifugiati e richiedenti asilo siriani e iracheni verso i loro rispettivi paesi di origine dal centro di trasferimento di Van, nella Turchia orientale. Secondo le segnalazioni, all’incirca 200 iracheni e 300 siriani sono stati rimpatriati con la forza, dopo che i funzionari hanno costretto le persone a firmare moduli in cui dichiaravano di accettare il “ritorno volontario”.

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