Iran - Amnesty International Italia

REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN

Capo di stato: Ayatollah Sayed Ali Khamenei (leader supremo della Repubblica Islamica dell’Iran)

Capo di governo: Hassan Rouhani (presidente)

Le autorità hanno fortemente limitato i diritti alla libertà d’espressione, associazione, riunione pacifica, così come la libertà di culto e religione, e hanno incarcerato decine di persone che avevano espresso apertamente il loro dissenso. I tribunali hanno celebrato processi sistematicamente iniqui. Tortura e altri maltrattamenti sono rimasti prassi comune e diffusa e sono stati commessi nell’impuni­tà. Sono state applicate condanne alla fustigazione, all’amputazione e altre pene crudeli. Le autorità hanno anche avallato forme pervasive di violenza e discriminazione per motivi di genere, opinioni politiche, credo religioso, etnia, disabilità, orientamento sessuale e identità di genere. Sono state effettuate centinaia di esecuzioni, anche pubbliche, e tra le migliaia di prigionieri del braccio della morte c’erano anche due minori di 18 anni all’epoca del reato.

CONTESTO

A marzo, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha rinnovato il mandato della Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran ma il governo ha continuato a impedire le visite nel paese della Relatrice e di altri esperti delle Nazioni Unite.

A maggio, il presidente Rouhani è stato rieletto per un secondo mandato presidenziale, al termine di un processo elettorale discriminatorio, che ha escluso centinaia di candidati dichiarandoli ineleggibili per motivi di genere, credo religioso e opinione politica. Ha suscitato polemiche la nomina per incarichi ministeriali di persone accusate di essere coinvolte in gravi violazioni dei diritti umani.

L’Eu e le autorità iraniane si sono impegnate per far ripartire un dialogo bilaterale sui diritti umani ma, allo stesso tempo, diversi difensori dei diritti umani stavano scontando pene carcerarie per aver comunicato con le istituzioni dell’Eu e con rappresentanti delle Nazioni Unite. Anche diversi governi, tra cui quello dell’Australia, della Svezia e della Svizzera, hanno avviato dialoghi bilaterali sui diritti umani con le autorità iraniane.

A fine dicembre, migliaia di iraniani sono scesi in strada per protestare contro la povertà, la corruzione e la repressione politica, nelle prime manifestazioni contro l’ordine costituito di tale portata dal 2009.

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE, ASSOCIAZIONE E RIUNIONE IN IRAN

Ancora una volta le autorità hanno represso duramente i diritti alla libertà d’espressione, associa­zione e riunione pacifica, incarcerando decine di persone che ave­vano espresso opinioni critiche in modo non violento, con imputazioni pretestuose legate alla sicurezza nazionale. Tra queste c’erano pacifici dissidenti politici, giornalisti, operatori dell’informazione online, studenti, cineasti, musicisti e scrittori, così come difensori dei diritti umani, comprese attiviste per i diritti delle donne, attivisti per i diritti delle minoranze e dell’ambiente, sindacalisti, persone impegnate contro la pena di morte, avvocati e coloro che cercavano di ottenere verità, giustizia e riparazione per le esecuzioni di massa e le sparizioni forzate verificatesi nel corso degli anni Ottanta.

Molti prigionieri di coscienza hanno iniziato uno sciopero della fame, per protestare contro il loro ingiusto imprigionamento.

Le autorità hanno arrestato centinaia di manifestanti in seguito alle proteste contro l’ordine costituito, che sono iniziate in tutto il paese a fine dicembre. Secondo le notizie ricevute, le forze di sicurezza hanno ucciso e ferito manifestanti disarmati, ricorrendo ad armi da fuoco e ad altro uso eccessivo della forza. Il 31 dicembre, il ministro dell’Informazione e delle comunicazioni tecnologiche ha bloccato l’accesso a Instagram e alla popolare applicazione di messaggistica Telegram, usati dagli attivisti per promuovere e supportare le proteste.

In precedenza durante l’anno, le autorità giudiziarie hanno inoltre esercitato continue pressioni sul ministero dell’Informazione e delle comunicazioni tecnologiche, chiedendo d’imporre a Telegram di spostare i propri server in Iran e di chiudere decine di migliaia dei suoi canali che, secondo la magistratura, “minacciavano la sicurezza nazionale” o “insultavano i valori religiosi”. Telegram ha dichiarato di avere respinto entrambe le richieste.

Altri social network popolari come Facebook, Twitter e YouTube sono rimasti bloccati.

A maggio, prima delle elezioni presidenziali, giornalisti e operatori dell’informazione online hanno dovuto affrontare una nuova ondata di pesanti interrogatori, arresti e detenzioni arbitrari. Quelli di loro che avevano usato Telegram sono stati sanzionati con pene carcerarie particolarmente severe, che in alcuni casi hanno superato i 10 anni di reclusione.

La libertà d’espressione musicale è rimasta limitata. Alle donne era vietato cantare in pubblico e le autorità hanno continuato a cancellare deliberatamente molti concerti. Ad agosto, diverse centinaia di artisti si sono appellati al presidente Rouhani affinché ponesse fine a questo tipo di restrizioni.

Le autorità hanno continuato a compiere irruzioni violente durante feste private a cui partecipavano sia uomini che donne, arrestando centinaia di giovani e condannandone molti alla fustigazione.

Le autorità hanno proseguito le azioni di censura su tutti gli organi d’informazione, distur­bando con interferenze le trasmissioni di emittenti televisive satellitari estere. Le autorità giudiziarie hanno intensificato le vessazioni nei confronti dei giornalisti che lavoravano per conto del servizio in lingua persiana della Bbc, congelando i beni di 152 attuali o ex collaboratori della Bbc e vietando loro di effettuare transazioni finanziarie.

L’Associazione dei giornalisti è rimasta sospesa.

A decine di studenti è stato ancora vietato l’accesso all’istruzione superiore come ritorsione per il loro attivismo pacifico, nonostante la promessa elettorale del presidente Rouhani di togliere il divieto.

Erano ancora in vigore i divieti imposti ai sindacati indipendenti e diversi sindacalisti sono stati ingiustamente imprigionati. Le forze di sicurezza hanno continuato a reprimere violentemente eventi di protesta pacifici organizzati dai lavoratori, anche in occasione della Giornata internazionale dei lavoratori.

Decine di attivisti impegnati nella difesa dell’ambiente sono stati convocati dalle autorità per essere interrogati, detenuti e perseguiti penalmente, per aver partecipato a proteste pacifiche contro l’inquinamento dell’aria, il prosciugamento dei laghi, i progetti di ricanalizzazione fluviale e lo sversamento di rifiuti.

I leader dell’opposizione Mehdi Karroubi e Mir Hossein Mousavi e la moglie di quest’ultimo, Zahra Rahnavard, erano ancora agli arresti domiciliari senza accusa né processo dal 2011.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI IN IRAN

Tortura e altri maltrattamenti sono rimasti prassi comune, specialmente durante gli interrogatori. I detenuti sotto la custodia del ministero dell’Intelligence e dei guardiani della rivoluzione sono stati regolarmente sottoposti a prolungati periodi d’isolamento, equiparabili a tortura.

Le autorità hanno sistematicamente omesso di svolgere indagini in merito alle accuse di tortura e hanno continuato a considerare ammissibili come prova a carico degli indiziati “confessioni” ottenute tramite tortura.

Le autorità hanno frequentemente negato l’accesso a cure mediche adeguate ai prigionieri detenuti per motivi politici. Tale rifiuto, che aveva spesso lo scopo di punire deliberatamente i prigionieri o di costringerli a “confessare”, era equiparabile a tortura.

I prigionieri hanno dovuto sopportare condizioni di detenzione crudeli e disumane, come sovraffollamento, acqua calda limitata, cibo inadeguato, carenza di letti, scarsa ventilazione e locali infestati da insetti.

Almeno una dozzina di prigionieri politici del carcere di Karaj’s Raja’i Shahr hanno portato avanti un prolungato sciopero della fame tra luglio e settembre, per protestare contro le terribili condizioni di detenzione. Ad alcuni di loro sono state negate le cure mediche o sono rimasti in isolamento o hanno dovuto affrontare nuove accuse penali come ritorsione.

Pene crudeli, disumane e degradanti

Le autorità giudiziarie hanno continuato a imporre ed eseguire, anche in pubblico, pene crudeli e disumane equiparabili a tortura.

Decine di persone, compresi minori, sono stati condannati a ricevere 100 colpi di frusta per furto e aggressione, oltre che per atti che, secondo il diritto internazionale, non costituiscono un reato, come avere relazioni extraconiugali, partecipare a feste miste con uomini e donne, mangiare in pubblico durante il Ramadan o partecipare a proteste pacifiche.

A gennaio, il giornalista Hossein Movahedi ha ricevuto 40 colpi di frusta a Najaf Abad, nella provincia di Esfahan, dopo che un tribunale lo aveva giudicato colpevole di non avere riportato accuratamente nel suo articolo il numero delle motociclette confiscate dalla polizia nella città. Ad agosto, un tribunale penale della provincia di Markazi ha condannato il sindacalista Shapour Ehsanirad a 30 colpi di frusta e a sei mesi di reclusione, per aver partecipato a una protesta contro le ingiuste condizioni di lavoro.

A febbraio, la Corte suprema ha confermato una condanna all’accecamento deliberato, comminata da un tribunale penale di Kohgiluyeh, nella provincia di Boyer-Ahmad, contro una donna che aveva a sua volta reso cieca un’altra donna.

La Corte suprema ha emesso e fatto eseguire decine di condanne all’amputazione. Ad aprile, le autorità giudiziarie di Shiraz, nella provincia di Fars, hanno amputato la mano di Hamid Moinee e lo hanno messo a morte 10 giorni dopo, in applicazione di una condanna per omicidio e rapina. Sono state eseguite almeno altre quattro amputazioni per rapina.

Le autorità hanno inoltre eseguito pene degradanti. Ad aprile, a Dehloran, nella provincia di Ilam, tre uomini accusati di rapimento e altri reati sono state fatti sfilare con le mani legate e contenitori per l’acqua usata per sciacquare le latrine appesi al collo. Altri otto uomini sono stati umiliati in maniera del tutto simile a Pakdasht, nella provincia di Teheran, a luglio.

A maggio, una donna arrestata per aver avuto un rapporto intimo extraconiugale è stata condannata da un tribunale penale della capitale Teheran a lavare cadaveri per due anni e a ricevere 74 colpi di frusta. L’uomo è stato condannato a 99 frustate.

PROCESSI INIQUI IN IRAN

In un contesto caratterizzato dall’assenza di meccanismi indipendenti di vigilanza sull’operato della magistratura, i pro­cessi, compresi alcuni che hanno portato a condanne a morte, sono stati sistematicamente iniqui. Spesso i magistrati non avevano qualifiche legali e, specialmente nel caso dei giudici che presiedevano i tribunali rivoluzionari, ha continuato a destare preoccupazione il fatto che la loro nomina avvenisse sulla base delle loro opinioni politiche e della loro affiliazione agli organismi d’intelligence.

Le disposizioni sull’equo processo stabilite nel codice di procedura penale del 2015, comprese quelle che garantivano l’accesso a un avvocato dal momento dell’arresto e durante tutte le indagini, sono state quotidianamente trasgredite. Le autorità hanno continuato a invocare l’art. 48 del codice di procedura penale per impedire a coloro che erano detenuti per motivi politici di essere rappresentati da legali di propria scelta, accusando gli avvocati di non figurare nell’elenco di categoria approvato dal capo della magistratura, seb­bene tale elenco ufficiale non fosse mai stato reso pubblico.

I processi, specialmente quelli davanti ai tribunali rivoluzionari, sono stati celebrati a porte chiuse e spesso molto velocemente, in qualche caso si sono conclusi anche solo in pochi minuti.

I cittadini iraniani con doppia nazionalità hanno continuato a rischiare di essere arbitrariamente arrestati e detenuti e sottoposti a processi gravemente iniqui e a lunghi periodi di carcerazione, in quanto accusati dalle autorità di essere coinvolti in un “progetto d’infiltrazione” orchestrato dall’estero. In realtà, le vaghe imputazioni in materia di sicurezza nazionale formulate a carico di queste persone sembravano essere facilmente riconducibili al pacifico esercizio dei loro diritti alla libertà d’espressione e d’associazione.

LIBERTÀ DI RELIGIONE E CULTO IN IRAN

La libertà di religione e culto è stata sistematicamente violata, nella legge e nella prassi. Le autorità hanno continuato a imporre a chiunque, indipendentemente dalla fede religiosa, codici di comportamento pubblico dettati da una rigida interpretazione dell’Islam sciita. I musulmani non sciiti non potevano candidarsi alle elezioni presidenziali o ricoprire cariche pubbliche importanti. I membri della minoranza baha’i sono rimasti nel mirino di attacchi diffusi e sistematici, come arresti arbitrari, lunghi periodi di carcerazione, tortura e altri maltrattamenti, chiusura forzata delle loro attività imprenditoriali, confisca dei beni, divieto di assunzione nella pubblica amministrazione e diniego di accesso alle università. Le autorità hanno regolarmente usato espressioni d’odio e incitato alla violenza contro i baha’i, denigrandoli come “eretici” e “osceni”. A giugno, le autorità hanno rilasciato su cauzione due uomini che avevano ammesso di avere ucciso Farang Amiri a causa della sua fede baha’i, suscitando ancora una volta preoccupazione per il fatto che i crimini d’odio nei confronti dei baha’i rimanessero a tutti gli effetti impuniti.

Anche i membri di altre minoranze religiose non riconosciute dalla costituzione, come il culto di Yaresan (Ahl-e Haq) sono stati sistematicamente discriminati, anche nell’accesso all’istruzione e all’impiego, e perseguitati per avere praticato la loro fede.

Il diritto di cambiare o abiurare la propria fede è stato costantemente violato. Persone convertite al Cristianesimo sono state punite con dure pene carcerarie, che in molti casi andavano dai 10 ai 15 anni. Sono continuate le irruzioni nelle chiese all’interno di abitazioni private.

I dervisci gonabadi sono incorsi in carcerazioni e aggressioni nei loro luoghi di culto. Alcuni sono stati arbitrariamente licenziati dal posto di lavoro e ad altri è stato negato l’accesso agli studi universitari.

Coloro che si professavano atei sono rimasti a rischio di essere sottoposti ad arresti e detenzioni arbitrari, tortura e altri maltrattamenti e anche alla pena di morte, per il reato di “apostasia”.

I musulmani sunniti hanno continuato a denunciare episodi di discriminazione, come il divieto di pregare separatamente alle celebrazioni di Eid al-Fitr, e sono stati sistematicamente esclusi dai percorsi di carriera.

A ottobre, con una deviazione dalla legge iraniana, la corte di giustizia amministrativa ha sospeso Sepanta Niknam, un uomo zoroastriano, dal consiglio comunale di Yazd’s, sulla base di un’opinione espressa dal capo del Consiglio dei guardiani dell’Iran, secondo la quale permettere a non musulmani di amministrare musulmani era contrario alla sharia.

Almeno due persone sono state condannate a morte per aver esercitato pacificamente i loro diritti alla libertà di religione e di culto (vedi sotto).

DISCRIMINAZIONE – MINORANZE ETNICHE IN IRAN

Le minoranze etniche iraniane, come arabi ahwazi, azeri, baluci, curdi e turkmeni, hanno continuato a subire una radicata discriminazione, che ha limitato il loro accesso all’istruzione, all’impiego, a un alloggio adeguato e all’assunzione di cariche pubbliche.

Il degrado economico cronico nelle regioni del paese popolate prevalentemente da minoranze ha ul­teriormente radicato povertà ed emarginazione.

In molti villaggi della provincia del Sistan e Balucistan, gli abitanti hanno denunciato la mancanza di accesso all’erogazione dell’acqua e dell’elettricità, oltre che all’istruzione e alle strutture sanitarie. Questa arretrata provincia deteneva elevati tassi di analfabetismo, specialmente tra le ragazze, e di mortalità infantile.

La lingua persiana è rimasta l’unica utilizzata per l’istruzione nella scuola primaria e secondaria, contribuendo a elevate percentuali di abbandono scolastico nelle aree del paese abitate da minoranze etniche.

Ha continuato a suscitare critiche anche l’assenza di misure in grado di assicurare forme di autogoverno delle minoranze.

I membri di minoranze che avevano denunciato apertamente le violazioni dei loro diritti sono stati sottoposti ad arresti arbitrari, tortura e altri maltrattamenti, procedimenti giudiziari gravemente iniqui, periodi di carcerazione e anche alla pena di morte. Le agenzie d’intelligence e di sicurezza hanno frequentemente accusato attivisti per i diritti delle minoranze di sostenere “correnti separatiste”, che minacciavano l’integrità territoriale della nazione iraniana.

Le guardie costiere iraniane hanno continuato a sparare e uccidere illegalmente nella più completa impunità decine di uomini curdi disarmati, conosciuti come kulbar, che lavorano come portatori transfrontalieri tra l’Iraq e il Kurdistan iraniano. A settembre, le forze di sicurezza sono intervenute con violenza per reprimere le proteste che erano scoppiate nelle città di Baneh e Sanandaj, in seguito alla morte di due kulbar, colpiti dagli spari. Hanno inoltre arrestato oltre una dozzina di persone.

A settembre, le autorità hanno schierato una massiccia presenza di poliziotti in tutta la provincia del Kurdistan, in concomitanza con i raduni organizzati da membri della minoranza curda iraniana per sostenere il referendum per l’indipendenza della regione curda del nord dell’Iraq. Secondo quanto si è appreso, gli arresti sarebbero stati più di 12.

A giugno, ad Ahvaz, sono state schierate le forze di sicurezza poco prima della festività di Eid al-Fitr, per impedire alla folla di radunarsi in segno di solidarietà con le famiglie degli arabi ahwazi incarcerati o messi a morte per motivi politici. Sono state arbitrariamente detenute più di 12 persone e almeno un’altra dozzina è stata convocata a scopo di interrogatorio. Il difensore dei diritti degli arabi ahwazi Mohammad Ali Amouri è rimasto nel braccio della morte.

DISCRIMINAZIONE – DONNE E RAGAZZE IN IRAN

Le donne hanno continuato ad affrontare una radicata discriminazione nella legge e nella prassi, anche in relazione all’accesso al divorzio, all’impiego, alla parità di diritti d’eredità, alle cariche pubbliche e nell’ambito della famiglia e del diritto penale.

In un contesto di diffusi episodi di violenza contro donne e ragazze compiuti nell’impunità, compresi casi di violenza domestica e matrimoni precoci e forzati, le autorità non hanno provveduto ad adottare leggi che criminalizzassero specificatamente la violenza di genere. Una proposta di legge era all’esame dei legislatori dal 2012. L’età minima legale per il matrimonio delle ragazze rimaneva fissata a 13 anni, anche se i loro padri e nonni potevano ottenere il rilascio di un permesso di tribunale per farle sposare a un’età anche inferiore.

Tutte e 137 le donne che si erano registrate come candidate presidenziali sono state dichiarate non idonee dal consiglio dei guardiani. Il presidente Rouhani non ha ammesso la presenza di donne ministro nel suo gabinetto di governo, nonostante le richieste avanzate dalla società civile.

La legge che prevede l’obbligatorietà del velo (hijab) ha continuato a essere utilizzata da polizia e forze paramilitari per prendere di mira le donne con ves­sazioni e detenzioni, anche solo per aver lasciato intravedere ciocche di capelli da sotto il velo o per avere indossato capi d’abbigliamento ritenuti attillati o un trucco troppo pesante. Le donne che si erano attivamente impegnate contro l’obbligatorietà del velo sono state al centro di campagne denigratorie guidate dallo stato.

Il codice civile iraniano ha continuato a negare alle donne iraniane sposate con un cittadino straniero il diritto di trasmettere la loro nazionalità ai figli, un diritto che al contrario è riconosciuto agli uomini iraniani coniugati con una donna straniera.

Le autorità hanno respinto le continue pressioni da parte dell’opinione pubblica, che chiedevano di permettere alle donne di entrare negli stadi di calcio per assistere alle competizioni sportive.

Le donne hanno avuto un accesso sempre più limitato a metodi contraccettivi di nuova generazione a un costo accessibile, in quanto le autorità non avevano provveduto a reinserire a bilancio la voce di spesa relativa al programma statale di pianificazione familiare, tagliato nel 2012. A ottobre, il parlamento ha varato una legge che ha drasticamente ridotto le possibilità di divulgare informazioni sulla contraccezione.

Le autorità hanno continuato a monitorare e limitare i viaggi all’estero delle attiviste per i diritti delle donne. Alieh Motalebzadeh è stata condannata a tre anni di carcere ad agosto per aver partecipato a un seminario in Georgia, dal titolo “Legittimazione delle donne ed elezioni”.

DISCRIMINAZIONE – PERSONE CON DISABILITÀ E PERSONE SIEROPOSITIVE ALL’HIV

A marzo, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità ha analizzato la situazione dei diritti umani in Iran. Il Comitato ha condannato le forme di discriminazione da parte dello stato e la violenza contro le persone con disabilità fisiche e intellettive; la carente applicazione degli standard di accessibilità; e la mancata creazione di un ambiente ragionevolmente adatto sul luogo di lavoro. Si è inoltre detto allarmato per la costante segnalazione di casi d’istituzionalizzazione forzata di persone con disabilità e di trattamenti medici praticati senza consenso su persone percepite come disabili, anche in relazione all’identità di genere e all’orientamento sessuale. A dicembre, il parlamento ha approvato una proposta di legge sulla tutela dei diritti delle persone con disabilità che, se pienamente applicata, migliorerebbe l’accessibilità e l’accesso all’istruzione, agli alloggi, alle cure mediche e al lavoro.

Ad agosto, il ministero dell’Istruzione ha stabilito una serie di criteri discriminatori per dichiarare non idonei all’insegnamento gli aspiranti docenti: malattie, strabismo, presenza di nei sul viso, statura ridotta e peso eccessivo. La notizia ha suscitato indignazione nell’opinione pubblica, costringendo il ministero a promettere di rivedere la sua decisione, precisando tuttavia che le persone sieropositive all’Hiv sarebbero state in ogni caso escluse in quanto prive delle “qualifiche morali”.

PENA DI MORTE IN IRAN

Le autorità hanno continuato a effettuare centinaia di esecuzioni di persone condannate al termine di processi iniqui. Alcune delle esecuzioni sono avvenute in pubblico.

Le autorità hanno continuato a definire “antislamiche” le campagne pacifiche contro la pena di morte e hanno colpito con vessazioni e incarcerazioni attivisti contrari alla pena capitale.

La maggior parte delle esecuzioni effettuate durante l’anno era derivata da condanne per reati di droga, che non rientravano nella categoria dei reati con esito letale. Una nuova legge, adottata a ottobre, ha aumentato le quantità minime di droga previste per l’imposizione della pena di morte ma ha mantenuto l’obbligatorietà della pena di morte per una vasta gamma di reati in materia di droga. Essendo le nuove disposizioni applicabili retroattivamente, restava in ogni caso da chiarire come le autorità intendevano applicarle, per commutare le condanne a morte dei prigionieri che erano già nel braccio della morte.

È stato possibile ottenere conferma dell’esecuzione di quattro individui minori di 18 anni all’epoca del reato e della presenza nel braccio della morte di altri 92 prigionieri minorenni. Tuttavia, le cifre reali potrebbero essere molto più alte. Diverse esecuzioni programmate sono state rinviate all’ultimo minuto in seguito alla mobilitazione dell’opinione pubblica. I condannati minorenni processati nuovamente, in ottemperanza all’art. 91 del codice penale islamico del 2013, hanno ricevuto una nuova condanna a morte in seguito a dubbie valutazioni riguardanti la loro “maturità” all’epoca del reato.

La pena capitale è stata mantenuta per reati dalla formulazione vaga come “l’aver insultato il Profeta”, “inimicizia contro Dio” e “l’aver diffuso la corruzione sulla Terra”.

Ad agosto, il maestro spirituale e prigioniero di coscienza Mohammad Ali Taheri è stato condannato a morte per la seconda volta, per “aver diffuso la corruzione sulla Terra”, in quanto fondatore del gruppo spirituale Erfan-e Halgheh. A ottobre, la Corte suprema ha annullato la sua condanna a morte ma è rimasto detenuto in regime di isolamento.

La prigioniera di coscienza Marjan Davari è stata condannata a morte a marzo per “aver diffuso la corruzione sulla Terra”, in relazione alla sua appartenenza al gruppo religioso Eckankar e per avere tradotto i loro materiali. La Corte suprema ha in seguito annullato la condanna a morte e ha rinviato il caso al tribunale rivoluzionario di Teheran per un nuovo processo.

Il codice penale islamico ha continuato a prevedere la lapidazione quale metodo di esecuzione.

Alcuni comportamenti sessuali consenzienti tra persone dello stesso sesso sono rima­sti punibili con la pena di morte.

 

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