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Repubblica del Botswana

Capo di stato e di governo: Seretse Khama Ian Khama

Il diritto alla libertà d’espressione è rimasto limitato. I richiedenti asilo, la cui domanda di protezione era stata respinta, hanno continuato a rischiare la detenzione. Una sentenza storica, emessa dall’Alta corte di Lobatse, ha difeso i diritti delle persone transgender. Due uomini sono stati condannanti a morte.

Libertà d’espressione nella Repubblica del Botswana

I giornalisti hanno continuato a subire intimidazioni e vessazioni da parte delle autorità. L’8 marzo, tre giornalisti del Centro Ink per il giornalismo d’inchiesta sono stati brevemente detenuti e minacciati da agenti di sicurezza in borghese, nel villaggio di Mosu. I giornalisti avevano tentato di avvicinarsi all’area dove pare venisse costruita la nuova residenza del presidente Khama, in un contesto di accuse di corruzione. Gli agenti di sicurezza hanno detto loro che il cantiere era un’area ad “accesso limitato” e che, se avessero tentato di avvicinarsi ancora, avrebbero sparato a vista.

Il 19 aprile, la corte d’appello ha confermato una precedente decisione dell’Alta corte e respinto l’istanza presentata da un insegnante, che aveva presentato ricorso contro il suo licenziamento dal posto di lavoro, in quanto tale provvedimento violava il suo diritto costituzionale alla libertà d’espressione. Il docente era stato licenziato dopo aver pubblicato un editoriale in un quotidiano, nel maggio 2011, riguardante la situazione politica del paese, in seguito allo sciopero nazionale indetto dai dipendenti del settore pubblico. A febbraio 2012, un’udienza disciplinare aveva ritenuto l’insegnante colpevole di violazione della sezione 34 (a) della legge sul servizio pubblico.

Outsa Mokone, direttore del quotidiano Sunday Standard, ha continuato a dover affrontare una causa penale per sedizione, a seguito del suo arresto risalente al 2014, per aver pubblicato articoli che accusavano il presidente di coinvolgimento in un incidente stradale. A dicembre 2016, il giornalista era stato rimesso in libertà su cauzione, con l’obbligo di presentarsi ogni due mesi presso il tribunale di primo grado e di ottenere un permesso per recarsi all’estero. A fine anno, il suo ricorso giudiziario, con cui contestava la costituzionalità della legge sulla sedizione, era ancora pendente.

Rifugiati e richiedenti asilo nella Repubblica del Botswana

Il Botswana ha continuato ad adottare una politica restrittiva nei confronti dei rifugiati, confinandoli in accampamenti, negando loro la libertà di movimento, l’accesso al lavoro e l’integrazione con la realtà locale. I richiedenti asilo hanno dovuto affrontare farraginose procedure di determinazione dello status di rifugiati e continuavano a essere detenuti presso il centro di Francistown per i migranti irregolari, nel periodo di attesa dell’esito della richiesta e nel caso in cui questa fosse stata respinta. La detenzione durava in media da sei mesi a cinque anni, ben oltre il periodo massimo stabilito dalla legge sui rifugiati.

Il 13 aprile, l’Alta corte ha ordinato il rilascio di due richiedenti asilo somali dal centro di Francistown per migranti irregolari. I due, arrivati separatamente in Botswana a giugno 2014, erano detenuti presso il centro da quando era stato loro negato lo status di rifugiati, a ottobre 2015. Il 15 aprile, in seguito al loro rilascio, sono stati trasferiti in custodia presso il commissariato di polizia di Tlokweng, dopo che avevano tentato di entrare nel campo per rifugiati di Dukwe, l’unico campo per rifugiati del Botswana. Il 25 aprile, il presidente Khama li ha dichiarati migranti clandestini e i due sono stati successivamente detenuti presso il penitenziario per reati minori della capitale Gaborone, dove sono rimasti, secondo quanto riferito, fino alla loro espulsione.

Il 23 novembre, la corte d’appello ha ribaltato la sentenza dell’Alta corte, stabilendo che la detenzione di 165 richiedenti asilo e dei loro familiari era illegale. Di conseguenza, i richiedenti asilo hanno trovato rifugio in Zimbabwe, Namibia e Sudafrica. I componenti di questo gruppo erano arrivati in Botswana tra gennaio 2014 e ottobre 2016 e, dopo che le loro richieste d’asilo erano state respinte, erano rimasti in detenzione nel centro di Francistown per migranti irregolari. Il procuratore generale ha presentato ricorso il 4 agosto.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate nella Repubblica del Botswana

Una sentenza storica, emessa il 29 settembre dall’Alta corte di Lobatse, ha dichiarato che il rifiuto del governo di cambiare l’indicazione del genere sessuale sul documento d’identità di un uomo transgender era irragionevole e una violazione dei suoi diritti, compreso il diritto alla dignità, alla libertà d’espressione e alla libertà dalla discriminazione. Ha infine imposto alle autorità di apportare la modifica.

Il 12 dicembre, l’Alta corte di Gaborone ha emesso una sentenza in favore di Tshepo Ricki Kgositau, una donna transgender, che aveva presentato con successo un ricorso affermando l’incostituzionalità del rifiuto da parte del governo di cambiare il suo genere da maschile a femminile sul suo documento d’identità. Tshepo Ricki Kgositau si era appellata senza successo all’ufficio di registrazione nazionale e civile di Gaborone, chiedendo di poter cambiare l’indicazione della sua identità di genere. Dopo il rifiuto, l’ufficio le aveva consigliato di rivolgersi a un tribunale per cercare di ottenere un ordine in tal senso.

Giustizia internazionale nella Repubblica del Botswana

Il 17 luglio, il parlamento ha approvato un progetto di legge che ha recepito nell’ordinamento legislativo nazionale lo Statuto di Roma dell’Icc, anche in riferimento ai reati di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La ratifica dello Statuto di Roma da parte del Botswana risaliva al 2000.

Pena di morte nella Repubblica del Botswana

Tshiamo Kgalalelo e Mmika Mpe sono stati condannati a morte il 13 dicembre, dopo che a maggio l’Alta corte di Lobatse li aveva giudicati colpevoli di omicidio e altri reati, tra cui furto e rapimento.

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