Cisgiordania: la vita sotto l’occupazione israeliana - Amnesty International Italia

Cisgiordania: la vita sotto l’occupazione israeliana

7 giugno 2017

SAID KHATIB / AFP / Getty Images

Tempo di lettura stimato: 9'

Occupazione in Cisgiordania: in trappola e oppressi

La cosa peggiore è sentirti come uno straniero nella tua terra e sapere che neanche la sua minima parte è tua
(Raja Shehadeh, avvocato e scrittore palestinese)

Le centinaia di misure militari israeliane in Cisgiordania come i posti di blocco, i blocchi stradali e le strade riservate ai coloni così come il regime dei permessi, rendono per i palestinesi un’impresa costante svolgere semplici attività quotidiane, come andare al lavoro o a scuola o recarsi in un ospedale.

Israele sostiene che i 700 chilometri di barriera / muro servono a prevenire gli attacchi palestinesi ma non spiega perché l’85 per cento del suo percorso è su terre palestinesi, anche ben all’interno della Cisgiordania. Quello che fa la barriera / il muro è dividere le comunità palestinesi le une dalle altre e separare le famiglie. La barriera / Il muro inoltre priva i palestinesi dell’accesso a servizi essenziali e separa gli agricoltori dalle loro terre o da altre loro risorse, strangolando in questo modo l’economia palestinese. Leggi discriminatorie e ingiuste impediscono poi a molte persone di sposarsi o di viaggiare nei Territori palestinesi occupati o in Israele per visitare i loro cari o vivere con loro. Queste limitazioni arbitrarie sono discriminatorie e illegali e devono essere immediatamente abolite.

Il nostro appello in occasione dei 50 anni di insediamenti israeliani nei territori occupati.
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50 anni di arresti arbitrari, detenzioni e processi iniqui

Le autorità israeliane giocano coi nostri sentimenti, ci torturano, ci puniscono”.

(“Reham”, cui le autorità israeliane negano il permesso regolare di visitare il fratello, arrestato per la prima volta all’età di 12 anni e in carcere da 15 anni)

Dal 1967, le autorità israeliane hanno arrestato centinaia di migliaia di palestinesi, donne e bambini compresi, sulla base di decreti militari la maggior parte dei quali criminalizzano un’ampia serie di attività pacifiche. In periodo di elevata tensione e violenza, in interi villaggi, uomini adulti e minorenni sono stati arrestati in massa. Durante la rivolta tra il 1987 e il 1993, le forze israeliane hanno arrestato circa 100.000 palestinesi.

Le autorità israeliane hanno anche posto migliaia di palestinesi, compresi prigionieri di coscienza, in detenzione amministrativa teoricamente a tempo indeterminato e senza accusa né processo.

La politica, seguita da 50 anni, di tenere i palestinesi dei Territori occupati in prigioni situate in Israele viola il diritto internazionale.

I prigionieri palestinesi subiscono limitazioni, tra le altre cose, per quanto riguarda le visite familiari, la frequentazione dei programmi educativi e l’accesso alle cure mediche.

Israele ha inoltre istituito tribunali militari che non assicurano agli imputati palestinesi le garanzie fondamentali in materia di equità dei procedimenti. Praticamente tutti i casi che finiscono davanti ai tribunali militari terminano con delle condanne. La maggior parte di queste sono il risultato di un patteggiamento: gli imputati palestinesi conoscono bene l’iniquità dell’intero sistema giudiziario così evitano di andare a processo e di rischiare una condanna più pesante.

Al contrario, i coloni israeliani nei Territori palestinesi occupati sono processati nei tribunali civili e godono delle più ampie tutele legali previste dal diritto penale civile israeliano.

A oggi, la legge israeliana non contempla il reato di tortura, favorendo la tortura e altre forme di maltrattamento dei prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane.

50 anni di sgomberi forzati, demolizioni e trasferimenti

Negli ultimi 50 anni Israele ha sgomberato con la forza e reso sfollate intere comunità palestinese e ha demolito decine di migliaia di abitazioni e strutture palestinesi, lasciando migliaia di persone senza un alloggio e provocando indicibili sofferenze e traumi.

Le forze israeliane hanno anche trasferito forzatamente molti palestinesi, sia all’interno dei Territori palestinesi occupati che in esilio. Le demolizioni delle case, che tuttora vanno avanti, sono una delle principali ragioni dei continui trasferimenti. In questo modo Israele può continuare a mantenere il controllo sulle terre e sulle risorse palestinesi, consentire l’espansione degli insediamenti illegali ed espellere i palestinesi da determinate aree considerate strategiche, come la fertile Valle del Giordano o Gerusalemme Est.

Israele applica anche misure punitive che equivalgono a punizioni collettive.

50 anni di uccisioni illegali

Le forze israeliane ricorrono abitualmente alla forza eccessiva e spesso legate contro uomini, donne e bambini palestinesi, anche per punire chi prende parte alle manifestazioni e per stroncare il dissenso. Migliaia di palestinesi sono stati uccisi e i feriti sono stati ancora più numerosi. La mancanza di indagini approfondite, imparziali e indipendenti da parte israeliana ha impedito di spezzare il circolo dell’impunità e ha consentito il ripetersi di queste violazioni dei diritti umani per più di mezzo secolo.

Dal 1987 oltre 10.200 palestinesi sono stati uccisi, spesso in circostanze che indicavano che l’uccisione fosse stata illegale e potesse costituire un crimine di guerra. Sempre dal 1987, i gruppi armati palestinesi hanno ucciso più di 1400 israeliani, centinaia dei quali a seguito di attacchi che costituiscono crimini di diritto internazionale.

Le limitazioni delle risorse naturali

Israele ha l’obbligo di restituire le terre, i frutteti, gli uliveti e gli altri beni immobili sequestrati allo scopo di costruire il muro nei Territori palestinesi occupati. Tutti gli stati hanno l’obbligo di non riconoscere la situazione illegale che deriva dalla costruzione del muro
(Opinione consultiva della Corte di giustizia internazionale, 2004)

Sebbene abbia ritirato nel 2005 le sue truppe di terra dalla Striscia di Gaza, Israele mantiene in vigore un illegale blocco aereo, navale e terrestre nei confronti di Gaza e una cosiddetta “area ad accesso limitato” o zona-cuscinetto all’interno della Striscia di Gaza. In questo modo, da 10 anni oltre due milioni di palestinesi di Gaza sono isolati da altre parti dei Territori palestinesi occupati così come dal resto del mondo.

L’acqua è vita, senza acqua non possiamo vivere… Prima i soldati hanno distrutto le nostre case e le stalle coi nostri animali, poi hanno sradicato tutti i nostri alberi e infine se la sono presa con le cisterne d’acqua. Dobbiamo lottare ogni giorno perché ci manca l’acqua“(Fatima al-Nawajah, un’abitante di Susya, villaggio palestinese sulle colline a sud di Hebron)

Così come controlla dove i palestinesi possano andare e chi possano vedere, Israele controlla e limita arbitrariamente il loro accesso all’acqua potabile. Il consumo medio di acqua da parte di Israele è quattro volte superiore a quello dei palestinesi dei Territori occupati.

La scarsa assegnazione di acqua ai palestinesi non basta neppure a soddisfare i loro bisogni essenziali e non costituisce un’equa distribuzione di una risorsa in comune. Le piscine, i prati ampiamente innaffiati e le grandi aziende irrigate degli insediamenti israeliani sulle terre occupate, sempre verdi anche nella stagione più secca, contrastano profondamente coi villaggi palestinesi prosciugati e aridi che hanno accanto, i cui abitanti lottano per avere acqua sufficiente per lavare, fare una doccia, cucinare, pulire, bere, per non parlare di irrigare i campi.

Occupazione Cisgiordania: le immagini


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