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Approfondimento a cura del Coordinamento tematico sulla pena di morte. Per restare aggiornato iscriviti alla newsletter. Per consultare i numeri precedenti clicca qui.
Le autorità iraniane continuano a usare il pretesto di quelle che chiamano “condizioni del tempo di guerra” per intensificare la repressione del dissenso attraverso arresti arbitrari di massa, procedimenti giudiziari velocizzati e gravemente iniqui, esecuzioni politiche, pesanti condanne al carcere e confische di proprietà personali. Da quando Usa e Israele, il 28 febbraio 2026, hanno lanciato l’attacco militare illegale, oltre 6mila persone sono state arbitrariamente arrestate e decine i detenuti per motivi politici sono stati messi a morte: almeno 42, secondo i dati aggiornati alla metà di giugno di Amnesty International Iran che ha denunciato il rischio di esecuzione che corrono altri cinque dissidenti politici – Masoud Jamei, Alireza Mardasi, Reza Abdali, Farshad Etemadi Far e Hassan Maslavi – appartenenti alla minoranza araba di Ahwaz e detenuti nel carcere di Sheiban ad Ahvaz. I cinque sono stati condannati al termine di processi iniqui per i loro legami ad organizzazione fuorilegge per le autorità iraniane. Complessivamente, nei primi sei mesi del 2026 sarebbero oltre 800 le persone messe a morte per crimini di droga e omicidio quali reati più ricorrenti nelle condanne capitali. Hengaw, organizzazione per i diritti umani, denuncia l’esecuzione anche di due donne, il 7 giugno scorso a Qazvin, Asieh Farahmand e Zeinab Zarini, condannate in un processo congiunto per l’omicidio dell’uomo a cui erano entrambe sposate. Sale a 15 il numero di donne messe a morte nel 2026, secondo il Comitato delle Donne del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana.
Più della metà degli stati ha abolito la pena di morte di diritto o de facto. Secondo gli ultimi dati di Amnesty International, aggiornati al gennaio 2025: 113 stati hanno abolito la pena di morte per ogni reato; 9 stati l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra; 23 stati sono abolizionisti de facto poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni oppure hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte. In totale 144 stati hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica. 54 stati mantengono in vigore la pena capitale, ma quelli che eseguono condanne a morte sono assai di meno.
Condanne a morte eseguite al 30 giugno 2026*
* questa lista contiene soltanto i dati sulle esecuzioni di cui Amnesty International è riuscita ad avere notizia certa. In alcuni paesi asiatici e mediorientali il totale potrebbe essere molto più elevato. Dal 2009, Amnesty International ha deciso di non pubblicare la stima delle condanne a morte e delle esecuzioni in Cina, dove questi dati sono classificati come segreto di stato. Ogni anno, viene rinnovata la sfida alle autorità cinesi di rendere disponibili queste informazioni che si ritiene essere nell’ordine di migliaia, sia di esecuzioni che di condanne a morte.
Nigeria – La Corte Federale Suprema di Abuja il 3 giugno ha condannato alla pena capitale quattro uomini dopo essere stati giudicati colpevoli dell’attacco del giugno 2022 contro una chiesa nello stato di Ondo, nel sud-ovest del Paese. Gli aggressori hanno sparato ai fedeli con i fucili e fatto esplodere esplosivi all’interno del tempio durante l’assalto, descritto come uno dei più letali nella storia recente del Paese africano, in cui morirono almeno 40 parrocchiani e altri 100 rimasero feriti nell’attacco a una chiesa cattolica, nella città di Owo, durante una messa di Pentecoste. I condannati – Idris Abdul Malik Omeiza (25 anni), Al Qasim Idris (20), Jamiu Abdul Malik (26) e Abdul Haleem Idris (25) – si erano dichiarati innocenti dal massacro. La difesa ha assicurato che faranno appello contro le sentenze. I quattro, secondo l’accusa, appartengono al gruppo terroristico Al-Shabab. (fonte: agenzie di stampa)
Repubblica Democratica del Congo – L’Alta Corte Militare con sede a Kinshasa, capitale del Paese, ha condannato in appello il colonnello dell’esercito congolese Jean de Dieu Mambweni per il crimine di guerra di omicidio, per aver orchestrato l’assassinio di Zaida Catalán e Michael J. Sharp, i due esperti delle Nazioni Unite rapiti e uccisi nel marzo 2017 mentre indagavano sui massacri nella provincia del Kasai Centrale, all’epoca sconvolta da violenti scontri tra le forze di sicurezza e la milizia Kamwina Nsapu. La sentenza pone fine a un processo iniziato nove anni fa davanti a un tribunale militare a Kananga, nella provincia del Kasai Centrale. La condanna di Mambweni segna la prima volta che un tribunale riconosce la responsabilità di un alto ufficiale militare nella pianificazione degli omicidi. Nella sentenza definitiva d’appello, Mambweni e 53 membri della milizia Kamuina Nsapu sono stati condannati a morte per il loro presunto ruolo negli omicidi. Ventisette degli imputati erano presenti al processo, 22 sono stati condannati in contumacia e 5 sono deceduti. Sebbene in Congo non vengano eseguite condanne a morte dal 2003, la moratoria di fatto è stata revocata nel 2024.
Stati Uniti – Il governatore dell’Ohio, Mike DeWine, che negli ultimi sette anni si è opposto alle esecuzioni capitali, ha dichiarato il 16 giugno che l’Ohio dovrebbe abolire la pena di morte, confermando il radicale cambio di opinione rispetto alla legge che aveva contribuito a scrivere come legislatore statale 45 anni fa. DeWine, 79 anni, ha affermato durante una conferenza stampa che i dati indicano che la pena di morte non sta svolgendo la funzione di deterrente contro i crimini violenti, a differenza di quello che lui aveva ritenuto nel secolo scorso. “Non credo che oggi questo argomento possa essere sostenuto con successo, né credo che in futuro i fatti che ho citato a sostegno di questa convinzione cambieranno”, ha dichiarato. “Pertanto, ritengo che l’Ohio debba abolire la pena di morte”, ha aggiunto. DeWine ha mostrato grafici che illustrano il numero sempre più ridotto di condanne a morte emesse dai tribunali e i tempi molto lunghi legati ai ricorsi legali. Il governatore ha inoltre spiegato che i condannati hanno sempre meno probabilità di essere messi a morte: alcuni muoiono per cause naturali o si suicidano prima che arrivi la data dell’esecuzione. (fonte: agenzie di stampa)
Stati Uniti – Quante sono e chi sono le donne nel braccio della morte? Se lo chiede la rivista Men’s Journal in un approfondimento che ricostruisce il panorama delle donne detenute nei bracci della morte, tema che è tornato al centro dell’attenzione all’indomani del successo del nuovo docufilm Netflix “Maternal Instinct” che ricostruisce il caso di Taylor Parker, uno dei procedimenti giudiziari avvenuti in Texas più scioccanti degli ultimi anni. Parker è stata condannata nel 2022 per l’omicidio di Reagan Simmons-Hancock, una sua amica di 21 anni che era al nono mese di gravidanza, e per il rapimento della figlia mai nata della vittima. Parker, che non poteva avere figli, ha messo in atto una complessa messinscena per convincere il suo fidanzato e tutte le persone che frequentavano di essere incinta, arrivando a organizzare persino una festa per la rivelazione del sesso del nascituro. Quando l’inganno rischiava di essere scoperto, Parker ha ucciso la Simmons-Hancock e ha provato a rimuovere chirurgicamente il feto dal grembo della madre per poi far passare la neonata come propria. Ma anche la bambina è deceduta. Parker è stata condannata per omicidio capitale e sequestro di persona. Il documentario esplora in modo dettagliato il caso, fornendo una panoramica dettagliata sulla psicologia di Parker e sulle conseguenze devastanti delle sue azioni. Parker è una delle sette donne nel braccio della morte in Texas ed è la più giovane tra loro. Come spiega il Death Penalty Information Center, citato da Men’S Journal, ad ottobre 2025 sono 47 le donne nel braccio della morte negli Stati Uniti. L’esecuzione di donne condannate a morte è piuttosto rara, con solo 576 casi documentati al 31 dicembre 2022, a partire dal primo caso nel 1632. Queste esecuzioni rappresentano circa il 3,6% del totale di 16.047 esecuzioni confermate negli Stati Uniti (incluse le colonie) tra il 1608 e il 2022.
Tanzania – La Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, con sede ad Arusha, in Tanzania, ha emesso il 10 giugno una storica sentenza accogliendo il ricorso di tre condannati alla pena capitale annullando le loro sentenze, ma soprattutto ordinando al governo della Tanzania di rimuovere la pena di morte obbligatoria dal proprio sistema giudiziario penale. I giudici hanno stabilito che l’imposizione automatica della massima pena viola i diritti umani fondamentali tutelati dalla Carta africana, trattato ratificato dallo Stato dell’Africa orientale. Al centro della pronuncia vi è la constatazione che la pena di morte obbligatoria cancella del tutto la discrezionalità dei giudici in sede di condanna. Senza la possibilità di valutare le circostanze attenuanti o il contesto specifico di ciascun reato, l’imposizione automatica della sentenza capitale si traduce in una privazione “arbitraria” della vita, violando l’Articolo 4 della Carta africana. Oltre all’automatismo della pena, i giudici hanno condannato fermamente il metodo di esecuzione e le condizioni detentive. La Corte ha stabilito che l’impiccagione (l’unico metodo attualmente previsto dal codice tanzaniano) e la prolungata permanenza nel braccio della morte costituiscono trattamenti crudeli, disumani e degradanti, configurando una violazione diretta dell’Articolo 5, dedicato alla tutela della dignità umana. Questa sentenza si inserisce in un più ampio percorso intrapreso da diverse nazioni africane volto a superare le leggi di epoca coloniale e ad allineare i sistemi giudiziari interni agli standard internazionali sui diritti umani. (fonte: agenzie di stampa)
Uganda – Sono 93 i detenuti nel braccio della morte del paese ma nessuna esecuzione avviene dal 1999. È quanto riporta Nile Post citando dati del Servizio penitenziario dell’Uganda. Intervenendo al programma radiofonico “Salam Omukeeze”, il Commissario Capo delle Carceri Frank Baine ha affermato che, sebbene l’omicidio rimanga un reato capitale secondo la legge ugandese, le condanne a morte sono soggette a procedure di appello, inclusa la conferma da parte della Corte Suprema prima che qualsiasi esecuzione possa essere effettuata. Ha aggiunto che il lungo periodo senza esecuzioni ha permesso alle autorità e alle parti interessate di condurre revisioni più approfondite dei casi che comporta, secondo la sua opinione, a ridurre il rischio di errori giudiziari irreversibili.
Dei 93 detenuti attualmente nel braccio della morte – ha precisato Baine – solo due sono donne.
1 giugno – La Corte Suprema della California ha annullato la condanna a morte di Anthony Bankston applicando, retroattivamente, il California Racial Justice Act del 2020. Si tratta della prima revoca di una condanna a morte ai sensi di questa legge nella storia della California. Bankston era membro della gang dei Bloods di Los Angeles e venne condannato per l’omicidio di un rivale dei Crip nei primi anni ’90. L’uomo si difese da solo in tribunale e durante la fase di determinazione della pena, un pubblico ministero paragonò Bankston – che si presentava in giacca e cravatta – a una tigre del Bengala in uno zoo. Una giuria lo dichiarò colpevole. A distanza di oltre 30 anni, i giudici della Corte Suprema della California hanno ritenuto tale paragone pregiudizievole, con una sentenza unanime e due voti concordanti. Hanno annullato la condanna a morte, ma la condanna per omicidio rimane valida, il che significa che l’alta corte ha rinviato la sentenza di Bankston al tribunale di primo grado.
11 giugno – Yusufu Mieraili e Bilal Mohammed, entrambi uiguri cinesi, sono stati condannati a morte in Thailandia per aver compiuto l’attentato del 2015 a un santuario di Bangkok, in cui persero la vita 20 persone. Si tratta di una sentenza a lungo attesa nel caso di attentato più letale nella storia della Thailandia. Choochat Kanpai, l’avvocato degli imputati, ha dichiarato ai giornalisti che i suoi assistiti “presenteranno appello contro la sentenza perché ci sono molti aspetti del caso che il tribunale non ha pienamente considerato, incluso il trattamento riservato agli imputati durante il processo”. Il processo, durato un decennio, è stato caratterizzato da ritardi dovuti alle interruzioni causate dal coronavirus e a problemi nel reperire interpreti. Inoltre, le autorità della giunta thailandese sono state criticate per un’indagine poco chiara, che sembra essersi conclusa poco dopo l’arresto dei due uomini.
16 giugno – L’Alta Corte di Nyandarua, in Kenya, ha confermato la condanna a morte di Joseph Njuguna Muhia, riconosciuto colpevole di rapina a mano armata. L’uomo aveva presentato appello contro la sentenza sostenendo l’arbitrarietà della imposizione obbligatoria della pena capitale che applicata a tutti gli imputati riconosciuti colpevoli, indipendentemente dalle loro circostanze personali, è arbitraria ed equivale a trattamento degradante. Una settimana dopo, l’Alta Corte di Nairobi ha condannato a morte Joseph Simiyu Constant, 48 anni, riconosciuto colpevole del duplice omicidio premeditato delle sue due figlie, Melisa e Venesa Simiyu, rispettivamente di 3 e 9 anni, avvelenate e poi accoltellate. Il crimine fu commesso il 22 gennaio 2019 in un contesto di grave crisi familiare.
20 giugno – Cinque uomini condannati per omicidio e altri gravi crimini sono stati messi a morte in Kuwait dopo che le loro condanne sono state confermate dalle più alte corti del Paese e ratificate dall’Emiro. I cinque uomini – tre cittadini kuwaitiani, un egiziano e un residente illegale apolide – sono stati impiccati presso il Carcere Centrale. Si tratta di Ali Manahi Mefreh Al-Subaie, Hassan Salem Ayesh Al-Rashidi, Maleh Al-Hamidi Mefiz Al-Harshani, Mahmoud Hamdy Ahmed Hassan e Ahmed Mohammed Qate Obeid. L’accusa ha descritto i crimini come espressione di una profonda ferocia e di disprezzo per la sacralità della vita, affermando che la pena inflitta dovrebbe servire da deterrente per chiunque nutra intenzioni simili.
1 luglio – L’Idaho diventa il primo stato americano ad usare il plotone di esecuzione come metodo principale per eseguire l’esecuzione della pena capitale al posto dell’iniezione letale. Attualmente otto detenuti, tra cui una donna, sono in attesa di essere messi a morte. L’uso del plotone di esecuzione, considerato come obsoleto e violento, è in aumento negli Usa, dove altri sei stati hanno la fucilazione nell’elenco dei metodi per giustiziare. Anche se i sostenitori affermano che si tratta di un metodo “del tutto sicuro”, in passato si sono verificati casi in cui i condannati hanno sofferto una morte lancinante e prolungata a causa del proiettile che ha deviato rotta e non ha colpito il cuore.
Iran – Il 22 maggio 2026 la Corte suprema ha annullato le condanne a morte, rinviando i casi a un nuovo processo, di Bita Hemmadi (f) e Mohammadreza Majid-Asl (m), una coppia arrestata durante le proteste del gennaio 2026 e giudicata colpevole, ad aprile, di “collaborazione col governo ostile degli Usa e con gruppi ostili” al termine di un processo irregolare basato su prove estorte con la tortura.
Stati Uniti/1 – Il 21 maggio 2026, dopo un’ora di agonia a causa dei tentativi di trovare la vena buona per somministrare l’iniezione letale, è stata sospesa l’esecuzione di Tony Carruthers, condannato a morte nel 1996 dopo un processo nel quale era stato costretto a difendersi da solo. Il governatore dello stato ha poi deciso di rinviare l’esecuzione di un anno.
Stati Uniti/2 – Ponendo fine a un contenzioso tra corti federali durato oltre due decenni, il 21 maggio 2026 la Corte suprema federale ha stabilito che Joseph Clifton Smith, condannato alla pena capitale nello stato dell’Alabama per un omicidio avvenuto nel 1997, non potrà essere messo a morte a causa della sua condizione di disabilità mentale.
Stati Uniti/3 – Il 28 maggio 2026 la Corte suprema federale ha annullato la condanna a morte di Terry Pitchford, che nel 2006 era stato giudicato colpevole di omicidio da un tribunale dello stato del Mississippi. I giudici hanno dato ragione a Pitchford, che sostiene di essere stato vittima di discriminazione razziale in quanto dalla giuria del processo di primo grado furono esclusi quattro candidati neri su cinque
Stati Uniti/4 – L’8 giugno 2026 una giudice dello stato del Texas ha commutato in ergastolo con scarcerazione per motivi di salute la condanna di Clarence Jordan, dopo quasi 50 anni trascorsi nel braccio della morte. Nel 1978 era stato giudicato colpevole di omicidio a seguito di una rapina. La condanna era stata annullata nel 1982 ma nuovamente imposta nel 1983, con un successivo prolungato contenzioso giuridico sulla salute mentale del detenuto.
Stati Uniti/5 – L’8 giugno 2026 il governatore dello stato dell’Ohio, Mike DeWine, ha commutato all’ergastolo la condanna a morte di Gregory Lott, citando la disabilità mentale del detenuto e il parere favorevole alla clemenza espresso dalla famiglia della vittima. Era stato condannato alla pena capitale per omicidio nel 1987.
Stati Uniti/6 – Il 10 giugno 2026 la Corte suprema federale ha confermato la decisione di una giudice federale che aveva sospeso l’esecuzione di Jeffrey Lee, prevista meno di 24 ore dopo nello stato dell’Alabama, in quanto l’ipossia da azoto, il metodo lì utilizzato, viola l’Ottavo emendamento alla Costituzione che proibisce le pene crudeli e inusuali.
Stati Uniti/7 – 17 giugno 2026 il governatore dello stato dell’Ohio Mike DeWine ha chiesto agli organi legislativi dello stato di abolire la pena di morte in quanto “oggi è impossibile affermare che sia un deterrente”. Durante gli ultimi sette anni della sua amministrazione, ha istituito e mantenuto in vigore una moratoria sulle esecuzioni.
Stati Uniti/8 – Il 23 giugno 2026 il governatore dello stato dell’Ohio ha reso noto di aver concesso la clemenza a Gregory Lott, condannato a morte per un omicidio commesso nel 1986, commutando la pena capitale in ergastolo. La stessa famiglia della vittima aveva chiesto che Lott, persona con disabilità mentale, non fosse messo a morte. È stata la prima clemenza in otto anni del governatore uscente, durante i cui mandati non sono state eseguite condanne.
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