Mohammad resta in attesa di esecuzione - Amnesty International Italia

Mohammad resta in attesa di esecuzione

12 marzo 2019

Tempo di lettura stimato: 2'

Approfondimento a cura del Coordinamento tematico sulla pena di morte. Per restare aggiornato iscriviti alla newsletter.

Continua ad essere in attesa di esecuzione Mohammad Reza Haddadi, il giovane iraniano arrestato nel 2004 quando aveva solo 15 anni.

Un’esecuzione annunciata già per ben sei volte e ogni volta posticipata grazie anche alle proteste pubbliche.

Il ragazzo è stato condannato a morte dal tribunale penale di Kazeroun, nella provincia di Fars, con l’accusa di omicidio. Era ancora minorenne ma questo non ha fermato i giudici dal processarlo, nonostante l’Iran sia vincolato a rispettare il divieto di applicare la pena di morte nei confronti di minorenni al momento del reato, come stabilito dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici.

Mohammad, dopo l’ultimo rinvio avvenuto tra dicembre 2013 e gennaio 2014, ha presentato domanda per un nuovo processo. La Corte Suprema dell’Iran ha però rifiutato di prendere in considerazione la richiesta.

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cifre

I dati sulla pena di morte nel 2018

In totale 142 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica. 56 paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma quelli che eseguono condanne a morte sono assai di meno.

Condanne a morte eseguite al 7 marzo 2019*

*questa lista contiene soltanto i dati sulle esecuzioni di cui Amnesty International è riuscita ad avere notizia certa. In alcuni paesi asiatici e mediorientali il totale potrebbe essere molto più elevato.

Dal 2009, Amnesty International ha deciso di non pubblicare la stima delle condanne a morte e delle esecuzioni in Cina, dove questi dati sono classificati come segreto di stato. Ogni anno, viene rinnovata la sfida alle autorità cinesi di rendere disponibili queste informazioni che si ritiene essere nell’ordine di migliaia, sia di esecuzioni che di condanne a morte.

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Altre notizie

Stati Uniti d’America – I prigionieri che non sono in grado di capire la ragione della loro condanna non possono essere messi a morte. Lo ha stabilito la Corte Suprema il 27 febbraio con una maggioranza di 5 voti contro 3. Il caso in esame era quello di Vernon Madison, detenuto in isolamento da 33 anni in un carcere dell’Alabama, dopo essere stato condannato a morte per aver ucciso un poliziotto nel 1985. La sentenza della Corte non esclude automaticamente l’esecuzione di Madison ma rinvia il caso ad una corte di livello inferiore che dovrà stabilire se il detenuto non è veramente più in grado di intendere i motivi della sua condanna. Nel 2017 una Corte d’appello federale aveva stabilito che Madison non poteva essere messo a morte a causa di un grave disturbo mentale. (fonte: Washington Post)

Pena di morte e droga – Drastica diminuzione delle esecuzioni per reati di droga ma preoccupazione per le posizioni espresse dai leader di Stati Uniti, Filippine, Bangladesh e Sri Lanka, pronti a usare la pena capitale per vincere la nuova “guerra alla droga”. È quanto emerge dal nuovo rapporto di Harm Reduction International (HRI). Secondo il rapporto, le esecuzioni per reati collegati alla droga sono diminuite drasticamente dalle 755 del 2015 alle 91 del 2018, ma il conteggio esclude la Cina dove vige il segreto di Stato. Una riduzione dovuta soprattutto alle riforme attuate in Iran a seguito delle riforme della legge sulla droga. Sarebbero invece almeno 7.000 le persone che in tutto il mondo sono nel braccio della morte per reati di droga. Le esecuzioni sono avvenute in Arabia Saudita (almeno 59), Iran (23), Singapore (9) e Cina. (fonte: Harm Reduction International)

Giappone – La storia di Iwao Hakamada, il detenuto che ha trascorso più tempo nel braccio della morte, sarà adattata in una serie di manga. Lo hanno recentemente annunciato i sostenitori di Hakamada. L’uomo, oggi 82enne, è stato condannato alla pena capitale nel 1968 dal tribunale distrettuale di Shizuoka, ma è stato liberato nel marzo 2014 dopo quasi 48 anni di carcere nel braccio della morte. Un nuovo processo deve ora definitivamente accertare l’innocenza da sempre dichiarata di Hakamada. Un gruppo di sostenitori di Hakamada vuole trasformare il suo caso in un manga per trasmettere la sua storia alle giovani generazioni. Sarà Shigemi Mori a creare la serie. “Voglio raccontare in che modo sciatto è stata condotta l’indagine e come è stata la vita di Hakamada“, ha raccontato Mori recentemente a una conferenza stampa a Tokyo. (fonte: Adpan)

Dal mondo

15 febbraio – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è detto favorevole alla pena di morte per i trafficanti di droga, elogiando quanto avviene in Cina. Parlando dell’emergenza al confine con il Messico, Trump ha spiegato che in Cina, gli spacciatori di droga vengono puniti con “una cosa chiamata pena di morte“, quindi, ha avvertito, “se vogliamo diventare intelligenti, possiamo diventare intelligenti. Possiamo porre fine al problema della droga molto più velocemente di quanto pensiamo“.

25 febbraio – Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, nella conferenza stampa conclusiva del vertice UE-Lega araba di Sharm el-Sheikh, ha difeso l’applicazione della pena di morte in Egitto sostenendo che è radicata nella cultura del paese come la sua abolizione è cara agli europei. “Voi parlate della pena di morte. Noi accettiamo quello che volete imporre ai vostri Paesi ma, dal canto nostro, rifiutiamo che ci imponiate misure“, ha detto al-Sisi. “Quando una persona resta vittima di un atto terroristico le famiglie mi vengono a trovare e mi dicono ‘vogliamo vendetta’“, “fatta dalla legge“: “tale è la cultura che regge questa regione“, ha aggiunto.

27 febbraio – “Per proteggere la società dal male che alcuni individui possono causare“, la soluzione non è la pena capitale. Questa non può essere considerata, come è avvenuto “per molto tempo, la risposta adeguata alla gravità di alcuni reati a tutela del bene comune“. Lo afferma Papa Francesco in un video messaggio al VII Congresso Mondiale contro la pena di morte, promosso dalla Ong ECPM (Together Against the Death Penalty-Insieme contro la pena di morte), in collaborazione con la Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte. Secondo Francesco, “nessuno può essere ucciso e privato dell’opportunità di abbracciare nuovamente la comunità che ha ferito e fatto soffrire“. La pena di morte, infatti, è “una grave violazione del diritto alla vita di ogni persona“. Positivo che “sempre più Paesi scommettano sulla vita e non sulla pena di morte o addirittura l’abbiano completamente eliminata dalla loro legislazione penale“.

Egitto – Dopo ben 15 esecuzioni dall’inizio dell’anno, il 26 febbraio 2019 la Corte suprema militare ha commutato in ergastolo le condanne a morte di Ahmed Amin e Abdel Basir Hassan, che erano stati giudicati colpevoli di far parte della cosiddetta “cellula operazioni speciali“, una formazione terroristica specializzata negli attentati a personale delle forze di sicurezza.