Thailandia: garantire percorsi sicuri per le persone che cercano protezione nel paese - Amnesty International Italia

Thailandia: garantire percorsi sicuri per le persone che cercano protezione nel paese

28 settembre 2017

Tempo di lettura stimato: 8'

Un nuovo report prodotto dai nostri ricercatori evidenzia le lacune nella politica e nelle prassi delle autorità della Thailandia in tema di accoglienza dei rifugiati e della loro ricollocazione.

La ricerca intende sollecitare la Thailandia a porre rimedio alla mancanza di protezione in favore di coloro che più ne necessitano, in un momento storico il paese sta respingendo in Myanmar migliaia di rifugiati rohingya, esponendoli al rischio di subire la tortura e altre gravi violazioni dei diritti umani.

Mentre la pulizia etnica sta costringendo centinaia di migliaia di rohingya a fuggire da Myanmar, la Thailandia deve urgentemente stabilire un modello regionale di politiche umane in materia di rifugiati – ha commentato in una nota ufficiale Audrey Gaughran, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International –. Invece di mostrare insensibilità respingendo persone in fuga da orrori inimmaginabili, il governo thailandese dovrebbe garantire percorsi sicuri per coloro che cercano protezione nel paese“.

Scarica il report

Thailandia: l’esodo dei rohingya

Nel 2015, al picco della “crisi delle imbarcazioni” in atto nell’Asia sud-orientale, la Marina thailandese rifiutò l’ingresso a migliaia di disperati rifugiati rohingya, applicando la consueta politica di respingimenti.

Le persone respinte furono costrette a continuare un pericoloso viaggio via mare verso l’Indonesia e la Malesia. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, i morti in mare furono almeno 370 ma stimiamo che il totale effettivo fu assai maggiore.

Nei mesi scorsi, la situazione dei rohingya è fortemente peggiorata arrivando a dimensioni drammatiche a causa della campagna di pulizia etnica portata avanti dalle forze armate di Myanmar, che ha costretto oltre 400.000 persone a lasciare il paese.

Nonostante questo esodo, le autorità thailandesi hanno mandato segnali contrastanti: se un mese fa il primo ministro Prayut Chan-O-Cha aveva dichiarato di essere “pronti a ricevere” i rohingya in fuga da Myannar, di recente un funzionario militare ha detto che la Marina respingerà le imbarcazioni che dovessero entrare nelle acque thailandesi.

Thailandia: respingimenti di rifugiati verso la persecuzione

Negli ultimi tre anni le autorità thailandesi hanno ceduto alle pressioni di altri governi e ha rimandato rifugiati verso paesi dove la loro vita e il loro benessere sono in serio pericolo.

Questa politica viola il principio internazionale del “non respingimento, un divieto assoluto di rimandare persone verso territori dove rischino concretamente persecuzioni o altre gravi violazioni dei diritti umani.

Con i nostri esperti abbiamo seguito da vicino quattro casi di respingimento che hanno riguardato oltre 100 persone provenienti da Cina, Turchia e Bahrein. In seguito, molte di loro hanno subito arresti arbitrari, maltrattamenti e torture e di altre non si hanno notizie.

Il caso più recente risale al maggio 2017, quando le autorità thailandesi hanno collaborato all’estradizione in Turchia di un cittadino turco, Muhammet Furkan Sökmen, nonostante le Nazioni Unite le avessero informate sul grave rischio di violazioni dei diritti umani che avrebbe corso in patria. Atterrato a Istanbul, Sökmen è stato arrestato per presunti legami con oppositori del governo turco. No si hanno informazioni sul procedimento avviato nei suoi confronti.

In un caso simile avvenuto nel 2015, la Thailandia era stata fortemente criticata per aver respinto in Cina 109 richiedenti asilo appartenenti alla minoranza uigura, che da decenni subisce una dura persecuzione.

A parole, la Thailandia ha fatto qualcosa per migliorare la protezione dei rifugiati ma risultati concreti non se ne sono visti. Le autorità continuano a cedere di fronte alle pressioni estere rimandando rifugiati verso paesi dove rischiano la tortura e altre gravi violazioni. Questo comportamento spietato va contro gli obblighi internazionali della Thailandia e dev’essere interrotto immediatamente.

Thailandia: rifugiati in un limbo giuridico

Le falle del sistema giudiziario thailandese privano i rifugiati e i richiedenti asilo di uno status giuridico rendendoli vulnerabili all’abuso. Questo vale soprattutto per i 7000 richiedenti asilo che si trovano attualmente nei centri urbani.

Sulla base della Legge sull’immigrazione del 1979 che ha introdotto il reato d’ingresso e permanenza irregolare nel paese, i rifugiati e i richiedenti asilo che si trovano nei centri urbani rischiano di essere arrestati in qualsiasi momento e di essere trattenuti a tempo indeterminati in centri di detenzione per migranti in condizioni descritte come “peggiori delle prigioni“, tra estremo sovraffollamento e violenza degli agenti penitenziari e tra detenuti.

Temendo da un momento all’altro di essere arrestati, i richiedenti asilo e i rifugiati vivono in condizioni miserabili, chiusi nelle loro abitazioni e senza interazioni sociali. Molti hanno difficoltà a trovare un lavoro, a nutrire se stessi e le loro famiglie e ad accedere ai servizi sanitari.

Secondo la procedura chiamata “respingimento costruttivo“, molti decidono di rinunciare alla domanda d’asilo e preferiscono tornare in patria piuttosto che affrontare condizioni di vita insopportabili in Thailandia.

Thailandia: le nostre richieste per una gestione dei rifugiati e richiedenti asilo

Negli ultimi anni il governo militare ha preso importanti impegni per migliorare il trattamento dei rifugiati e dei richiedenti asilo, in particolare dichiarando di voler aderire al principio di “non respingimento” e pertanto di non rimandare rifugiati e richiedenti asilo verso paesi in cui rischierebbero di subire gravi violazioni dei diritti umani.

La Thailandia si è inoltre impegnata a sviluppare una procedura di esame individuale dei rifugiati e dei migranti irregolari e ad adottare una legislazione contro la tortura contenente la previsione del “non respingimento”. Se attuati, questi impegni potrebbero accrescere in modo significativo la protezione dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati in Thailandia.

Se da un lato la Thailandia va elogiata per aver accolto centinaia di migliaia di rifugiati nell’arco di decenni, quanto accaduto negli ultimi tempi ha evidenziato il profondo disprezzo per i diritti di uomini, donne e bambini bisognosi di protezione – ha concluso Gaughran -. Il governo thailandese deve tradurre la retorica in azione. Invece di piegarsi alle pressioni dei governi stranieri e rimandare indietro persone fuggite dalla persecuzione e dalla violenza, le autorità dovrebbero garantire che le leggi interne favoriscano la piena protezione dei diritti dei rifugiati.

Scarica il rapporto completo