Diritti umani in Iran: "Il mondo ne condanni il terribile deterioramento"

“Il mondo condanni il terribile deterioramento della situazione dei diritti umani dell’Iran”

6 novembre 2019

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L’8 novembre è previsto l’esame periodico universale (Upr) dell’Iran in programma al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite di Ginevra.

Chiediamo, con l’avvicinarsi di tale data, che venga condannato il deterioramento della situazione dei diritti umani dell’Iran ed esortiamo gli stati che prenderanno parte all’Upr dell’Iran a denunciare le diffuse violazioni dei diritti umani e a formulare raccomandazioni concrete alle autorità iraniane.

Dall’ultimo Upr del 2014, il livello di repressione da parte delle autorità iraniane è aumentato in modo significativo.

Da allora migliaia di persone sono state arrestate per aver espresso le loro opinioni o preso parte a manifestazioni pacifiche ed è stata lanciata una campagna repressiva vendicativa contro i difensori dei diritti umani, comprese coloro che si battono contro le leggi sull’obbligo d’indossare il velo.

Sempre dal 2014 le autorità hanno ulteriormente eroso il diritto a un processo equo e hanno messo a morte più di 2.500 persone, compresi i minorenni, in palese violazione del diritto internazionale.

In un memorandum inviato al Consiglio Onu dei diritti umani prima dello svolgimento dell’Upr, abbiamo dichiarato che l’Iran sta “fallendo su tutti i fronti” in materia di diritti umani.

l’Iran sta “fallendo su tutti i fronti” in materia di diritti umani.

Dai terribili numeri delle esecuzioni alla implacabile persecuzione dei difensori dei diritti umani, dalla dilagante discriminazione nei confronti delle donne e delle minoranze e ai perduranti crimini contro l’umanità, l’elenco delle spaventose violazioni registrate in Iran evidenzia un forte deterioramento della situazione dei diritti umani”, ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

Il prossimo Upr offre alla comunità internazionale un’opportunità cruciale per dire in modo forte e chiaro alle autorità iraniane che il loro scioccante disprezzo per i diritti umani non sarà tollerato”, ha aggiunto Luther.

Chiediamo alle autorità iraniane di revocare le restrizioni ai diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione pacifica, cessare la discriminazione nei confronti delle donne e delle minoranze, imporre una moratoria immediata sulla pena di morte e porre fine alla tortura, ai processi iniqui e ai perduranti crimini contro l’umanità.

In occasione dell’Upr del 2014, l’Iran ha accettato solo 130 delle 291 raccomandazioni ricevute da altri stati.

La nostra analisi indica che le autorità iraniane non sono riuscite a mantenere la maggior parte degli impegni assunti all’epoca.

Tra le raccomandazioni respinte, figurano quelle di proteggere i diritti dei difensori dei diritti umani, fermare le intimidazioni nei loro confronti e scarcerare le persone imprigionate per aver esercitato pacificamente i loro diritti alla libertà di espressione, associazione e riunione.

Le persone ingiustamente detenute in Iran

Tra le persone ingiustamente detenute vi sono giornalisti, artisti e difensori dei diritti umani, tra cui avvocati, difensori dei diritti delle donne, attivisti per i diritti delle minoranze, attivisti per i diritti dei lavoratori, attivisti ambientalisti e coloro che cercano verità, giustizia e riparazione per il “massacro delle carceri” del 1988.

Ad alcuni di loro sono state inflitte condanne incredibilmente dure, anche della durata di diversi decenni.

L’avvocato per i diritti umani Amirsalar Davoudi è stato condannato complessivamente a 29 anni e tre mesi di carcere e 111 frustate per il suo lavoro sui diritti umani e dovrà passare in prigione 15 anni. L’avvocata e difensora dei diritti delle donne Nasrin Sotoudeh è stata condannata complessivamente a 38 anni e 148 frustate per il suo attivismo pacifico e dovrà scontare 17 anni di pena.

L’Iran e le donne

Oltre a continuare a sottoporre donne e ragazze a discriminazioni nella legge e nella pratica, le autorità iraniane non hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne e non sono riuscite a criminalizzare la violenza di genere, inclusi lo stupro coniugale, la violenza domestica e i matrimoni precoci e forzati.

Donne che difendono i diritti umani, comprese coloro che hanno condotto una campagna contro le leggi iraniane discriminatorie e degradanti sull’obbligo d’indossare il velo, hanno subito arresti arbitrari, detenzione, torture, processi iniqui e lunghe condanne al carcere. Sono anche andate incontro a molestie e violenze da parte di gruppi filo-governativi per aver sfidato tali leggi.

L’Iran continua inoltre a negare agli imputati il ​​diritto a un processo equo, anche rifiutando loro l’accesso agli avvocati durante le indagini e i processi. Proseguono poi le condanne sulla base di “confessioni” estorte mediante la tortura e altri maltrattamenti.

Assenza di processi equi e pena di morte

L’Iran continua inoltre a negare agli imputati il ​​diritto a un processo equo, anche rifiutando loro l’accesso agli avvocati durante le indagini e i processi. Proseguono poi le condanne sulla base di “confessioni” estorte mediante la tortura e altri maltrattamenti.

Le autorità iraniane hanno una lunga serie di precedenti in termini di violazioni del diritto alla salute dei detenuti: il voluto diniego di cure mediche ai prigionieri, spesso a mo’ di punizione, equivale a una forma di tortura, come nel caso del difensore dei diritti umani Arash Sadeghi che continua a non ricevere cure mediche per trattare il cancro che lo ha colpito.

Dall’Upr del 2014, in un’incessante ondata di esecuzioni, sono state messe a morte oltre 2.500 persone, tra cui almeno 17 minorenni, in flagrante violazione del diritto internazionale.

Le autorità iraniane proseguono a rendersi responsabili del crimine contro l’umanità di sparizione forzata, celando sistematicamente il destino o il luogo di sepoltura di diverse migliaia di dissidenti politici imprigionati, scomparsi e messi a morte senza un processo tra luglio e settembre 1988, in quello che è conosciuto come il “massacro delle carceri”.