Lo stato d’emergenza in vigore ininterrottamente da tre anni nel paese è stato caratterizzato ancora una volta da violazioni dei diritti umani. Persone impegnate nel giornalismo e nella difesa dei diritti umani erano ad alto rischio di violenza. Le misure adottate dal governo per affrontare il cambiamento climatico sono state insufficienti. Le donne e le persone lgbti sono state soggette a violenza e discriminazione.
Ci sono stati ritardi nel riportare i risultati delle elezioni generali che si sono tenute a novembre, segnate anche da accuse di frode.
A gennaio, il governo ha varato il piano “Sorella, fratello, torna a casa” per fornire assistenza alle persone che rientravano in Honduras. Secondo l’Istituto nazionale per la migrazione, durante l’anno oltre 42.000 persone sono state rimpatriate, per lo più dal Messico e dagli Usa.
Le Nazioni Unite e l’ufficio del difensore civico (Comisionado nacional de los derechos humanos – Conadeh) hanno criticato l’estensione dello stato d’emergenza, che a fine dicembre era in vigore ininterrottamente da tre anni. In questo contesto, le organizzazioni della società civile hanno denunciato violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di sicurezza, in particolare detenzione arbitraria, uso eccessivo della forza e tortura e trattamento crudele e disumano.
Persone impiegate nel mondo dei mezzi d’informazione hanno subìto elevati livelli di violenza fisica e digitale, comprese dichiarazioni stigmatizzanti da parte delle autorità, campagne diffamatorie e intimidazioni. A giugno, il giornalista Javier Antonio Hércules Salinas è stato ucciso, nonostante le misure di protezione che gli erano state assegnate dallo stato.
Persone impegnate nella difesa della terra e dell’ambiente erano soggette a frequenti violenze come intimidazione, criminalizzazione e uccisioni. Le comunità garifuna erano costantemente in grave pericolo. Ad aprile, l’Organizzazione fraternale nera honduregna ha denunciato la presunta sparizione forzata di Max Gil Castillo, fratello del presidente comunitario di Punta Piedra. Le Nazioni Unite e altre organizzazioni hanno espresso preoccupazione per le minacce ricevute dai leader garifuna, oltre che per le vessazioni delle comunità garifuna sui media e ripetute intimidazioni con armi da fuoco.
A febbraio, è stato inaugurato sotto il patrocinio della Commissione interamericana dei diritti umani un gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti. Scopo del gruppo era supportare l’indagine sull’istigazione e altri crimini legati all’omicidio della leader lenca Berta Cáceres, nel 2016.
A settembre, un tribunale ha deciso il rinvio a giudizio di tre uomini accusati dell’omicidio dell’ambientalista Juan López, avvenuto nel 2024. L’ufficio del pubblico ministero ha rinnovato il suo impegno a indagare il movente di questo crimine, ma a fine anno non si avevano ancora notizie in merito.
A fine anno, il governo non aveva ancora firmato l’Accordo di Escazú.
L’implementazione del decreto 18-2024, che ordinava il recupero ambientale del Parco nazionale Carlos Escaleras e vietava l’attività mineraria nelle aree protette del paese, è rimasta in sospeso.
A maggio, è stata presentata al congresso una legge che avrebbe facilitato il rilascio delle licenze ambientali, generando allarme.1 Tuttavia, a fine anno, non era stata ancora approvata.
L’Honduras è rimasto indietro nello sviluppo e nell’adozione di misure per l’adattamento al cambiamento climatico. Mancavano politiche sostenibili e coerenti in grado di affrontare la crisi climatica che aveva causato sfollamenti forzati dalle comunità costiere e rurali.
L’Ong locale Cattrachas ha registrato, tra gennaio e dicembre, 35 omicidi di persone lgbti. I matrimoni tra persone dello stesso sesso sono rimasti vietati.
Le donne hanno subìto livelli elevati di violenza. L’università nazionale autonoma dell’Honduras ha registrato almeno 270 femminicidi e morti violente nel 2025. L’aborto è rimasto un reato.
Note:
1 Honduras: Environmental bill threatens human rights, 29 maggio.