di Joris van Gennip
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Amnesty International ha sollecitato oggi le autorità e le forze affiliate ad Hamas nella Striscia di Gaza occupata a porre fine alle esecuzioni extragiudiziali di persone sospettate di collaborare con Israele, commesse in assenza di qualsivoglia procedimento giudiziario. Solo il mese scorso le Brigate al-Qassam, l’ala militare di Hamas, hanno reso nota l’esecuzione sommaria di un uomo accusato di collaborare con Israele e hanno annunciato l’intenzione di uccidere un altro “informatore”, nell’ambito di quella che hanno definito una campagna di sicurezza su vasta scala.
Amnesty International ha indagato su nove esecuzioni extragiudiziali e uccisioni illegali commesse da forze affiliate ad Hamas nel periodo immediatamente successivo all’annuncio del cessate il fuoco con Israele dell’ottobre 2025.
Funzionari di Hamas hanno dichiarato di aver aperto indagini preliminari interne ma ad Amnesty International risulta che nessuna delle persone responsabili di quelle uccisioni sia stato chiamato a risponderne. Nelle ultime settimane il crollo dell’ordine pubblico nella Striscia di Gaza e le condizioni di estrema privazione causate dal genocidio in corso da parte di Israele hanno esasperato le tensioni sociali, scatenando anche scontri tra famiglie.
“Dopo quasi tre anni del genocidio israeliano, ancora in corso, la traumatizzata popolazione civile palestinese della Striscia di Gaza è passata attraverso sofferenze inimmaginabili e non può essere sottoposta a ulteriori uccisioni, violenze e crudeltà. Le autorità di Hamas devono immediatamente porre fine alle uccisioni illegali, all’operato dei vigilantes e agli arresti arbitrari. Ripristinare la legge e l’ordine non può mai servire da copertura per commettere gravi violazioni dei diritti umani, compiere rappresaglie e punire collettivamente intere famiglie”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, alta direttrice di Amnesty International per le campagne e le ricerche.
“Chi è responsabile di aver ordinato e compiuto esecuzioni extragiudiziali, arresti arbitrari, maltrattamenti e torture dev’essere chiamato a risponderne. Nonostante abbia annunciato lo scioglimento del comitato governativo che amministrava la Striscia di Gaza, ad Hamas rimane la piena responsabilità di prevenire gravi violazioni da parte di agenzie e individui sotto il suo controllo, comprese le Brigate al-Qassam e il Sistema di sicurezza della resistenza [gli apparati d’intelligence e della sicurezza interna]. I nuovi dirigenti dell’ufficio politico di Hamas devono spezzare il duraturo circolo dell’impunità per le violazioni commesse dalle loro forze e da quelle affiliate e prendere provvedimenti concreti e urgenti per assicurare verità e giustizia alle vittime e alle loro famiglie”, ha aggiunto Guevara-Rosas.
Un alto funzionario, non identificato, del Sistema di sicurezza della resistenza ha annunciato su al-Hares, la piattaforma ufficiale su Telegram dell’organismo, che l’esecuzione extragiudiziale del 1° luglio era stata l’inizio di “una campagna di sicurezza su vasta scala” e che nei giorni successivi ci sarebbero state “esecuzioni di altre persone implicate nella collaborazione con l’occupazione”.
Dall’inizio del genocidio israeliano i gruppi palestinesi per i diritti umani, quali Al Mezan e la Commissione indipendente per i diritti umani, hanno ripetutamente condannato le esecuzioni extragiudiziali e le altre uccisioni illegali nella Striscia di Gaza, comprese quelle portate a termine da gruppi armati non identificati, chiedendo alle autorità di indagare e di accertare le responsabilità.
Un recente rapporto, redatto dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato (Gerusalemme Est compresa) e Israele, ha identificato 249 casi di esecuzioni extragiudiziali e di grave violenza fisica nella Striscia di Gaza tra agosto 2024 e gennaio 2026, che hanno causato almeno 108 morti. In almeno 60 di questi casi sono state coinvolte forze affiliate ad Hamas. Alcune esecuzioni sono state commesse in pubblico, filmate e annunciate su pagine affiliate ad Hamas, per lo più canali Telegram.
Ad esempio, il 21 settembre 2025, nel picco della campagna di sfollamenti forzati di massa portata avanti da Israele a Gaza City, un gruppo che si definisce “Sala operativa congiunta della resistenza” ha rivendicato l’esecuzione pubblica di tre uomini accusati di aver collaborato con Israele.
Nel corso della sua indagine Amnesty International si è occupata di nove esecuzioni extragiudiziali e di un’uccisione illegale, tutte commesse, salvo un caso, immediatamente dopo il cosiddetto cessate il fuoco tra Israele e Hamas dell’ottobre 2025.
Proprio in quel periodo Hamas e le forze affiliate hanno messo a morte in modo sommario e in pubblico otto membri della famiglia Dughmush, residente nel quartiere al-Sabra di Gaza City, accusati di aver collaborato con Israele. Un’altra esecuzione documentata è avvenuta il 1° luglio 2026.
L’organizzazione per i diritti umani ha poi documentato l’uccisione illegale di un uomo, nell’ottobre 2025, nel corso di una dichiarata operazione di arresti nel campo rifugiati di al-Bureij, presso Salaheddine Street, da parte di uomini armati dal volto coperto.
Amnesty International ha verificato fotografie e video, raccolto testimonianze da 11 familiari delle persone uccise e da due operatori sanitari, analizzato dichiarazioni di Hamas e contenuti pubblicati su Telegram dalla sua ala militare e da gruppi armati affiliati.
Nel novembre 2025 Amnesty International ha condiviso con la dirigenza di Hamas una sintesi delle risultanze della sua indagine e le ha ulteriormente scritto nel luglio 2026. Nella loro risposta del novembre 2025 le autorità di Hamas hanno dichiarato che avevano aperto indagini sugli episodi, senza fornire ulteriori informazioni. Successivamente e fino al giorno odierno non sono pervenute ulteriori risposte.
Dal 7 ottobre 2023 le autorità e le forze di Hamas nella Striscia di Gaza hanno istituito strutture parallele operanti quasi del tutto al di fuori di qualsivoglia sistema legale, che hanno regolarmente eseguito e spesso filmato punizioni sommarie contro palestinesi, ad esempio presunti saccheggiatori, hanno interrogato dissidenti e sospetti criminali all’interno di edifici civili, fatto incursioni in abitazioni e minacciato familiari di oppositori. Le prove raccolte da Amnesty International collimano con le conclusioni del rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite.
Hamas ha giustificato quelle che ha definito “misure eccezionali” invocando il “principio dello stato di necessità”, menzionando la distruzione delle istituzioni giudiziarie e di sicurezza da parte delle forze israeliane e la necessità di reagire al caos e alle “bande criminali”.
“Ma le uccisioni illegali non possono mai essere giustificate. I diritti alla vita, alla libertà dalla tortura e a un processo equo devono essere rispettati in tutti i tempi, comprese le situazioni emergenziali e persino quando il sistema giudiziario ha collassato a seguito di ostilità militari in corso. A chiunque sia sospettato di aver commesso un crimine, compresi quelli di tradimento o di collaborazione, è dovuto il pieno rispetto dei diritti umani, compresi quelli alla vita, alla sicurezza personale e a un giusto processo, senza ricorrere alla pena di morte”, ha precisato Guevara-Rosas.
Il 1° luglio 2026 il Sistema di sicurezza della resistenza ha annunciato l’esecuzione pubblica, a Gaza City, di un uomo indicato inizialmente solo con le sue iniziali, accusato di collaborazione con Israele. Dopo l’esecuzione, soprattutto le piattaforme social affiliate ad Hamas hanno fatto trapelare l’identità dell’uomo e altri dettagli, mettendo in grave pericolo la sua famiglia, compresi i figli.
L’uomo era stato accusato di aver indicato alle forze israeliane la localizzazione di membri di primo piano della Brigate al-Qassam, tra i quali il comandante militare Ezzedine al-Haddad, poi ucciso insieme a numerosi civili palestinesi. Il Sistema di sicurezza della resistenza ha dichiarato di aver compiuto l’esecuzione dopo aver esaurito le cosiddette “procedure rivoluzionarie” e le indagini interne.
Giorni dopo, canali Telegram associati alle Brigate al-Qassam hanno annunciato che il Sistema di sicurezza della resistenza aveva arrestato e interrogato un altro sospetto informatore, senza fornire ulteriori dettagli, e che intendeva ucciderlo “entro pochi giorni”.
Questo comunicato è arrivato dopo l’annuncio, da parte del Sistema di sicurezza della resistenza, che l’esecuzione del 1° luglio sarebbe stata solo l’inizio, dando dunque luogo al timore che ne sarebbero seguite altre.
Intorno al 10 ottobre 2025, subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, a Gaza City sono cominciati scontri tra la stessa Hamas e membri della famiglia Dughmush.
Il tutto è iniziato quando forze affiliate ad Hamas hanno cercato di arrestare alcuni componenti della famiglia che si erano riparati in un ospedale da campo nei pressi del quartiere al-Sabra, accusandoli di aver saccheggiato la struttura e di averla adibita a deposito di armi ed esplosivi.
Per una settimana le forze di Hamas hanno circondato le abitazioni della famiglia Dughmush ad al-Sabra. Negli scontri sono morti almeno quattro membri di questa e almeno uno di Hamas. Nel corso dell’assedio, le forze di Hamas e quelle affiliate hanno saccheggiato, incendiato e vandalizzato abitazioni, come si vede in immagini verificate da Amnesty International. Soprattutto, il 13 ottobre, otto uomini della famiglia sono stati uccisi in pubblico con l’accusa di aver collaborato con Israele.
Un video circolato sugli account legati ad Hamas e verificato da Amnesty International mostra otto uomini ammanettati e bendati, alcuni dei quali vestiti solo in parte, venire portati in uno spiazzo di al-Thalathini street, una delle vie principali di Gaza City. Gli otto uomini vengono uccisi da proiettili esplosi da distanza ravvicinata.
Una parente di alcuni degli uccisi ha raccontato l’accaduto ad Amnesty International. Il suo nome non viene reso noto per motivi di sicurezza:
“Si erano consegnati dopo la promessa di un processo equo. Due ore dopo sono stati uccisi in pubblico”.
Due abitanti di al-Sabra, intervistati separatamente, hanno confermato che gli otto uomini erano stati consegnati per porre fine agli scontri e dopo aver ricevuto garanzie che non avrebbero subito danni.
La moglie di uno degli uomini uccisi ha riferito di aver ricevuto una telefonata dal marito la notte precedente l’esecuzione. L’uomo le aveva chiesto di prendersi cura dei loro figli:
“Hanno ucciso mio marito e mio figlio. Prima di essere ucciso, mio figlio è stato torturato: aveva le unghie spezzate. Mio marito era una persona onorevole che aveva sempre resistito all’occupazione israeliana. Voglio che tutti sappiano che la nostra non era una famiglia di collaborazionisti. Coloro che hanno ordinato la loro uccisione dovranno essere portati di fronte alla giustizia”.
I familiari che hanno assistito ai funerali hanno dichiarato ad Amnesty International che sui corpi c’erano segni visibili di torture.
Alcuni parenti delle vittime hanno poi riferito di aver ricevuto telefonate di scuse da parte di funzionari di Hamas, secondo i quali era possibile che alcune persone fossero state uccise per errore.
Rispondendo ad Amnesty International, Mousa Abu Marzouk, capo del dipartimento Relazioni internazionali e giuridiche di Hamas, ha affermato che sulla vicenda della famiglia Dughmush era stata avviata un’indagine preliminare interna e che le forze di sicurezza avevano “reagito in modo immediato senza riferire alle autorità superiori”.
A quanto risulta ad Amnesty International, nessuna delle persone coinvolte in queste uccisioni o in ogni altra esecuzione extragiudiziale degli ultimi tre anni è stata sottoposta a indagine e ovviamente incriminata, neanche nei casi di “errore di persona”: come quello di Islam Hijazi, un’operatrice umanitaria palestinese morta a Khan Younis nel settembre 2024 dopo che, in un’imboscata, la sua automobile era stata crivellata da 90 proiettili.
Hisham al-Saftawi, 57 anni, è stato ucciso il 17 ottobre 2025 nel campo rifugiati di al-Bureij. Sua moglie Najah ha raccontato di aver visto arrivare, poco dopo la preghiera dell’alba, una trentina di uomini armati dal volto coperto identificatisi come membri delle Brigate al-Qassam. Hanno fatto irruzione nell’abitazione e, al rifiuto di Hisham al-Saftawi di obbedire all’ordine d’arresto, uno di loro gli ha sparato alle spalle. La moglie ha udito uno degli uomini, che pareva essere il comandante, chiedere all’uccisore: “Chi ti ha ordinato di sparare?”.
Hisham al-Saftawi è morto poco dopo in ospedale. Suo fratello Said ha espresso a nome della famiglia la sfiducia nelle indagini dirette da Hamas:
“Non è credibile che indaghino su sé stessi. Vogliamo un’indagine indipendente su chi ha sparato a mio fratello e su chi aveva ordinato il suo arresto”.
Nella sopracitata risposta ad Amnesty International, Hamas ha confermato che era stata aperta un’indagine sull’uccisione di Hisham al-Saftawi, il quale era stato “colpito accidentalmente” mentre tentava di fuggire a un arresto per reati comuni.
A quanto risulta ad Amnesty International, le autorità di Hamas non hanno informato la famiglia di Hisham al-Saftawi degli esiti dell’asserita indagine. Nessuna delle persone coinvolte nell’uccisione è stata chiamata a risponderne e Hamas non ha fatto sapere se avrebbe risarcito i familiari della vittima.
“Devono essere avviate indagini indipendenti e imparziali su tutte le uccisioni verificatesi nel contesto del confronto armato tra Hamas e la famiglia Dughmush, comprese quelle che paiono essere state commesse al di fuori di scontri a fuoco, come quelle degli otto uomini messi a morte in pubblico. Anche la famiglia di Hisham al-Saftawi deve ricevere giustizia per l’uccisione illegale del suo congiunto”, ha concluso Erika Guevara-Rosas.
Dal 7 ottobre 2023 Israele ha imposto condizioni di vita alla popolazione palestinese della Striscia di Gaza che hanno contribuito allo smantellamento del sistema di legge e ordine, alla rottura della fabbrica sociale e alla discesa nel caos e nell’assenza di legge. Le forze israeliane hanno colpito le esistenti strutture giudiziarie e addette al rispetto della legge così come le forze di sicurezza e di polizia, al contempo armando e sostenendo milizie locali opposte ad Hamas, attive in aree dove erano pienamente dispiegate forze israeliane.
Queste milizie hanno preso parte a violazioni del diritto internazionale, comprese esecuzioni in pubblico di presunti operativi di Hamas.
Da quando, nel 2007, hanno preso il potere nella Striscia di Gaza, le autorità di Hamas non hanno indagato in modo indipendente su violazioni dei diritti umani e azioni illegali da parte dei propri membri e delle proprie forze. Fino all’inizio del genocidio israeliano, i tribunali sotto il controllo di Hamas avevano continuato a emettere ed eseguire condanne a morte per crimini quali omicidio, tradimento e collaborazione, spesso a seguito di processi profondamente irregolari.
Durante e subito dopo le precedenti offensive israeliane, le forze affiliate ad Hamas avevano fatto ricorso a esecuzioni sommarie in pubblico di presunti collaboratori al di fuori di qualsivoglia contesto giudiziario e nella totale impunità, come documentato da Amnesty International nel 2014.
Per molti anni Amnesty International ha documentato violazioni dei diritti umani da parte di Hamas e delle forze affiliate, tra cui esecuzioni extragiudiziali di presunti collaboratori, punizioni sommarie, limitazioni alla libertà d’espressione, repressione del dissenso pacifico attraverso minacce, intimidazioni e diffusione di notizie per mettere in pericolo civili, nonché maltrattamenti e torture.
Mentre continua a documentare queste violazioni, Amnesty International reitera la sua richiesta a Israele affinché ponga fine al genocidio tuttora in corso, all’apartheid e all’occupazione illegale del Territorio palestinese e rispetti gli obblighi che gli spettano in quanto potenza occupante, compresi quelli di assicurare che aiuti, beni e servizi essenziali possano arrivare in tutte le zone della Striscia di Gaza e di consentire alle persone palestinesi sfollate di rientrare in sicurezza nelle loro abitazioni.