La repressione del dissenso si è intensificata durante il periodo elettorale, in particolare contro persone che fanno parte o che sostengono l’opposizione. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso alla forza illegale e letale contro manifestanti, uccidendo centinaia di persone e ferendone migliaia. Una commissione d’inchiesta sulle uccisioni non ha reso pubblici i suoi risultati. I diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica di persone critiche, o percepite tali, verso il governo, sono finiti sotto attacco. Persone affiliate all’opposizione e al partito di governo sono state sottoposte a sparizione forzata, mentre il leader dell’opposizione Tundu Lissu è stato accusato di tradimento. Un uomo e una donna, due attivisti stranieri, sono stati torturati e sottoposti a maltrattamento. Le autorità hanno demolito illegalmente proprietà appartenenti al popolo nativo masai nell’area protetta di Ngorongoro. La decisione della Corte di giustizia dell’Africa Orientale su un appello presentato dalle Ong per contestare la legalità del progetto dell’oleodotto East African Crude Oil Pipeline (Eacop) era ancora pendente.
A maggio, la commissione elettorale nazionale indipendente (Independent National Electoral Commission – Inec) ha escluso il principale partito d’opposizione, il Partito per la democrazia e il progresso (Chadema) dalla partecipazione alle elezioni generali del 29 ottobre, dopo che si era rifiutato di firmare il codice etico elettorale, citando preoccupazioni riguardo all’integrità del processo elettorale. A settembre, l’Alta corte di Dodoma ha annullato la decisione dell’Inec di vietare a Luhaga Mpina di presentarsi alle elezioni presidenziali come candidato del partito Alleanza per il cambiamento e la trasparenza (Alliance for Change and Transparency – Act Wazalendo), sostenendo che il partito aveva violato le sue stesse procedure interne. Tuttavia, l’Inec ha ripristinato la sua decisione di esclusione.
A seguito delle elezioni, Samia Suluhu Hassan è stata rieletta presidente con il 98 per cento dei voti. Il suo partito, Chama Cha Mapinduzi (Ccm), ha ottenuto il 99 per cento dei seggi parlamentari. I risultati hanno suscitato forti contestazioni tra le persone che fanno parte e sostengono l’opposizione, scatenando un’ondata di proteste a livello nazionale che sono state brutalmente represse (v. sotto, Repressione del dissenso).
La continua campagna di repressione del dissenso portata avanti dal governo si è intensificata durante il periodo elettorale, raggiungendo livelli senza precedenti prima e dopo il giorno delle elezioni. A partire dal 29 ottobre, le autorità hanno interrotto l’accesso a Internet in tutto il paese per cinque giorni. Nel frattempo, le forze di sicurezza hanno represso le proteste elettorali con violenza letale e arrestato arbitrariamente centinaia di manifestanti, unicamente per avere esercitato il loro diritto di riunione pacifica (v. sotto, Attacchi e uccisioni illegali).
Per tutto il periodo elettorale, le autorità hanno preso di mira persone affiliate e sostenitrici dell’opposizione, esponenti della società civile, giornalisti e altre persone che esprimevano il loro dissenso. Le tattiche per mettere a tacere voci dissenzienti comprendevano il ricorso ad arresti e detenzioni arbitrari, sparizione forzate, tortura e maltrattamento.
Persone critiche sono incorse in procedimenti giudiziari e processi iniqui celebrati ai sensi di leggi contenenti disposizioni vaghe e oltremodo ampie. Il procedimento contro il leader di Chadema, Tundu Lissu, detenuto semplicemente per avere lanciato un appello a chi lo sosteneva di boicottare le elezioni, ha rappresentato il massimo esempio dell’ampia portata della repressione in atto e della forte riduzione dello spazio civico per la partecipazione politica. Era stato arrestato ad aprile durante un comizio politico nella città di Mbinga, durante il quale la polizia aveva fatto ricorso all’uso non necessario ed eccessivo della forza per disperdere i suoi sostenitori, lanciando tra l’altro gas lacrimogeni e sparando in aria. Era accusato di tradimento, un reato che preclude il rilascio su cauzione e, a fine anno, rimaneva in detenzione. Sempre ad aprile, cinque altri leader di Chadema sono stati arrestati, incluso il vicepresidente John Heche, per impedire un comizio a Kariakoo, un’area di Dar es Salaam.
A giugno, un’ingiunzione emessa dall’Alta corte di Dar es Salaam ha vietato a Chadema di svolgere attività politiche, dopo che tre amministratori fiduciari del partito Chadema di Zanzibar avevano intentato una causa in cui accusavano lo stanziamento discriminatorio delle risorse del partito, che avrebbe favorito la Tanzania continentale a scapito dell’arcipelago di Zanzibar. Decine di persone legate al partito sono state successivamente arrestate per aver partecipato a “riunioni illegali”.
Sempre a giugno, la polizia ha arrestato Janeth Rithe, presidente dell’ala femminile di Act Wazalendo, trattenendola per quattro giorni dopo che aveva espresso dubbi riguardo alle posizioni della presidente Hassan sulla performance economica della Tanzania.
A luglio, la polizia della regione di Lindi ha arrestato e detenuto brevemente l’ex leader di Act Wazalendo, Zitto Kabwe, per i commenti che aveva rilasciato durante un comizio nel distretto di Tunduru riguardo a irregolarità elettorali.
Ad agosto, il ministro degli Affari interni ha ordinato alla polizia di svolgere “perlustrazioni online” per, come ha precisato, monitorare individui che utilizzavano le piattaforme digitali per turbare la pace e la sicurezza.
A settembre, l’autorità regolatoria delle comunicazioni della Tanzania ha messo al bando per 90 giorni l’accesso alla piattaforma online JamiiForums, sostenendo che aveva pubblicato contenuti fuorvianti e diffamatori riguardanti il governo, in violazione di una normativa sui contenuti online del 2020 e dei relativi emendamenti.
Il 7 settembre, la polizia ha interrotto una serie di raduni nazionali per commemorare la Giornata degli eroi, arrestando funzionari del partito Chadema nella regione del Serengeti, e 20 suoi sostenitori in una chiesa della città di Mwanza.
Tra il 29 ottobre e il 3 novembre, le autorità hanno risposto alle proteste che stavano attraversando la nazione (v. sopra, Repressione del dissenso), facendo ricorso all’uso illegale e letale della forza, a gas lacrimogeni e altre armi meno letali. Centinaia di persone sono state uccise e altre migliaia ferite. Il blocco di Internet ha permesso a queste gravi violazioni dei diritti umani di essere commesse lontano dagli occhi dell’opinione pubblica e nell’impunità. A seguito dell’imposizione di periodi di coprifuoco e della mancata trasparenza da parte del governo, il numero effettivo delle vittime è rimasto sconosciuto. Il 14 novembre, la presidente Hassan ha annunciato la formazione di una commissione d’inchiesta sulle uccisioni, ma a fine anno non era stato reso pubblico alcun risultato.
A febbraio, John James, di Dar es Salaam, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da una guardia dell’agenzia forestale della Tanzania (Tanzania Forest Service – Tfs) nel distretto di Kisarawe, nella regione di Pwani. A marzo, due agenti della Tfs sono stati arrestati in relazione all’uccisione e la polizia ha dichiarato che erano in corso indagini. A luglio, Frank Sanga è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da un agente di pattuglia della polizia in motocicletta nell’area di Ntyuka, della regione di Dodoma. Le autorità della polizia hanno confermato che in relazione all’incidente erano stati arrestati due agenti e si sono impegnate a condurre un’indagine “approfondita”. Non sono state rese note altre informazioni.
A maggio, Charles Kitima, segretario generale della Conferenza episcopale della Tanzania (Tanzania Episcopal Conference – Tec), è stato ricoverato in ospedale in seguito a un’aggressione da parte di assalitori non identificati, presso la sede generale della Tec a Dar es Salaam. Qualche ora prima, aveva fatto circolare online un video che condannava “il non rispetto della legge” della polizia e chiedeva giustizia per le elezioni. L’episodio non sarebbe stato oggetto di indagini.
La sorte e localizzazione di decine di persone appartenenti a partiti politici, a quanto sembra, sottoposte a sparizione forzata, sono rimaste sconosciute. Né erano disponibili informazioni pubbliche che suggerissero indagini in corso sui loro casi.
Il 27 marzo, il membro del partito Act Wazalendo, Fakih Ali Salim di Zanzibar, sarebbe stato rapito nella sua abitazione da uomini non identificati. Il 2 maggio, individui non identificati, ritenuti essere agenti di polizia, hanno fatto irruzione nell’abitazione del membro di Chadema Mdude Nyagali, lo hanno picchiato e portato in una località segreta
La localizzazione di almeno quattro membri del partito Ccm è rimasta sconosciuta. Di Daniel Chonchorio, Siza Mwita Keheta e Anthony Gabriel non si erano più avute notizie rispettivamente da marzo, luglio e agosto. Humphrey Polepole, ex ambasciatore tanzaniano a Cuba, che si era dimostrato critico verso il governo del suo paese, è stato sottoposto a sparizione forzata il 6 ottobre.
Ad aprile, agenti di polizia hanno aggredito 23 sostenitori del partito Chadema in detenzione, due dei quali hanno affermato di essere stati anche abusati sessualmente. Sono stati abbandonati in una foresta nel distretto di Bagamoyo, sofferenti per le ferite estese sul corpo. Erano stati arrestati a un raduno davanti al tribunale di Dar es Salaam, dove era imputato Tundu Lissu (v. sopra, Repressione del dissenso). Più di altri 50 sostenitori sarebbero stati picchiati a loro volta quando avevano cercato di entrare in tribunale.
Il 19 maggio, il difensore dei diritti umani ugandese Agather Atuhaire e l’attivista keniano Boniface Mwangi sono stati arbitrariamente arrestati da agenti di sicurezza a Dar es Salaam, dove erano arrivati come osservatori del processo di Tundu Lissu. Sono stati trattenuti in incommunicado in località imprecisate e torturati e maltrattati per quattro giorni, prima di essere espulsi con la forza rispettivamente in Uganda e Kenya. Sempre il 19 maggio, la presidente Hassan ha pubblicamente ammonito attivisti e attiviste stranieri a non immischiarsi negli affari della Tanzania.
A febbraio sono state istituite la commissione presidenziale sulla terra di Ngorongoro e la commissione presidenziale sulla ricollocazione da Ngorongoro, al fine di esaminare i conflitti sulla terra e la ricollocazione del popolo nativo masai dalla loro terra nel distretto di Ngorongoro. Le due commissioni non sono state in grado di rendere noti i loro risultati alla presidente Hassan (come da loro mandato) entro il termine di tre mesi e di realizzare il loro impegno a fornire regolari aggiornamenti, destando preoccupazioni sulla trasparenza e l’affidabilità delle commissioni.
A giugno la presidente ha criticato pubblicamente la presenza di persone della comunità locale masai e del loro bestiame nell’area protetta di Ngorongoro (Ngorongoro Conservation Area – Nca). La Nca era al centro di continue dispute sulla terra tra la comunità masai e il governo, secondo il quale la presenza dei masai danneggiava il turismo. A seguito della dichiarazione della presidente, i ranger del parco hanno demolito le case appena ristrutturate e una chiesa appartenente ai masai nell’area di Oldupai della Nca. Hanno arrestato diverse persone abitanti del villaggio masai, sostenendo che si erano insediate sul terreno della Nca. Attivisti e attiviste per la terra masai hanno affermato che tali azioni erano volte a fare pressione su di loro, affinché si spostassero “volontariamente” da quella che era la loro terra.
A febbraio, la Corte di giustizia dell’Africa Orientale ha esaminato un ricorso depositato da quattro Ong dell’Africa Orientale che contestavano la legalità del progetto dell’oleodotto Eacop, che faceva seguito a una precedente sentenza della Corte che aveva stabilito l’inammissibilità del caso. La decisione dei giudici è rimasta in sospeso. L’oleodotto sotterraneo per combustibili fossili da 1.443 chilometri, per trasportare petrolio greggio dai campi petroliferi dell’Uganda di Hoima al porto di Tanga in Tanzania, era quasi completato.
Persone con albinismo
A febbraio, la Corte africana dei diritti umani e dei popoli ha stabilito che il governo tanzaniano era responsabile per le violazioni dei diritti umani contro le persone con albinismo. Ha evidenziato il fatto che questo gruppo era soggetto a una consolidata discriminazione, violenza ed esclusione, citando una serie di fallimenti in termini di protezione da parte dello stato, accertamento delle responsabilità e accesso ai servizi essenziali. La Corte ha ordinato al governo di adottare una serie di misure, comprendenti tra l’altro il risarcimento delle vittime, riforme legislative per classificare la violenza contro le persone con albinismo inserendola tra i reati aggravati, la promozione di campagne nazionali di sensibilizzazione pubblica al fine di contrastare miti e superstizioni dannosi sull’albinismo.